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La causalità, le causalità


Recensione: R. Campaner, La causalità tra filosofia e scienza, Archetipolibri, Bologna 2008.






di Carlo Scognamiglio






La relativa marginalità che la filosofia della scienza ha avuto nel mio percorso formativo mi induce sovente ad esplorare, onde colmare odiose lacune e dialogare con approcci alternativi alle attitudini "continentali", i modi e i termini in cui i grandi temi della filosofia sono osservati dai principali epistemologi del nostro tempo. Il libro che Raffaella Campaner ha curato (si tratta di una raccolta antologica delle più significative teorie della causalità nella filosofia della scienza contemporanea), e a cui ha preposto una bella e utile introduzione sinottica, è un ottimo strumento di lavoro, qualora si intendano soddisfare esigenze analoghe a quelle che muovono le mie personali scorribande nel mondo degli "scientisti".

I modelli che la curatrice mette in evidenza dovrebbero rappresentare gli orientamenti più significativi sulla questione. Il primo di essi è l'approccio probabilistico, che a partire da Hempel in poi ha sempre più legato le ambizioni di una possibile spiegazione delle connessione di eventi a informazioni statistiche e probabilistiche. L'esempio classico è quello della correlazione tra l'essere fumatore e l'ammalarsi di cancro ai polmoni. Naturalmente la faccenda, come subito si può ipotizzare, è molto complessa. Tuttavia, è mia impressione che nell'ambito di una discussione sulla causalità probabilistica stia a cuore del ricercatore più una soluzione metodologica che la riflessione filosofica. In altri termini, i protagonisti di questo dibattito sembrano essere faticosamente consumati dalla necessità di chiarire con quale livello di certezza o probabilità sia possibile asserire che l'evento A sia causa dell'evento A1, o che il processo B abbia causalisticamente determinato il processo B1.

Che noi umani enunciamo continuamente connessioni causali è fuor di dubbio, così come da Kant in poi appare quasi ovvia la natura costitutiva della causalità nei confronti dell'esperienza. Pertanto, l'idea di fondo che domina il dibattito sulla causalità probabilistica è che il problema sia sostanzialmente concentrato nell'esattezza dell'enunciazione causale, e sulla capacità che la formulazione "statistica" abbia di predire o semplicemente di spiegare le relazioni tra eventi. Sullo stesso livello d'indagine si colloca anche l'altro filone analitico che concerne il regno delle cause, l'approccio controfattuale, il quale cerca di parte sua una connessione necessaria attraverso l'ipotesi che esclude alcune premesse: se si fosse esculso l'antecedente A, l'evento A1 si sarebbe verificato lo stesso? In caso di risposta è negativa, si può asserire che A è la causa di A1? Sempre su questo piano, infine, il dibattito sulla concezione manipolativa o manipolatoria della causalità.

Come mi pare di poter osservare, si tratta di approcci interessanti e certamente funzionali alla ricerca scientifica. In qualche modo la medicina deve pur provare a stabilire delle connessioni tra origini e conseguenze delle malattie, così come lo storico può evocare modelli di spiegazione affidabili e credibili. Valga ancor di più per le altre scienze, naturali o umane, si pensi solo al complicato caso della spiegazione in psicologia. Tuttavia, a me pare che gli epistemologi, forse per vocazione, tendano a muoversi su un terreno filosoficamente estrinseco. Posto che si diano fenomenicamente delle connessioni causali, che la causalità costituisca l'esperienza stessa, prima di affrontare il problema dell'affidabilità della spiegazione, ci si dovrebbe forse affaticare un pò di più nello studio della natura di quel nesso. Comunque li si voglia intendere, i rapporti di determinazione causale costituiscono sempre delle descrizioni di fenomeni processuali, appunto di determinazione. Una domanda interessante da sollevare potebbe essere in primo luogo quella su che cosa significhi determinazione. Quale sia l'essenza della processualità o del suo contrario.

Ma se anche si volessero eludere queste questioni categoriali assolutamente cruciali sul piano della ricerca filosofica, direi che potrebbe essere altresì disponibile alla curiosità del filosofo e dell'uomo di scienza la tematica relativa a quanti tipi di nessi di determinazione sono fenomenicamente osservabili. Un conto infatti è la causalità meccanica, per la quale i pezzi del domino, cadendo, determinano una reazione a catena, e dove dunque la linearità temporale sembra associare l'assoluta sovrascrivibilità tra la causa e l'antecedente, e l'effetto e il conseguente. Ben diversi sono i processi di causazione biologica, altamente sofisticati, e se così si può dire, non lineari ma circolari. La causa per la quale un topolino, pur essendo denutrito per un tempo che va da T0 a T1, e reintrodotta la nutrizione standard in una fase T2 possa poi raggiungere a T3 lo stesso livello di crescita di un altro topolino che da T0 a T3 non aveva mai subito denutrizioni, non è certo la medesima di quella meccanica. In questo processo, si assiste al fenomeno noto come equifinalità, ma poi si aggiungano i casi dell'omeostasi o altre complicazne biologiche che ci inducono a immaginare, per il mondo vivente, uno specifico e se vogliamo multiplo modello di determinazioe.

Direi che per la sfera psichica il discorso si complica ulteriormente. Stimolo-Risposta non è l'unico meccanismo che determina processi comportamentali. Basti pensare, sempre per rimanere nel comportamentismo, il ruolo che lo scopo o rinforzo assume nel dirigere l'azione per dubitare della linearità del modello classico di causazione. Per quel che riguarda poi la sfera dell'agire umano in generale, delle scelte individuali, delle strategie collettive, della storia, del trasferimento delle tradizioni e delle pratiche sociali, siamo veramente in grandi difficoltà, e abbiamo davanti a noi un campo di studi a dir poco sterminato.

Dunque il tema della causalità potrebbe esser colto dal lato della sua natura plurale: le causalità, cioè, quanti e quali sono i nessi di determinazione che "ci si danno" nell'esperienza?

Nel volume citato, si avvicina, ma in modo non particolarmente soddisfacente, all'essenza delle questioni da me sollevate, la controversia intorno al meccanicismo. Ma anche in questo caso l'istanza funzionalistica prevale su quella ontologica, o anche semplicemente fenomenologica.