lunedì

Un romanzo amaro

Recensione: Paolo Mascheri, Il gregario, Mimimum fax, Roma 2008.





Ho sempre riscontrato qualcosa di fastidioso nella formuletta relativa al "piacere della lettura". Certamente seguire narrazioni intense e travolgenti può suscitare un certo gusto e sostanziale soddisfazione, ma la lettura, in molti casi, sa generare dolore e sofferenza, e in tali frangenti ogni motivetto sulla piacevolezza emozionale risulta improprio e indelicato. Gli scrittori infatti, volenti o nolenti, raccontano attraverso i propri intrecci porzioni di realtà, frammenti di mondo con i quali non siamo soliti entrare in contatto nel nostro quotidiano. Non mi riferisco soltanto a orizzonti esotici e tropicali, ma anche e soprattutto a pezzi di antropologia dei nostri stessi territori, e attraverso essi a segmenti del nostro vivere medesimo, anch'esso costitutivo di una regione poco esplorata.
Questo primo romanzo di Paolo Mascheri è certamente un libro doloroso, la cui lettura dev'essere a tratti interrotta per il senso d'amarezza che riesce a trasferire, e in ciò si dimostra tuttavia uno strumento conoscitivo, un faro acceso su una zona d'ombra dell'essere.
Il protagonista del romanzo, il gregario, è un ventottenne che si muove nella provincia toscana, tra i paesaggi dolenti degli imbocchi autostradali, dei night club e i residence periferici. Vive in un calibrato benessere, grazie a una farmacia ben gestita dal padre e un tentativo, un pò maldestro, di avviare una parafarmacia nel bel mezzo delle lenzuolate di Bersani.
L'autore - a parte qualche piccola incertezza (forse sarebbe meglio dire ingenuità) espressiva delle prime pagine - si sforza per una buona parte del romanzo di adeguare la propria scrittura al profilo d'inettitudine del proprio protagonista. Se per un verso il gregario incarna nello stile di vita un'intera sezione della popolazione piccolo-borghese (belle auto, routine sessuale, accomodamento su ogni variante della stabilità, fuga del rischio, pornografia notturna) per altro non sembra in ciò - il che forse è trascurato dall'autore - segnatamente condizionato dai modelli sociali. Per quanto vera, la figura del gregario tout court non è raccontabile, per il vuoto che ne costituisce l'essenza spirituale e comportamentale; evidentemente conscio di questo limite, senza cedere alla banalità Mascheri fa entrare in scena il secondo motivo del libro, amaro anch'esso, relativo alla fatica della relazione tra padre e figlio. Un rapporto irrisolto che viene poi a rivelarsi la chiave interpretativa di un'impotenza appresa, della "resa" come stile di vita.
Nelle ultime pagine, quando finalmente qualche avvenimento interno e circostanziale lascia libere le emozioni fino a quel punto tenute sopite nel grigiore di un'esistenza rassegnata, l'autore cambia registro, dimostrando una certa buona flessibilità espressiva, e introduce un momento di pathos, ben collocato, e soprattutto anch'esso utile a quella funzione conoscitiva che si deve riconoscere alla letteratura.