venerdì

Sull'ateismo postulatorio e le categorie modali


In un saggio approfondito (Il «caso» Dio. L’ «ateismo postulatorio» di Nicolai Hartmann, «Vivarium», 1997, 5, 3, pp. 297-325) un acuto studioso di Nicolai Hartmann, l'assai cortese don Armando Matteo, pone in questione l’ateismo hartmanniano attraverso la figura dell’ateismo postulatorio, riconducendolo cioè esclusivamente all’argomento dell’incompatibilità tra teleologia cosmica e teleologia personale. Quello del "nesso finale" è certamente di un tema centrale nella filosofia di Hartmann, e don Matteo ha ragione a imperniarlo su quello assai più sofisticato delle categorie modali. Sebbene non mi paiano utili alcuni strumenti scelti intenzionalmente dall’autore del saggio per raffinare la propria analisi, e con ciò mi riferisco ai processi di formalizzazione («è nostra intenzione quella di avvicinare lo studio di Möglichkeit und Wirklichkeit anche con gli strumenti della logica formale», (p.301), non v'è dubbio che nella lettura si possano incontrare elementi intriguing.

In primo luogo la categoria della casualità, la quale secondo la sua interpretazione definisce ontologicamente il mondo, o la totalità, contribuendo così a costruire un argomento ateistico (se vi fosse un Dio, sarebbe modalmente casuale). Ma mi pare che don Matteo sviluppi i suoi argomenti a partire da questa lettura della categoria hartmanniana della casualità in maniera quanto meno unilaterale. Come egli stesso riconosce, Hartmann attribuisce alla modalità casuale un’equivocità originaria: per un verso essa si presente quale negativo della necessità, e per altro come una qualche forma di positività mediana tra possibilità ed effettualità. Se Hartmann privilegia l’interpretazione negativa, Matteo si concentra su questo secondo significato, assegnandogli un’evidente quanto arbitraria prevalenza.
Ritenendo la totalità del mondo "casuale" - e facendo di tale lettura la base dell'ateismo postulatorio hartmanniano - probabilmente don Matteo interpreta in modo non del tutto adeguato la categoria della necessità, riducendola alla catena delle condizioni antecedenti, e pertanto escludendola dalla struttura ontica del tutto o dell'originario. Ma non è questa la necessità reale in Hartmann, che invece la intende come nesso inscioglibile che sussiste fra gli elementi diversi di una cosa, di un processo o di un gruppo di cose, così che dove compare uno non può mancare l’altro. Soltanto sulla base di questo equivoco don Matteo può sostenere prima che «l’essere reale nella sua totalità è un essere casuale» (p. 315), e poco dopo concludere: «il sistema modale hartmanniano, a cui ci hanno condotto le analisi precedenti, è molto semplice: il punto focale è la necessità dell’attualità, ma tale necessità è casuale: questo è il cuore dell’ontologia hartmanniana» (p.317). Ma se così fosse sarebbe un cuore assai debole, poiché implicherebbe la presupposizione della coincidenza tra la necessità e il suo negativo (la casualità), il che è espressamente escluso da Hartmann. Quello che a me sembra un errore di lettura si riproduce quando don Matteo sottolinea come «all’inizio della serie delle necessitazioni non sono più presenti condizioni: c’è il nulla di reale, il caso (Realzufall), che decide. Non c’è una necessità dell’interna necessità del processo reale: tutto ciò che è reale è reale è necessariamente ciò che è, quando è, ma non è stato necessario che fosse così» (317-8).

Ma se per inizio si intende un inizio cronologico, allora va precisato che per H. il divenire va articolato, e il divenire naturale può esser necessariamente conforme alla legalità fisica o organica, mentre quello spirituale nasce dall’interazione con l’essere ideale. Se l’inizio è invece inteso in senso puramente logico, mi pare che hartmannianamente non si può che ribadire l’assoluta sovrapposizione nel reale tra attualità, possibilità e necessità. Per cui ogni attualmente reale, ogni, e non qualcuno, è anche realmente possibile e necessario.