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Recensione: Benedetto Croce, "Saggio Sullo Hegel, seguito da altri scritti di storia della filosofia" , Bibliopolis (Edizione Nazionale), 2006








di Carlo Scognamiglio



La mai sufficientemente lodata Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce, edita da Bibliopolis, si è arricchita nel 2006 del Saggio sullo Hegel, uno dei testi filosoficamente più significativi per cogliere il fondo teoretico del pensiero crociano. I due volumi, uno di testo e uno di apparato critico, sono curati da Alessandro Savorelli, e nel secondo tomo può essere letta una limpida e utile nota al testo di Claudio Cesa. La notorietà dell’opera, che raccoglie diversi scritti crociani, è legata al primo saggio, quello che offre appunto il tema al volume, che ha per titolo Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel (1906). La coincidenza dei cento anni dalla prima edizione di questo scritto con la ripubblicazione di cui diamo notizia, procura l’occasione per dedicare a quelle pagine un’attenzione particolare.

Il saggio su Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel non è l’unico luogo in cui Benedetto Croce si confronta con il pensiero hegeliano, ma è certamente il più rappresentativo. In esso possono essere individuate le principali tracce di continuità e discontinuità dell’idealismo crociano rispetto alle posizioni del padre della dialettica moderna. Non a caso, l’incipit suona al tempo stesso come una celebrazione della grandezza del filosofo tedesco e come posizione del primo vero problema filosofico della trattazione: «Hegel è di quei filosofi, che hanno fatto oggetto del loro pensiero non solo la realtà immediata, ma la filosofia stessa, contribuendo per tal modo a elaborare una logica della filosofia. Anzi, a me sembra, la logica della filosofia (con le conseguenze che ne discendono per la soluzione dei problemi particolari e per la concezione della vita) fu il segno a cui egli rivolse lo sforzo maggiore della sua mente» (p. 11). Quando Croce riconosce proprio a Hegel il merito di aver dedicato buona parte delle sue opere all’elaborazione di una «dottrina intorno alla natura dell’indagine filosofica» (p. 13) evoca la nozione di “logica della filosofia”, che non è del tutto pacifica, specie in una prospettiva idealista. Se nella struttura della “sistemazione” crociana essa si pone come un’esigenza, legata al problema di un pensiero che per un verso sia una forma dello spirito, ma al tempo stesso abbia la potenza di pensare (dunque contenere) tutte le altre forme (aporia, questa, risolta da Croce solo ricorrendo alla metafora dello specchio d’acqua, che pur essendo solo una parte del paesaggio, ne riflette al tempo stesso la totalità delle forme) quella nozione trova forti ostacoli nell’edificio della filosofia hegeliana. La dialettica non è, nella Scienza della logica, metodo del pensamento filosofico, ma è la natura stessa del pensiero, e dunque, nell’orizzonte idealistico comune ai due pensatori, della totalità dello spirito. La questione appare particolarmente complessa in virtù proprio dell’indicazione della dialettica come forma del pensare, poiché, come Hegel dimostra in tutta la sua opera, e come lo stesso Croce non manca di evidenziare, pensare la dialettica non può che essere, ultimativamente, pensiero dialettico, così come Hegel fu al tempo stesso scopritore della logica dialettica e grande maestro nel mostrare l’esercizio di quella logica nel suo concreto manifestarsi.

Il primo capitolo del Saggio sullo Hegel è intitolato significativamente: La dialettica o la sintesi degli opposti. Ciò annuncia sostanzialmente la risoluzione, certamente efficace, dell’intera dialettica hegeliana nella sua più profonda acquisizione, ovvero nella sintesi degli opposti.

