venerdì

Napoli, luogo dell'anima



Recensione: Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, Rizzoli 2007
di Carlo Scognamiglio

L’ultimo romanzo di Ermanno Rea racconta un’individualità, quella dell’io narrante, che travalica i confini della singolarità; è una soggettività ampia e stratificata, la quale si allarga nella sua dimensione storica e sociale fino a perdere di vista i suoi limiti monadici, percorrendone o ri-percorrendone la topografia. I luoghi di Napoli, o meglio, del quartiere della ferrovia, sono luoghi dell’io, ove l’interno si amplia fino a coincidere con l’esterno. In questo lavoro letterario si intesse certamente una continuità tra dentro e fuori, tra soggettività e oggettività, nella perpetuazione di un dialogo intimo che non circola su sé stesso, ma interpella il lettore, chiedendo consiglio. Ermanno Rea è uno scrittore maturo, con uno stile solido e raffinato. Molto raro nel contesto letterario contemporaneo leggere romanzi così ben pensati e soprattutto scritti con analoga delicatezza formale.
Il protagonista (lo stesso Rea, tornato nella sua città natale dopo una lunga assenza con l'incarico di presiedere il Premio Napoli, nel 2002) narra in prima persona un personalissimo “pellegrinaggio” nel cuore del quartiere più anomalo della metropoli campana. La zona della ferrovia, territorio multietnico, storicamente stratificato. É un pellegrinaggio notturno, un viaggio nei gironi infernali di Porta Nolana, della Farmacia Helvetia, dell’Hotel Terminus, in cui compaiono fantasmi del passato; ora gli amici scrittori, gente del secolo scorso, come Enzo Striano e Luigi Incoronato, autore del più volte evocato Scala a San Potito, ora le teneramente evocate figure dei genitori. Ma anche fantasmi del presente: il suo accompagnatore, in primo luogo. Si chiama Caracas, è un ex naziskin, un individuo ambiguo, spola perenne tra un angolo e l'altro della ferrovia; ferito da una vicenda personale devastante, occupa gli spazi rimasti liberi nell'esistenza cercando il contatto, e spesso prendendone le parti, con gli ultimi, i miserabili, i relitti umani che vivono nel fondo oscuro della città. Il protagonista e il suo accompagnatore paiono in fondo la stessa persona, le loro vicende sono stridenti e analoghe al medesimo tempo. Il primo torna nella propria città dopo averla abbandonata cinquant'anni prima. Adesso, da ottuagenario, la ritrova, e chiamato a Napoli per ricoprire una carica di prestigio, va alla ricerca delle ragioni di quella separazione, dei ponti temporali che possono riportarlo indietro, assecondando la curiosità di conoscerla da capo. Le notturne camminate nei meandri di quella speciale topografia sono al tempo stesso esplorazioni dell'ora e ricadute nel prima. La ferrovia si rivela come perfetto melting pot. Napoli accoglie tutte le etnie, la statua di Garibaldi accetta la compagnia degli emigranti est-europei, i vicoli si infittiscono di africani e asiatici, i locali notturni (Aladin, un ristorante orientale, è quello frequentato, tra fumi e notiziari in arabo, dai due personaggi in dialogo) hanno l'aroma del narghilè. Ma Napoli è l'unica città al mondo che riesce al tempo stesso a essere multienica e a piegare i nuovi ospiti alle proprie usanze, al proprio dialetto, ai propri ritmi. Napoli sembra quasi non conoscere le difficoltà dell’integrazione. Anzi, in tale fenomeno la capitale del Mezzogiorno ritrova la sua antica vocazione mercantile, quella soffocata dalla guerra fredda, responsabile secondo il narratore del principio di tutti i guai per la città di Pulcinella. La guerra fredda ha operato la più grave offesa alla sensibilità, alla vocazione, all'urbanistica, al futuro napoletano, operando quel «furto del mare», che ha tarpato le ali allo sviluppo, vivacissimo in passato di una frenetica attività commerciale. Napoli schiacciata, privata del mare, è degenerata. Se nei reportage che il giovane Rea, da giornalista de L'Unità, andava collezionando nell' affacciarsi del secondo dopoguerra si registravano episodi assolutamente residuali di omicidio, gli appare ora evidente il livello di degenerazione culturale e morale che il «furto del mare» ha prodotto in quella città.
