mercoledì

Qual è il vero significato dell'argomento di Diodoro Crono?

.
.
Nella sua considerazione analitica delle tesi megariche Nicolai Hartmann mostra per un verso prudenza filosofica, allertando il lettore della sostanziale incompletetezza delle fonti, mentre peraltro non si esime da azzardare un’interpretazione filosoficamente assai rilevante. Hartmann distingue una prima formulazione della tesi megarica, sostanzialmente connessa all’eleatismo (in particolare nella rimozione del divenire attraverso l’asserzione di un’impossibilità di concepimento, nell’orizzonte del possibile, di essere e non essere, per cui: nella misura in cui qualcosa non è effettuale, essa non dovrebbe esistere; se qualcosa non è impossibile, dovrebbe già essere), dalla maturazione dell’argomento avutasi con Diodoro Crono, contemporaneo di Aristotele, noto alla storiografia filosofica in particolare per la sua concezione del κυριεύων λογος, di cui Hartmann prova a ricostruire il significato. Diodoro parte da tre proposizioni, da lui prese per buone, ma in cui individua una sorda di contrasto (trascrivo i principi adeguando la traduzione a quella hartmanniana: 1) ciò che è passato è necessariamente effettuale; 2) dal possibile non consegue l’impossibile; 3) è possibile ciò che non è effettuale né ciò che lo sarà.
uesto terzo principio secondo Diodoro contrasta con gli altri due, per cui ne trae la seguente conclusione: non è possibile ciò che non è effettuale o che lo diventerà (la fonte di Hartmann è qui Ariano, Epicteti dissertationes, II, 19). Hartmann tenta una spiegazione: ciò che una volta è stato, non può non essere accaduto, per cui è effettuale in una maniera necessaria; per ciò che è semplicemente possibile rimangono soltanto il presente e il futuro, cioè esso sembrerebbe poter essere qualcosa che è o che sarà. Tuttavia, se concepito come pura possibilità, nel senso di ammettere anche l’eventualità del suo rimanere ineffettuale, allora si dovrebbe concludere che dal possibile possa derivare l’impossibile (col passare del tempo, infatti, ciò che non è accaduto è un “necessariamente non-essente”, dunque impossibile), che ciò che è possibile può essere poi impossibile, il che è stato escluso dalla seconda proposizione. Secondo Hartmann, l’argomento di Diodoro certamente ha qualcosa di contorto e di sofistico, ma non manca di acume, specialmente nella formulazione del secondo principio, dove il “conseguire” concerne per un verso la successione logica, per altro quella temporale. Hartmann prova a confrontarsi con l’interpretazione di Eduard Zeller (cfr. E. Zeller, Über den κυριεύων des Megarikers Diodorus, Sitzungsberichte der Preuβ. Akad. D. Wissensch., 1882, pp. 151-159), secondo la quale la conclusione di Diodoro può significare soltanto che “è possibile ciò dalla cui realizzazione non derivi l’impossibile”. In questo significato, osserva Hartmann, ritroviamo esattamente la posizione aristotelica, che indicava in quel punto l’essenza stessa del possibile (cfr. Aristotele, Metafisica, 1047a; id., Analitici Primi I, 32a, 18f). Secondo Zeller Diodoro avrebbe dunque ereditato prima e travisato poi il signicato del “conseguire”: logico per Aristotele, temporale per Diodoro. Per Hartmann invece bisogna meglio cercare il valore della tesi che Diodoro voleva sostenere attraverso il proprio argomento. L’ambiguità che Diodoro ha lasciato vivere nella sua impostazione avrebbe favorito secondo Hartmann l’accanirsi degli attacchi contro di essa, che per il vero avrebbero avuto a oggetto solo la sua apparente natura sofistica, mentre occorrerebbe individuarne l’importante implicazione ontologica sul problema della possibilità, e cioè la potenza dell’argomento megarico nel distinguere la tollerabilità del “semplicemente possibile” nella sfera logica dall’assoluta inaccoglibilità di esso nel mondo reale. A differenza che in Aristotele, l’idea di molteplici possibili “interni” alla sfera dell’effettuale qui viene radicalmente messa in crisi. L’importanza di questo risultato, secondo Hartmann, non ha alcun rapporto diretto con la conseguenza metafisica che i megarici diedereo all’argomento, giungendo dunque alla negazione del movimento e del divenire. In virtù dell'argomento di Diodoro infatti il divenire non va concepito come il passaggio dal possibile all’effettuale, ma da stadio a stadio, e in generale ciascuno stadio è tanto possibile quanto effettuale.
In questo senso Hartmann tende a distinguere tra l’antica scuola megarica (che effettivamente sembrerebbe aver raccolto la vocazione eleatica per la negazione del movimento) e le tesi di Diodoro. Anche le confutazioni aristoteliche sembrano rivolgersi a Euclide o addirittura agli eleati, piuttosti che allo stesso Diodoro, il cui argomento dominante Aristotele sembrerebbe non conoscere. Infatti egli non si oppone alla conclusione di Diodoro (così sintetizzata in un'ulteriore variante da Hartmann: qualcosa che al presente non è effettuale, è possibile soltanto se più tardi diventerà effettivamente effettuale), ma alla negazione stessa del divenire, espressa nella formula: qualcosa è possibile solo finché è effettuale, né prima né dopo.
.
.

Nessun commento:

Posta un commento