Croce è attratto dalla teoria degli opposti in virtù di un’emergenza teoretica proveniente dal proprio percorso di elaborazione sistematica, quella cioè inerente alla teoria dei distinti. L’interesse stringente che il problema degli opposti assume nel percorso crociano di costituzione della teoria dei distinti, per ora intesa nel senso di una teoria dei gradi, è testimoniato dal ritmo argomentativo del Ciò che vivo e ciò che è morto, là dove, in un modo che pare quasi dettato da inconsapevole urgenza, per introdurre quel tema strutturale della dialettica hegeliana, Croce pare avvertire come irrefrenabile l’esigenza di prendere avvio proprio dalla questione dei distinti: «[Il problema degli opposti] è un problema del quale conviene chiarire accuratamente i termini, se si voglia intenderne la gravità e la difficoltà. Il concetto filosofico (che, come si è ricordato, è universale e concreto), in quanto concretezza, non esclude, anzi include in sé le distinzioni: è l’universale in sé distinto, e risultante da quelle distinzioni […] Per esempio, la fantasia e l’intelletto sono concetti filosofici particolari, rispetto a quello di spirito o attività spirituale; ma non sono fuori o sotto dello spirito, anzi sono lo spirito stesso in quelle forme particolari» (pp. 15-16). Prosegue, con una delle affermazioni più significative ed emblematiche del saggio, sempre nella stessa pagina: «Senonché, il nostro pensiero, nell’indagare la realtà, si trova innanzi non solamente i concetti distinti, ma insieme gli opposti, i quali non possono essere senz’altro identificati coi primi, né considerati casi speciali di quelli, quasi una sorta di distinti. Altra è la categoria logica della distinzione, altra la categoria dell’opposizione».Tale alterità si fonda su due assunti basali. In primo luogo i concetti distinti, pur implicandosi l’un l’altro, restano distinti; al contrario gli opposti sembrano escludersi reciprocamente. In seconda istanza, la distinzione può essere mantenuta senza produrre crepe nel concetto filosofico, mentre l’opposizione produce scissioni e dualismi. La scoperta hegeliana viene così identificata con una storica risoluzione delle ataviche contrapposizioni tra monisti e dualisti, conseguita per merito dell’intuizione per la quale nell’opposizione gli opposti si escludono sì reciprocamente, ma non sono opposti rispetto alla loro unità o sintesi. Per cui l’opporsi degli opposti è l’unico vero reale, è un movimento logico, è divenire, svolgimento: «Il concetto filosofico è universale concreto; e perciò pensamento della realtà come, tutt’insieme, unita e divisa» (p. 22). L’opposizione è sì il negativo dell’unità, ma in quanto negazione è a sua volta un positivo (negazione della negazione), per cui il movimento logico non è semplicemente unità degli opposti, ma sintesi dell’unità e dell’opposizione, le quali appaiono rispetto a questa sintesi, unica reale, come due astrazioni: «Fuori della sintesi, gli opposti sono impensabili» (p. 24).Croce esprime la propria persuasione che quanto sia da considerare erroneo nella filosofia di Hegel debba essere rinvenuto, insieme ai suoi grandi pregi, nel nucleo essenziale della sua scoperta filosofica, quello cioè inerente lo studio della logica della filosofia. Se di errori dobbiamo parlare, non possono che essere che generati dalla dottrina logica, e di lì “viralmente” diffusisi nell’intero sistema. La teoria hegeliana degli opposti, secondo il suo interprete italiano, non tiene sufficientemente conto dei distinti speculativi: «Il concetto filosofico, l’universale-concreto o Idea, com’è sintesi di opposti, così è sintesi di distinti» (p. 62). Lo scopritore della dialettica avrebbe indebitamente omesso di distinguere la teoria degli opposti da quella dei distinti, ricorrendo, per gli uni e per gli altri, al medesimo meccanismo dialettico, che è quello spiegato dallo stesso Hegel attraverso la categoria logica della contraddizione. Ma tale unificazione rende impossibile la distinzione tra concetti effettivamente opposti, come vero e falso, e concetti concretamente distinti come pensiero e azione.Con il capitolo quinto Croce avvia dunque l’esposizione relativa ai danni della dialettica, nella sua più rigorosa estensione dalla relazione degli opposti a quella dei distinti, con il risultato, evidente nell’intera opera sistematica di Hegel, di trasformare alcuni errori filosofici in verità parziali o gradi della verità, e all’incontro, i concetti distinti, anch’essi intesi quali parzialmente veri e tali da esser superati, son fatti decadere, in sostanza, a errori filosofici. Croce se la prende in particolare con il momento teorico in cui, come accade nella nota 1 relativa al paragrafo del «Divenire», entro il primo capitolo della Scienza della Logica, Hegel cede alla tentazione di forzare ciò che in un primo tempo aveva rigorosamente dedotto logicamente, cioè la sequenza triadica del cominciamento, per costruire delle esemplificazioni storiche o temporali. Per cui, anziché essere due astratti egualmente veri soltanto nella concretezza del divenire, essere e nulla vengono idealmente posti in corrispondenza a posizioni filosofiche espresse nel tempo, cioè all’eleatismo, al buddismo e all’eraclitismo. E proprio in questa esemplificazione si vede bene come le prime due posizioni altro non rappresentino se non due eguali parzialità astratte, due errori filosofici. Il rischio, secondo Croce, è che in tal guisa procedendo, anche i distinti, come l’intuizione e il concetto, vengano risolti in errori filosofici.La seconda metamorfosi, dopo aver trasformato gli errori filosofici in gradi della verità, è stato invece quello di aver trasposto i gradi dello spirito, cioè le forme distinte, in verità incompiute, appunto errori filosofici. Di primo acchito non appare chiara la perplessità crociana. Se i gradi dello spirito sono da intendersi, appunto, come gradi, per quale ragione la filosofia hegeliana avrebbe tradito questa idea? A tale domanda occorre rispondere sottolineando come la figura della gradualità in Croce non implichi in nessun modo il superamento, nel senso appunto dell’Aufhebung. Certo il pensiero implica il suo grado inferiore, cioè l’intuizione, ma non lo toglie, l’intuizione rimane intuizione, altrettanto concreta e vera quanto il pensiero. In Croce non v’è superamento di una forma nell’altra, e in questo senso non vi sono veri e propri gradi, tanto è vero che tale immagine sarà presto superata da Croce nell’idea del circolo dei distinti. Le forme dello spirito, sono e restano tali sub specie aeternitatis. Se in un primo momento Croce aveva rimproverato a Hegel la riduzione dei distinti a mere astrazioni interne all’opposizione, ora invece, criticando la declinazione “storica” delle categorie logiche, deve riconoscere a Hegel la concretezza posta nelle forme distinte, contestandone però la prospettiva della parzialità, secondo la quale la verità delle forme dello spirito si costituisce nell’assolutezza conseguita alla fine della speculazione filosofica: «Perciò Hegel – osserva Croce – non giunse a cogliere il carattere originale né dell’attività estetica, né di quella storiografica, né di quella naturalistica: vale a dire, né dell’arte, né della storia, né delle scienze fisiche e naturali» (p. 85).



(questo testo è stato pubblicato sul sito www. filosofiaitaliana.it)