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Logica e ontologia formale nelle "Ricerche logiche" di Edmund Husserl



di Carlo Scognamiglio
1. L’ontologia formale, che trova in Husserl (Logische Untersuchungen, 1900-1902) la sua costituzione, o meglio la sua “proposta” fondazionale, è oggetto d’interesse dei pensatori di formazione analitica, ma anche di quanti con una curiosa aggettivazione geografica vengono definiti “continentali”. Per i primi, l’ontologia formale viene ridotta nell’orizzonte della logica formale, e spogliata di buona parte delle sue ricadute metafisiche. Diversamente, la storia del pensiero fenomenologico ha inteso l’elemento dell’ontologia formale come una parte della costruzione teorica (come bene è esemplificato nella terza e nella quarta ricerche logiche di Husserl) il cui esercizio deve essere dischiuso dalla fenomenologia.
Prima di scegliere in quale dei due schieramenti ermeneutici trovare la propria collocazione, occorre forse cercare di approfondire la scelta husserliana, il che si rivela un’impresa tutt’altro che agevole, in quanto le Logische Untersuchungen sono un testo insidioso, in cui convivono anticipazioni fenomenologiche e latenze di logicismo. Si può primariamente osservare che l’ontologia, se può essere formale, deve in certo senso poter essere anche materiale. Se non è agevole cogliere la distinzione proposta dallo stesso Husserl tra ontologia formale e ontologia materiale, non meno ardua rimane la decifrazione della letteratura critica. Si ricorra per il momento alla proposta interpretativa di Roberto Poli: «In introducing his distinction between formal and material ontology, Husserl asserts that former is descriptive and involves analytic a priori judgements, and the latter involves synthetic a priori judgements»[1]. In altri termini, l’ontologia formale sarebbe interessata al semplice “qualcosa”, alla regione formale dell’oggetto in generale. L’orizzonte materiale invece, da un punto di vista genetico sarebbe lo studio del campo della percezione e della sua fondazione, da un punto di vista descrittivo lo studio delle categorie materiali delle varie “regioni” ontologiche. Nel primo senso, quello genetico, la sfera dell’ontologia materiale precede quella dell’ontologia formale; nell’altra interpretazione, accade esattamente il contrario.
Questo particolare punto della distinzione appare particolarmente problematico, proprio in quanto insufficientemente sviluppato da Husserl il quale, se da un lato si mostra interessato a porre le basi di una mathesis universalis, deve per altro verso sciogliere alcuni nodi cui la fenomenologia e il suo metodo lo costringono. Husserl infatti è indotto al superamento della logica formale mediante la costituzione del metodo fenomenologico, in quanto ogni logicismo, nella sua formulazione, non si dimostra in grado di cogliere il dato filosofico implicito nell’istanza dello psicologismo.

2. Le leggi e i concetti della logica e della matematica non possono essere compresi a partire da una prospettiva psicologista. La consapevolezza di questo assunto, tutt’altro che scontato, costituisce l’istanza nucleare del primo volume delle Logische Untersuchungen, intitolato, non a caso, Prolegomena zur einen reinen Logik. Non è troppo interessante, sebbene sia fondamentale per la comprensione delle tematiche affrontate e per una buona storiografia filosofica, una ricostruzione della storia della logica e delle sue relazioni con gli studi psicologici negli ultimi anni del secolo decimonono, né nello specifico il cambio di “posizione” dello stesso Husserl (passato appunto dalla prospettiva psicologista ne La filosofia dell’aritmetica al nuovo approdo fenomenologico). Più utile è forse guardare ai problemi.
Cosa vuol dire infatti che le leggi logiche non possono essere pensate in un quadro di costituzione psicologica? In primo luogo significa che le idee, i concetti logici, così come gli enti matematici, non possono essere intese come formazioni cognitive prodotte dalla mente di un soggetto empirico. Non siamo ancora al superamento vero e proprio del soggetto empirico, perché com’è noto Husserl perviene al trascendentalismo solo diversi anni più tardi. Per il momento è sufficiente concentrarsi sulle motivazioni che escludono radicalmente la possibilità di intendere quei concetti come costrutti psichici. E’ piuttosto ovvio che la fondazione del “logico” e del “matematico” nella sfera della soggettività (empirica) implicherebbe l’impossibilità di presumere l’oggettività, dell’uno quanto dell’altro. In fondo, la prospettiva psicologista si riduce a una variante dello scetticismo, e dunque al relativismo, nel momento in cui implicitamente o esplicitamente nega l’oggettività e idealità delle essenze logico-matematiche. La riconduzione dello psicologismo nell’orizzonte dello scetticismo consente a Husserl non soltanto di enumerare una serie di obiezioni importanti alla riduzione delle verità teoretiche a induzioni empiriche, ma a formulare quella che è probabilmente la più nota e più importante confutazione dello scetticismo logico.
