mercoledì

Una rivista in de-composizione




Ho ricevuto e letto con interesse il numero zero della nuova pubblicazione letteraria nata nel sudpontino con il significativo nome de-Comporre.


Si tratta di una rivista periodica che propone senza fronzoli e in presa diretta testi poetici e narrativi (per la verità, le poesie prevaricano nettamente le composizioni in prosa). Prima di entrare nel merito delle opere proposte e dell'iniziativa nel suo complesso, vorrei esprimere quali sentimenti mi suscita il contatto con queste pagine. E' del tutto ovvio, ma altrettanto secondario, che in raccolte di questo genere si possa trovare, per ricorrere a una formula celebre, "poesia e non poesia". Ci sono versi belli alternati a tentativi artistici poco riusciti, ma questo mi pare secondario. Mi fermerei a riflettere invece sull'accadere - nell'epoca socialconfusa e assai frantumata in cui siamo condannati a vivere - della proposta di una pubblicazione di opere poetiche. Certo non è fatto isolato, ma la specificità e la serietà del caso mi paiono notevoli. Insomma, l'impressione che ne deriva è che coloro che hanno proposto i loro contributi (di tutti si legge una breve biografia) hanno in questi anni coltivato senza remore le proprie vocazioni artistiche (che siano o meno velleitarie non mi pare rilevante) con grande tenacia, e dunque hanno dovuto attivare su se stessi un'opera di resistenza nei confronti delle seduzioni assai volgari del mercato (sia come mercato del lavoro che dei consumi). La ricerca dello spazio poetico, che vi intravedo, mi pare già un fatto poetico. Non parliamo qui di un consueto anticonformismo di provincia. Il punto è che nella società della frammentazione e del precariato i rischi sono antropologicamente alternativi: per coloro che hanno scarsi talenti direi che si configura una situazione estremamente drammatica, a forte rischio di esclusione e deprivazione sociale. Per quelli invece che i talenti li hanno, il precariato offre un rischio inverso: quello del successo, dell'accumulazione di titoli ed esperienze pregevoli, la "vetrinizzazione sociale" introiettata come stile di vista, la trasformazione in edera. E' un pò l'ideologia meritocratica, che spinge i più bravi a scalciare indietro e guardare solo avanti, ignari della propria crescente solitudine... bene, gli autori di questi lavori letterari hanno indubbiamente dei talenti, eppure sono sfuggiti al "lato oscuro della forza". Io dico che resistere all'impero (tanto per rimanere nell'ottica delle guerre stellari) è di per sé, all'oggi, un piccolo, e non poi tanto piccolo, comportamento rivoluzionario.
Torniamo alla rivista. Non sono un critico letterario, anche se mi considero un volenteroso ed eclettico lettore, per cui mi limiterò a offrire qualche impressione. Nei tre editoriali si legge una sottile ironia - del resto confermata dal prefisso "de" anteposto al "comporre" nel nome della rivista - nei confronti della propria opera e anche delle celebrazioni della "morte della poesia". A parte il fatto che il decomporre, per esser tale, deve seguire sempre un processo che guardato in positivo è e rimane un comporre, quello che fanno gli autori dei testi pubblicati è esattamente una proposta di composizioni poetiche, onde quel prefisso non può che esprimere un elemento di prudenza e, appunto, di ironia, ma non di sostanza.

Ma se di composizioni si tratta, come composizioni vanno lette. Tra le numerose opere alcune hanno attirato la mia attenzione più di altre, com'è ovvio che sia. Le poesie di Franco De Luca si lasciano leggere con gusto. Esprimono un ritmo molto gradevole, una musicalità che vive dentro le parole anzi che nella metrica. Forse qualche volta l'autore cerca la chiusura ad effetto (esempio, nella poesia Cimento del ritratto: "Una conchiglia/rovescia il delirio delle spirali/né mai vi ciondola una lingua viva/o morta. Non risuona di vertebre/l'eco delle inesistenze. In un modo/o in un altro della mia distrazione/seguirà del tuo mai passare/la traduione a fronte"). Non sono riuscito invece a trovare la giusta sintonia con i componimenti di Rossella Fusco, se non per un'unica poesia, intitolata 1994, nel segno della volontà, in cui lo spirito della genitorialità, tema a me assai caro in questo periodo, è magistralmente interpretata e descritta. Ho poi apprezzato il racconto (purtroppo l'unico pubblicato sulla rivista) di Max Condreas. L'autore sceglie un espediente narrativo di per sè ricco di fascino e in cui non è difficile tenere alta l'attenzione del lettore, cioè una partita a poker. Tuttavia il rischio della noia nella descrizione narrativa dei giochi è alto, mentre Condreas tiene bene il ritmo e scrive un racconto che resta nella memoria, evidentemente perché le situazioni suggeriscono suggestioni intense. Un aspetto che non mi persuade del tutto è il curioso registro descrittivo. Per un verso infatti sappiamo che la vicenda è ambientata in Italia, e i passaggi descrittivi non tradiscono questo dato, ma i dialoghi sembrano recuperati da un romanzo (o un film) d'oltreoceano. Lo stesso vale per i soprannomi: Jack, lo Smilzo, il Turco, sono nomignoli all'americana. In Italia si userebbe forse più un "bellicapelli" o un classicissimo "er pomata". Forse l'autore voleva evidenziare come lo stile comunicativo dei film americani sia penetrato nella coscienza collettiva e nello stile dialogico nostano...il che sarebbe del resto un'operazione appropriata. Assai pazienti e interessanti mi sono apparsi infine i versi di Giuseppe Napolitano, il sa dare respiro ai sentimenti, non solo quelli distruttivi, il che mi pare assai raro nel panorama letterario contemporaneo.

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