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La presenza "spettrale" delle possibilità



Nell’introduzione a Möglichkeit und Wirklichkeit (1938) Nicolai Hartmann pone come riferimento primario e nient’affatto superato per una teoria delle categorie modali (possibilità, effettualità, necessità) la filosofia aristotelica, che discute e analizza lungamente in questa e in altre sue opere.
Nella prospettiva hartmanniana la modalità non viene intesa nel suo significato logico né gnoseologico, bensì quale questione centrale dell’ontologia, e in tal senso ne vengono cercati i precedenti metafisici.
Nella sua teoria dell’ “ente in quanto ente” lo stesso Aristotele fa rientrare il problema modale, ma in un senso diverso da quello moderno. La questione della “sostanza” è il cuore problematico dell’ontologia aristotelica, che non trova importanti risposte nell’ambito della trattazione delle dieci categorie, ma è invece affrontata mediante l’evocazione di due coppie concettuali: forma-materia e potenza-atto. Di primo acchito le due polarità si presentano con un diverso profilo strutturale, la prima sembra riconducibile a una funzione costitutiva, la seconda invece pare riferirsi alla descrizione modale dell’ente. Ma la questione sfuma nel mezzo dell’argomentazione. Nel momento in cui Aristotele si trova tra le mani una coppia categoriale statica, come quella che costituisce il sinolo quale sintesi di materia e forma, e necessita al tempo stesso di governare con quella nozione il divenire della sostanza, e di tutto l’essere, assegna alla forma una funzione, racchiusa nel suo essere principio attivo del divenire, che la trascende. In tale compito la forma si presenta piuttosto come energheia, la quale ha come sue contraltare la dynamis, e non la materia. La coppia forma-materia è superata nella filosofia aristotelica da quella di dynamis-energheia.
Sia nel caso di questa nuova polarità, sia in quello di potenza-atto, si manifesta una difficoltà: i due termini della relazione si pongono come due stadi di un processo, di cui l’uno precede l’altro, il quale gli subentra, rendendo così impensabile ogni situazione di compresenza. Come dynamis ed energheia sono tra loro in relazione disgiuntiva, così l’ente potenziale non può essere contemporaneamente attuale, o viceversa. Se la sintesi di forma e materia nel sinolo sembrava a questo proposito poter rassicurare per una concezione “integra” del mondo, la più insistente alternanza di dynamis ed energheia sembrerebbe dividere il mondo in enti completi (es. la pianta) ed enti parziali (es. il seme). Le conseguenze di tale scissione sarebbero numerose, a partire dall’evidente maggioranza delle parzialità sulle totalità, e soprattutto dalla complessità di risolvere l’enigma inerente il passaggio da parzialità a completezza.
Ma Aristotele non concepisce dynamis ed energheia come parimenti costitutive del reale, in quanto è alla seconda che assegna una priorità ontologica. Tuttavia, osserva Hartmann, accanto ai “realizzati” dovranno pur esserci moltissimi non-ancora-attuati, cioè “accanto” agli enti attuali, vivranno in maniera “spettrale” tutti gli enti semplicemente possibili: «die frei herumlaufenden “Möglichkeiten” sind hier durchaus auch etwas Reales. Sie mischen sich als halbseiendes unter das Vollseiende, drängen sich zwischen seine Reihen, sind Glieder in seinen Zusammenhängen und Abhängigkeiten» (p. 6).
Hartmann deduce da queste analisi la difficoltà – in una prospettiva aristotelica – di pensare il divenire, e con esso ogni forma di processualità: «der Zustand der Dynamis liegt “vor” dem Prozeß, der Zustand der Energia “nach” dem Prozeß» (p. 7), il processo in quanto tale, dunque, è vuoto. Ma siccome quella processuale è la dimensione stessa del reale, nella metafisica dello Stagirita è proprio la realtà a non esser coglibile.

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