D’altro canto, l’irriducibilità della logica alla psicologia, osserva Husserl, è piuttosto evidente quando osserviamo che gli studi psicologici non possono contare su conoscenze certe o esatte, ma solo su approssimative derivazioni osservative, la logica e i suoi principi manifestano un’assoluta esattezza.
Se è vero che Husserl cerca energicamente una via d’uscita dallo psicologismo, è altrettanto solida la sua consapevolezza dell’insufficienza di un’opzione formalistica o normativo-tecnologica degli studi logici. La logica formale o la logica matematica, intesa come studio del dover-essere del pensiero, non costituisce e non può costituire una vera scienza, o meglio, un terreno di fondazione delle scienze, in quanto carente sul piano della presentazione coscienziale della logica. In altre parole, sebbene la psicologia non possa spiegare la formazione dei concetti logici, essa deve pur avere qualche ragione in questa sua pretesa, che i logici formalisti non sono in grado di cogliere, e che consiste nell’ineluttabile manifestazione nella coscienza, e solo nella coscienza, dei concetti e delle leggi logiche. Una filosofia rigorosa, non può non porsi su questo terreno di comunicazione tra psicologia e logica, e soltanto cercando di cogliere il modo in cui le essenze ideali si manifestano a una coscienza (empirica) sarà possibile sciogliere il nodo della parzialità del logicismo da un lato, e dello psicologismo dall’altro. L’indagine della manifestazione delle oggettività ideali alla coscienza è, appunto, la fenomenologia, che in questa prima fase del pensiero husserliano coincide con l’aspirazione alla costituzione di una logica pura (completamente apriorica e non tecnologica, ma teoretica). Secondo Husserl, la comprensione del presentarsi degli oggetti ideali nel possesso conoscitivo del soggetto pensante non può essere un compito dal quale una logica pura possa esimersi.
A guardar bene, neanche l’ontologia formale è in grado di rispondere fondatamente a tale esigenza, nella misura in cui diventa quasi indistinguibile dalla logica formale. E’ anche possibile provare a descrivere una demarcazione[2], ma la distinzione resta debole, e lo stesso Husserl nelle Ideen sostiene il reciproco rinvio dell’una all’altra: le due discpiline appaiono come due diverse interpretazioni della medesima realtà. Roberto Poli osserva che nonostante la difficoltà di una distinzione che tenda ineluttabilmente alla difficoltà di istituirsi fino in fondo, è possibile ricorrere alla dimensione dell’atto nella sua definizione, ponendo cioè la discriminazione tra atti costituivi di significato (logica formale) e atti costitutivi dell’oggetto (ontologia formale), ma dopo una rapida disamina di quest’ulteriore possibilità conclude: «However innovative and incisive Husserl may have been as a thinker, he seems to have failed to give an entirely convincing analysis of the formal properties of meaning and the object»[3].
Seguendo questa lettura all’interno del filo del nostro ragionamento, possiamo dunque ipotizzare il limite dell’ontologia formale proprio in un deficit di metafisica. In altri termini, nella possibilità di spiegare: (i) in che senso le leggi dell’oggetto in generale possano essere colte in una coscienza; (ii) perché le leggi dell’oggetto in generale, o il piano di una mathesis universalis debbano o riescano ad avere validità per gli oggetti “particolari”. In questo senso, l’indagine fenomenologica non può non avere una priorità procedurale su qualsiasi costruzione ontologica, ma essa stessa, in quanto moventesi in un orizzonte esclusivamente coscienziale, non può, a meno di non defluire in un idealismo trascendentalistico, costituire un’ontologia. La profonda consapevolezza di questo problema spinge Nicolai Hartmann a una forzatura, nel momento in cui spezza il “principio di coscienza” in funzione di un’istanza metafisica improrogabile, mentre Husserl non vede altra strada di fronte a sé se non il trascendentalismo soggettivistico[4].

