venerdì

Etica e ontologia




Recensione: Roberto Poli, Fra speranza e responsabilità. Introduzione alle strutture ontologiche dell’etica, Il Poligrafo, Milano 2006


(testo già pubblicato sul sito www.filosofiaitaliana.it)







di Carlo Scognamiglio


L’etica può essere considerata una “regione” dell’ontologia. La dimensione contemplativa della riflessione etica, che non ne esclude la normatività, e semmai si offre come sua condizione, recupera un’idea aristotelica della filosofia, e della scienza in senso lato, che nel suo più ampio punto di presa non è altro che ontologia. Osservare le figure concettuali dell’etica, dalla persona al valore, con analogo atteggiamento analitico del distinguere l’essere dall’ente, è lo spirito in cui si riconosce lo sforzo compiuto da Roberto Poli, da anni impegnato in un innovativo percorso di ricongiunzione dei grandi filoni ontologici della filosofia occidentale con i galoppanti sviluppi della tecnologia informatica, delle scienze logiche e matematiche.
Le questioni che questo libro evoca al lettore di filosofia sono numerose, e tali da non poter essere discusse esaustivamente se non proponendo un nuovo volume. Proverò a individuarne alcune.
La riflessione etica non si esaurisce nella discussione dei pur pregnanti problemi posti ai nostri costumi o alla legislazione vigente dalle scoperte bio-tecnologiche, tantomeno da un insistente e spesso intempestivo confronto con le credenze religiose e i loro precetti. Poli contribuisce alla meritoria opera, che qualche filosofo ancora si impegna a promuovere, di riportare l’etica nell’unico orizzonte filosoficamente accettabile, quello dei concetti e della razionalità analitica. Come il sottotitolo lascia intendere, l’operazione che qui si vuol portare a termine consiste in una sorta di avviamento all’indagine delle strutture ontologiche dell’etica, della loro collocazione in un quadro categoriale più generale (non necessariamente completo, ma quanto più possibile esplorato). Si tratta di un approccio già sistematicamente avviato una volta nella storia della filosofia, da parte di Nicolai Hartmann, con la sua Ethik del 1926, un testo che Poli tiene molto ben presente, e a cui fa puntuale riferimento, pur ritenendo in vari passaggi di dovervi introdurre revisioni o integrazioni. Occorre dunque specificare meglio in quale tradizione di pensiero si inserisce l’autore. Poli si richiama a Brentano, Husserl e alla diramazione fenomenologica di Gottinga, ma decisivi per la strutturazione del suo punto di vista sono gli sviluppi ontologici desunti delle opere di Alexius Meinong, Roman Ingarden e soprattutto Nicolai Hartmann. Tuttavia non può essere dimenticata, in quest’opera come in tutta la produzione di Poli, la forte presenza della filosofia aristotelica, declinata tanto nei termini dell’eredità quanto in quelli del confronto. In una definizione sintetica, Poli riassume il proprio Standpunkt: «Questo volume si colloca all’interno di una prospettiva che potremmo definire di personalismo fenomenologico» (p. 14). Il senso della definizione, sarà chiarito da quanto segue.
Perno della trattazione sono i due nuclei concettuali strutturali a ogni possibile etica: la persona, in quanto soggetto, in quanto categoria etica, e in quanto generante un sistema di categorie etiche (prima fra tutte quella della libertà, direttamente implicata dalla categoria della persona e senza la quale impossibilitata a trovare spazio in ogni altro possibile strato ontico); i valori, orizzonte difficile ma imprescindibile di ogni teoria della tendenza volontaria, della realizzazione, e della produzione.
Rispetto al primo dei due nodi tematici, Poli propone una triplice articolazione del concetto di persona, o meglio, analizza tre modi di intendere quel concetto, non celandone le difficoltà. Il primo di essi, ispirato dalle tesi di Peter Singer, istituisce l’equivalenza tra essere persona e possedere alcune proprietà “personali”, che si sintetizzano in alcune competenze naturali dell’ homo sapiens sapiens. Questa idea si basa com’è chiaro sull’ipotesi dell’universale dignità degli esseri viventi, per cui il valore della persona coincide con il valore di un essere vivente, che si distingue per qualità e non per gradazione di valore dagli altri esseri viventi. Conseguenze controverse di questo modo d’intendere la persona consistono nel dover ammettere in quella categoria alcuni esseri viventi che non sono umani – e che però mostrano di eseguire performance coerenti con i requisiti di umanità – e peraltro di escludere dall’essere persona ogni infante e ogni inabile. Ma, oltre a ciò, quand’anche si ammettessero questi ultimi indicando nella categoria generale tutti quelli che “abitualmente” o “naturalmente” – per specie – hanno o dovrebbero avere i requisiti di umanità, si deve comunque segnalare che questo concetto di persona non è in grado di aggiungere nulla al concetto di essere umano. Se essere persona ha un significato ulteriore rispetto a quello di umanità è infatti certamente nella dimensione dell’individualità del soggetto implicato, non nelle sue caratteristiche generali. L’essere persona deve sapersi riferire, operazione certamente assai complessa, a un’universale singolarità.