Ripercorrere quei vicoli non significa soltanto cercare la Napoli che muta e si contorce sui propri difetti, sul proprio dialetto deformatosi in animalesca vocalizzazione; il protagonista cammina all'indietro. Vi rivede l'infanzia e la figura di suo padre, comunista come lui, anzi più di lui, piccolo commerciante di piazza mercato, stimato da tutti ma due volte cacciato dalla città: prima dalla guerra calda, poi da quella fredda. La città negli anni cinquanta si lasciava alle spalle la propria dinamicità economica, l'esercizio commerciale di famiglia perdeva quota, il papà ne moriva, e lui, figlio, decideva di non portare sulle spalle il peso di una città che rotola giù, e come tanti, soprattutto tra gli intellettuali, volava via.
Ma in quest'avventura, incauto girovagare notturno, non esente da pericoli concreti, l'indomabile ottantenne dev'essere accompagnato da un'anima inquieta, con trent'anni meno di lui. Caracas, soprannome che tradisce le origini venezuelane, precocemente trapiantato nella città materna, cresce solo, non ama lo spirito truffaldino del contesto in cui viene a trovarsi e coltiva per un verso la propria creatività nella professione di grafico e fotografo, ma per altro aderisce a un'ideologia (simmetricamente opposta a quella del protagonista) che lo conduce per molti anni nell'abbraccio gelido del neo-nazismo, e più tardi, in età matura, verso l' Islam, suo nuovo approdo, terreno di accoglienza dei suoi valori di riferimento, e di un esasperato anti-occidentalismo. Caracas è un personaggio enigmatico, il cui senso più profondo è dato nelle sue confessioni relative a un amore tristemente conclusosi, quello con Rosa La Rosa. Donna bellissima, quasi mitologica, quasi immateriale, che per circostanze imprevedibili si trova a sprofondare nel baratro dell'eroina. Passo dopo passo, la dipendenza si acuisce. La relazione tra Rosa La Rosa e Caracas si attorciglia intorno alla ricerca e al consumo della dose, un percorso affannoso di volate notturne alla ricerca della ricarica, litigi e cedimenti di fronte alle sabbie mobili della droga. Droga e degrado. Rosa La Rosa cade sempre più in basso, trascinandovi chi la circonda, una sequenza devastante che si arresta con un'immagine impressionante, a più riprese evocata nella narrazione. Rosa La Rosa in piedi, dopo aver iniettato il veleno, al centro della stanza, capo chino, braccia a penzoloni. Resta lì immobile per ore. Dorme, forse, ma Caracas, attraversato da mille pensieri, persino quello del delitto, si alza e sommessamente abbandona Rosa in quello stato, al centro della stanza.
Questa figura femminile è essa il veicolo che conduce alla scoperta della compenetrazione dei due personaggi, del protagonista e del suo alter ego. Rosa La Rosa è Napoli. Bella, ma giunta al più profondo livello del degrado. Caracas l'ama, ma ne fugge via, l'abbandona in condizioni minimali, pur vaneggiando forse di un ritrovamento, che non cerca in nessun modo, ma che non gli impedisce in qualche occasione di spiare Rosa di nascosto. Analogamente, l'intellettuale lascia Napoli, l'ama, ne esalta il ricordo che stride con l'inguaribile degenerazione, tanto inguardabile da voltarsi altrove, e andar via. Come Rosa La Rosa, Napoli non può essere aiutata e non vuole esserlo. «La verità, Caracas - confessa il protagonista -, è una sola: io non sento di appartenere più a questa comunità. Tra noi, tra me e la città, è accaduto qualcosa di irrevocabile che rende impossibile ogni ipotesi di ritorno: sarebbe come votarmi a una tragica infelicità. Ormai io sono uno straniero, anzi un rinnegaato che si è fatto straniero».
E ancora più grave, diventa il peso di quest'estraneità, quando svela il doppio simbolo. Se Rosa è Napoli, Napoli è un luogo dell'anima, un luogo scabroso, abbandonato, quel lato di sé che si è visto degenerare e che non si è voluto salvare, recuperandolo, ma lo si è semplicemente allontanato allo sguardo. La metropoli, svogliata e oscura, appare all'io come una «responsabilità personale, una colpa, un rimorso».

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