3. La fenomenologia dovrà dunque studiare le essenze logiche all’interno dell’ esperienza vissuta (Erlebnis) coscienziale. Non è stato ancora formulato il concetto di riduzione eidetica, ma è piuttosto chiaro che per attivare il meccanismo fenomenologico è necessario che si “trascurino” prese di posizione sul mondo e sulla sua realtà. L’indagine dei vissuti non ha a che fare con ipotesi metafisiche, ma lascia scorrere davanti a sé una mostrazione del flusso di coscienza. Dall’unità fenomenologica del vissuto si possono isolare, soltanto per via d’astrazione (così come per via d’astrazione si distinguono nell’atto intenzionale la qualità e la materia dell’atto), i due presupposti che stanno rispetto a essa, su un piano esclusivamente logico, come la condizione sta al condizionato: affinché ci sia un atto[5] di coscienza (di qualunque qualità esso sia, rappresentativo, giudicativo o emozionale), è necessario infatti che da un lato si dia un atto intuitivo, e dall’altro che vi siano delle essenze. Per quanto concerne l’intuizione, occorre specificare che per Husserl non si dà in nessun caso un’intuizione bruta o alogica, ma in ogni intuizione c’è sempre l’intuizione dell’universale che si dà in ogni atto di coscienza. In questo senso Husserl si spinge oltre Kant nell’elaborazione dell’apriori. Se il filosofo di Königsberg aveva infatti studiato la presenza e la funzionalità dell’apriori prevalentemente (ma non solo, come invece sembra intendere Husserl) nella sfera dell’intelletto, il padre della fenomenologia accoglie anche e in primo luogo nell’intuizione una presenza forte e significativa dell’apriori sintetico, che diventa dunque un apriori materiale, e non solo formale. Scrive Husserl: «I concetti logici, come unità valide del pensiero, debbono necessariamente aver origine nell’intuizione; essi sorgono dall’astrazione ideante, sul fondamento di certi vissuti, e debbono trovare nuova verifica ed essere ricompresi nella loro identità con se stessi ogni volta che questa astrazione ripetuta»[6]. E’ evidentemente questo punto il cuore dell’intuizione husserliana. Il significato più profondo della fenomenologia sta proprio in questa intenzione di andare al di là, o forse al di qua, dell’indagine logico-formale, ma di «tornare alle “cose stesse” […] suscitare in noi la capacità di mantenere i significati nella loro irremovibile identità»[7].
L’universalità è nelle essenze, che in ogni espressione sono costituite dal “significato”, la cui consistenza ontologica è particolarmente interessante: non si tratta di essere reale, ma di un irreale che si presenta sempre mediante un nesso con un’espressione reale. Storicamente, osserva Husserl, sono state date prevalentemente due letture erronee del problema degli oggetti “generali”: «In primo luogo, l’ipostatizzazione metafisica del generale l’assunzione di un’esistenza reale della specie al di fuori del pensiero. In secondo luogo, l’ipostatizzazione psicologica del generale, l’assunzione di un’esistenza reale della specie nel pensiero»[8]. Husserl esce da questo duplice “errore” replicando con una soluzione ingegnosa. L’essere ideale, non essendo temporale, a differenza dello psichico, non è reale, ma necessariamente irreale. Tuttavia ciò che è irreale non è nulla, ma è essere atemporale. Ma al tempo stesso, coerentemente con il rifiuto di porre la questione della conoscenza su un piano metafisico, che ragioni dunque sulla possibilità della relazione di trascendenza tra coscienza e oggetto, Husserl respinge un’ipostatizzazione dell’essere ideale di eredità platonica. L’essere ideale è, ma è nell’atto di coscienza reale. Si manifesta nel reale e per mezzo del reale (cioè dell’espressione).
Così Renzo Raggiunti prova a definire la natura del significato: «Unità oggettiva ideale che non si trova né al di fuori della conoscenza né negli atti reali della coscienza, bensì nella coscienza come atto intenzionale»[9].
L’intuizione delle essenze, si riassume in quella nozione di intenzionalità della coscienza che Husserl eredita da Brentano ma che autonomamente sviluppa con particolare cura nella quinta ricerca.