Il piano della vita, ossia quello della dimensione biologistica ricavata da Singer, non è sufficiente. C’è dunque un secondo modo di intendere la categoria della personalità (evidentemente privilegiato da Poli), che condivide con il precedente l’idea per la quale “si nasce” persone, non lo si diventa. C’è cioè un’inevitabilità per l’essere umano della condizione di essere persona. In questa seconda prospettiva, suggerita dall’opera di Nicolai Hartmann, la persona è intesa come soggetto portatore di valori, o meglio, come soggetto in grado di “sentire” la sfera assiologica e determinarne la realizzazione. Attraverso un’ampia disamina di quelli che Hartmann definiva “atti emozionali trascendenti”, ma che qui sono approfonditi nelle più originarie versioni di Brentano e Husserl, come atti che istituiscono una connessione tra il soggetto e la sfera assiologica, l’autore prova a delineare una “sostanzialità” della persona, non riducibile alla sfera organica né psichica, ma emergente da esse in un novum categoriale: «La persona è uno strato di realtà che si eleva al di sopra dello strato psicologico del soggetto» (p. 81). La singolarità della persona, tema difficile per lo stesso Hartmann, deve quindi cadere in qualche modo (che Poli non approfondisce, ma che certamente meriterebbe altri studi) nel particolare rapporto (emozionale) con la sfera dei valori.
L’approccio all’assiologia si avvia da una piena convergenza con le prospettive di Max Scheler e Nicolai Hartmann: «Difenderò l’idea che i valori hanno natura prettamente apriorica; gli oggetti dell’etica sono apritrici tanto quanto lo sono gli oggetti della matematica» (p.13). Occorre specificare che a fronte dell’aprioricità e idealità (ossia non-realtà, a-temporalità) dei valori, del tutto aposteriorico e reale va considerato il punto di vista sui valori. In altri termini, il quadro assiologico prescinde dallo “sguardo” che la persona vi presta, ma quest’ultimo, come “apertura” ai valori, come loro scoperta o riconoscimento e conseguentemente come tendenza alla realizzazione, si costituisce nel mondo reale (della temporalità). La conseguenza di tale prospettiva è una soluzione del dilemma relativistico: in effetti, non sono i valori a essere relativi, come insisteva nel ribadirlo Nicolai Hartmann, ma sono certamente molteplici e parziali i punti di vista sui valori. Della parte centrale del libro, interamente dedicata alla questione assiologica mi lascia perplesso unicamente il punto in cui l’autore assegna autonomia ontologica ai disvalori. Una questione complessa, spesso tornata al centro della discussione etica, ma che a mio avviso non completamente risolta, perché nel quadro di un’analisi della sfera dell’essere ideale, mi pare arduo, sotto vari profili, assegnare essenza propria al disvalore.
Dopo l’ampia parentesi assiologica, cui pure tornerà nei capitoli dedicati agli “interi di valore”, Poli procede nell’integrazione della sua teoria della persona con un terzo concetto, individuato alla luce delle riflessioni di Martha Nussbaum sui diritti umani. Il “diventare persone”, come teoria delle capacità umane fondamentali, offre così un completamento alla prospettiva hartmanniana.
La vocazione di questo lavoro, per la quale al piano contemplativo si potrebbe aggiungere un contributo (che non potrà che rimanere tale) normativo, viene esplicitata verso la fine del libro – oltre che nel titolo – con il riferimento ad Hans Jonas e alla dimensione dell’anticipazione futura, sia nel senso della speranza che della responsabilità, come possibile orizzonte su cui concentrare gli sforzi della riflessione etica: «Sul piano scientifico la teoria dell’anticipazione costringe a sviluppare una scienza che riconosca che la realtà non è esclusivamente determinata dal passato. Parallelamente l’etica sta incominciando a capire che bene e male si incarnano anche nelle corrispondenti tendenze verso valori e disvalori. Le insospettate corrispondenze fra queste due diverse ma parallele trasformazioni della visione moderna possono forse condurci sia ad una scienza strutturalmente aperta ai valori sia ad un’etica a pieno titolo scientifica» (p. 198).