martedì

Far carriera per sfuggire alla morte, morire per sfuggire alla carriera



La figura letteraria di Giorgio Duroy, il famoso Bel-Ami di Guy de Maupassant è forse il più celebre simbolo culturale d'ogni sfrontato spirito da arrampicatore sociale. Collocandone l'attività nell'ambito di una redazione giornalistica, il grande e pessimista narratore francese ha fatto del proprio personaggio un audace-mediocre, pronto a sfruttare ogni mezzo (e ogni persona come mezzo, soprattutto attraverso l'arma della seduzione) per inanellare successi personali nella sua ascesa lavorativa, sociale e politica. La critica letteraria si è solitamente soffermata sul duro realismo di Maupassant, e sullo sguardo amaro da lui rivolto ai meccanismi di affermazione sociale. Tuttavia, a mio parere, l'intero romanzo, per come lascia succedere l'uno all'altro i progressivi successi dell'insazabile Duroy, sempre insoddisfatto dell'incasso di ogni premio, poco dopo la conquista, e ancor più nel suo perpetuo esercizio di affabulatore di mogli altrui, in una graduale maturazione di sempre nuovi desideri, rivela molto di più.
L'inquietudine che Maupassant ci mostra, è per un verso affermazione di vitalità, magari deplorevole, ma certamente testimone di un attivismo esagerato, e al tempo stesso il sintomo più forte di una fuga dal pensiero della morte. Qui c'è il vero realismo dello scrittore francese, che coglie nell'edificazione borghese della "carriera" personale il senso più profondo della moderna elusione del morire. Ogni posizione acquisita si fa subito insoddisfacente, la visione di un gradino più alto nell'orizzonte della notorietà e del successo pare allora indispensabile, la ricerca dei mezzi affossa ogni altra possibile assiologia. Il senso di questo pensiero viene lasciato trasparire dalla presenza sotterranea della morte nell'intero romanzo. Ogni tanto emerge il suo fantasma, tra una conquista e l'altra del nostro giovane rampante. L'assistenza al moribondo Forestier, e la veglia al suo cadavere, sono esorcizzati dalla tempestiva proposta di matrimonio alla moglie del morto; l'improvvisa scomparsa di un caro amico viene repentinamente cancellata dalla cinica spartizione di un'erdità.
Tutto è reso poi esplicito nel celebre discorso di Norberto de Varenne, l'anziano poeta disilluso, nel bellissimo capitolo sesto. Così recita la sua raccomandazione al Bel-Ami: "capita un giorno, vedete, e per molti capita presto, in cui si smette di ridere, come si suol dire, perché, dietro a tutto ciò che si guarda, si vede la morte"; il suo lungo discorso testimonia la consapevolezza della futilità di ogni carrierismo, della ricerca ossessiva del lusso, ma al tempo stesso dimostra l'ineluttabilità della convivenza col pensiero della morte: "le bestioline schiacciate per la strada, le foglie che cadono, i peli bianchi nella barba di un amico mi straziano il cuore e mi gridano: eccola!", solo così Norberto de Varenne può chiudere la propria profezia: "conoscerete la spaventevole solitudine dei disperati. Vi dibatterete smarrito, sopraffatto, nelle incertezze".
Di fronte a delle parole tanto pesanti, Duroy reagisce in modo rivelatorio: cammina "col cuore stretto", si sente "come se gli avessero fatto vedere una fossa piena di ossami", uno spettacolo spaventevole, ma presto ne viene distolto: "si fermò per lasciar passare una donna che scendeva da una vettura rincasando, e ne aspirò avidamente, a pieni polmoni, il profumo di verbana e giaggiolo sparso nell'aria".
Il desiderio di un nuovo obiettivo da configurare, perseguire, conquistare, annichiliscono il senso della morte, la sua verità, ne occultano la presenza; quanto penetra la società borghese questo romanzo di Maupassant! Quanto è vero nelle nostre vite! La visibilità, la notorietà, il successo, le conquiste, le carriere non sono - come spesso vengono intellettualisticamente liquidati - futili motivi o promesse superficiali di una concezione "leggera" dell'esistenza. Sono un rimedio, una sorta di fuga dalla morte.
Certmanente è penoso, ma molto vero.

3 commenti:

  1. Bella recensione di un bel libro. Una caratteristica di questa antropologia è il rifiuto di fermarsi a pensare. Nelle sospensioni del tempo lineare della conquista si potrebbe insinuare il pensiero della morte? Che in effetti è per eccellenza tempo critico... Io lavoro a ritmi molto intensi da dieci anni, e posso dire, per esperienza personale, che il tempo per riflettere si trova, se lo si vuole trovare. Qualche riflessione analoga su Minima moralia di Adorno.

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  2. certo il problema è il "se lo si vuole trovare".... ma d'altro canto: perché poi lo si dovrebbe trovare? qualcuno matura una forma di disprezzo nei confronti dell'esistenza irriflessa... ma è poi giusto? quale obbligo corre di soffermarsi sul pensiero della fine? davvero si vuol cedere il passo a un'ingiusta distinzione tra vita autentica e vita banale? Forse, il crogiuolo nel pensiero della morte può costituire un'altra forma di esorcizzazione o di fuga... pensiamoci

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  3. Già.
    "Non si dà vera vita nella falsa." (Th. W. Adorno)

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