mercoledì

Marcello Flores e il bolscevismo come categoria spirituale


Recensione: M. Flores, 1917. La Rivoluzione, Einaudi, Torino 2007


di Carlo Scognamiglio




In coincidenza con il novantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, l'editore Einaudi propone un libricino di Marcello Flores intitolato solennemente: 1917. La Rivoluzione. Conformemente al profilo consueto della collana in cui si inserisce ("Vele"), il volume in oggetto ha un taglio sintetico e raffinato. Esso rappresenta una riflessione a volo d'uccello sugli eventi dell'Ottobre russo, sulle sue premesse e conseguenze.

Tra i meriti di Flores mi sentirei di segnalare l'individuazione di un elemento poco studiato del movimento rivoluzionario guidato dai Soviet, che pure mi pare indubbio e interessante, mi riferisco alla particolare sinergia tra le istanze socialiste e il ben più radicato spirito messianico di cui la cultura russa era profondamente intrisa. Mi pare efficace in proposito l'immagine da Flores richiamata, che il poeta Aleksandr Blok evoca ne I Dodici per descrivere lo spirito stesso della rivoluzione, in cui un manipolo di "ragazzi" nel servir l'armata rossa, armati di carabina e decisi ad annichilire e ridurre in fiamme quel che resta della borghesia, immersi nella bufera di cui essi stessi sono portatori "Così vanno nella sera,/ed il cane è ormai laggiù,/ma davanti alla bandiera,/camminando lieve/nel vortice di neve,/di rose inghirlandato/ in un nembo imperlato,/avanti marci tu,/ non veduto, o Gesù!."

Ovviamente in quest'ultima figura non dev'esser letta la religiosità del socialista rivoluzionario Blok, bensì l'idea dell'ineluttabilità, o quasi la "benedizione" storica della necessità della rivoluzione, con tutte le sue conseguenze, anche cruente. Il rapporto su necessità del cambiameto e modalità di accesso ad esso (il famoso distinguer la rivoluzione da una cena di gala, esempio classico proposto da Mao Tzedong) è un punto su cui riflettere, perché spesso oggetto di contesa nei dibattiti su fini e mezzi in tutti i marxismi d'occidente.

Mi convince meno però il senso complessivo che evocazioni come questa svolgono all'interno del volume, che potrebbe esser definito, con un'etichetta per lo più scomparsa dal linguaggio critico, un libro squisitamente reazionario. Mi spiego subito. Flores in maniera seria e raffinata ricostruisce gli eventi dell'Ottobre utilizzando una chiave molto esplicita. Egli tende a trasformare il bolscevismo in una categoria spirituale, traslando in questo modo gli eventi su un piano storiograficamente poco controllabile. Il profilo che egli traccia di Lenin e della sua "cricca", più volte indicati come una sparuta minoranza, è segnato sostanzialmente da cinismo, opportunismo, sagacia tattica e strategica, e ossessiva sete di potere. L'idea è quello di un gruppuscolo di politicanti di professione che senza alcun principio etico o politico in senso lato sanno carpire la buona fede delle folle e profittare delle debolezze del governo provvisorio per mettere in atto un colpo di stato e avviare un periodo di terrore giustificato soltanto dalla necessità storica di restare al potere, costi quel che costi. Il bolscevismo non è più dunque una categoria politica (portatrice di istanze, piattaforme, organizzazione) ma spirituale, nel senso meno nobile del termine.

Senza entrare nel merito della ragione e delle aspettative di una simile lettura, direi che la sua debolezza si vede bene nelle pagine del libro, in cui il lettore aspetta che, stando così le cose, da un momento all'altro l'autore spieghi come mai questo gruppetto di "delinquenti" sia riuscito a mantenere il potere. Ciò che veramente appare oscuro nelle interpretazioni analoghe a questa (come accade del resto anche negli studi sul nazismo), è l'assoluta impossibilità di spiegare come quattro politicanti possano mantenere il potere in un paese sterminato come la Russia, resistendo alle pressioni (anche armate) internazionali e ai tentativi di guerra civile (chiamati in quel periodo "controrivoluzionari") senza poter godere di un ampio sostegno delle masse. Giudicherei senz'altro debole una replica che evochi esclusivamente la forza di polizia come "tenuta" della dittatura. Per i fascismi oltre al potere militare interveniva un forte elemento di dominio economico sulla popolazione (determinato dall'utilizzo del sistema capitalistico a fini di controllo sociale). Ma per la società sovietica questo elemento non può essere evocato, in quanto non vi erano strutture di gestione e controllo sociale ulteriori al governo.

1 commento:

  1. Anonimo18:48

    Non glielo invidio, ma riconosco che Carlo possiede un potente stomaco politico. Fortunatamente gli funziona altrettanto bene l'apparato escretivo...
    Giovanni

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