L’introduzione del concetti intenzionalità è particolarmente importante ai fini della transizione husserliana. Il concetto di esperienza vissuta, da un punto di vista fenomenologico, costringe in buona parte Husserl a mantenersi forzosamente su un piano empiristico, il che è ovviamente intollerabile, in quanto l’empiricità à semmai ciò su cui si innesta l’analisi fenomenologica e che viene tolta nell’avvio di quest’indagine stessa. Mai potrebbe dunque cosituirne la base scientifica. Tuttavia, nella spiegazione del “vivere” cui il concetto di Erlebnis fa riferimento, Husserl è indotto a precisare: «Certi contenuti sono elementi costitutivi di un’unità di coscienza, della corrente di coscienza fenomenologicamente unitaria di un io empirico. E quest’ultimo è un intero reale, realmente composto di molteplici parti, e si dice che ognuna di queste parti viene “vissuta”. In questo senso ciò che l’io e la coscienza vive è appunto la sua esperienza vissuta»[10]. Ma la consapevolezza di questi limiti è forte in Husserl, che passando attraverso l’ipotesi di un Ego più originario, quello del cogito cartesiano, che gli viene in aiuto dunque molti anni prima delle Cartesianische Metitationen, si avvede che l’io empirico è necessariamente l’intentum, e non l’intenzionante: la coscienza intenzionale, come nozione, sebbene non ancora compresa come coscienza trascendentale, conduce dunque alla costituzione dell’ io fenomenologico «che costiuisce intenzionalmente l’io empirico»[11]. Ha dunque ragione Franco Bosio nel sottolineare come la scoperta dell’intenzionalità «prelude ormai alla futura impostazione trascendentale della fenomenologia»[12].
C’è da dire, tuttavia, che l’incertezza husserliana in questi passaggi definitori dell’egoità è ancora forte. Poco più avanti, nel paragrafo intitolato L’io puro e la coscienzialità, Husserl teme una deriva metafisica nella via filosofica imboccata, e torna parzialmente indietro asserendo di poter notare esclusivamente l’io empirico, e ammette di fare fatica a concepire un io originario o più originario di quello empirico. Nella seconda edizione (1913) tuttavia, proprio in una nota aggiunta a chiarificazione di questo passaggio, Husserl scrive: «Nel frattempo ho appreso a scoprirlo, ovvero ho apprese a non lasciarmi confondere, nell’afferramento puro del dato, dal timore di cadere nelle degenerazioni della metafisica dell’io»[13].
L’importanza che Husserl si ritrova ad assegnare al problema della soggettività costituisce probabilmente la vera ragione per cui, nell’economia della sua filosofia, l’ontologia formale mantiene una sorta di secondarietà rispetto alla fenomenologia.



[1] R. Poli, Husserl's conception of formal ontology, «History and philosophy of logic», 1993, 14, pp.1-14: 2.
[2] Scrive Roberto Poli: «We must distinguish between what is formal in a logical sense and what is formal in an ontological sense. The former category comprises logical operators and logical functors, the latter comprises whathever pertains to the ‘object in general’ or the ‘simple something’. Logical formal concepts are therefore the functors, like negation, conjuction, implication, and quantifiers. Non-logical (i.e. ontological) formal concepts are the concepts of part, whole, unity, connection, etc. relative to the simple something» (Husserl's conception of formal ontology, cit., p. 3).
[3] Ibid., p. 6.
[4] Cfr. N. Hartmann, Grundzüge einer Metaphysik der Erkenntnis, Walter de Gruyter, Berlin 1921.
[5] Husserl intende con il termine «atto» espressamente un vissuto intenzionale.
[6] E. Husserl, Logische Untersuchungen, tr. it. vol. I, cit., p. 271.
[7] Ibid. p. 271-272.
[8] E. Husserl, Logische Untersuchungen, tr. it. vol. I, cit., p. 393.
[9] R. Raggiunti, Introduzione a Husserl, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 27-28.
[10] E. Husserl, Logische Untersuchungen, tr. it. vol. II, cit., pp. 143-144.
[11] Ibid., cit., p. 149.
[12] F. Bosio, La fondazione della logica in Husserl, Lampugnani Nigri, Milano 1966, p. 70.
[13] E. Husserl, Logische Untersuchungen, tr. it. vol. II, cit., p. 155.

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