mercoledì

Assiologia e ontologia


Recensione: Mi-Won Kim, Grundlegung der Werte in der Lebenswelt des Menschen. Studien zum Pflichtbewuβtsein und zur Wertethik, Tectum Verlag, Marburg 2000)


di Carlo Scognamiglio

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Nicolai Hartmann è un filosofo che condivide con altri autori l’amaro destino, dovuto a scarsa popolarità, di esser considerato nell’ambito della letteratura critica sempre mediato da un’istanza divulgatrice. In altri termini, ogni studioso che si accinge a scrivere un saggio hartmanniano, deve avvertire dentro di sé una qualche necessità di illustrare ai propri lettori le “grandi linee” dell’ontologia critica, che per la sua complessità, tra l’altro, difficilmente si lascia ridurre – salvo banalizzazioni – in facili sintesi. La conseguenza è che spesso l’esplicazione generale subentra alla critica intrinseca, riducendo di molto la possibilità di leggere studi o approfondimenti su quello che a mio modo di vedere costituisce invece un momento notevole della storia del pensiero contemporaneo.
Di recente è stato pubblicato da Tectum Verlag un volume di Mi-Won Kim (Grundlegung der Werte in der Lebenswelt des Menschen. Studien zum Pflichtbewuβtsein und zur Wertethik, Marburg 2000) orientato a ricostruire per tracce generali la teoria dei valori di Nicolai Hartmann, e osservarne le conseguenze in una prospettiva “antropologica” (nel senso dell’antropologia filosofica, s’intende).
Questo tentativo mi appare interessante non soltanto per il taglio interpretativo, che pur prevedendo l’ormai consueta riproposizione dell’impianto generale del pensiero hartmanniano, prova ad attraversare alcune delle principali opere del filosofo di Riga seguendo le tracce di una questione interessante e non troppo esplorata, quella dell’ontologia della persona, intesa nel suo agire orientato alla realizzazione di valori. Sebbene questo studio miri a chiarire alcune questioni relative all’etica di Hartmann, esso, come è opportuno (ma nient’affatto ovvio) procedere, prende le mosse da Der Aufbau der realen Welt, premettendo dunque a ogni ordine di discussione il quadro ontologico di riferimento, per approfondire poi la struttura dell’essere ideale (mediante la lettura di Die Grundlegung der Ontologie) che lo condurrà infine ai temi della persona, dell’assiologia, della libertà e del dovere. La ragione di una simile impostazione è ben spiegata in un doppio passaggio. In prima battuta, le conclusioni inerenti la reciproca trascendenza di soggetto e oggetto, illustrate da Hartmann nei Grundzüge einer Metaphysik der Erkenntnis, implicano il passaggio a una filosofia che superi il problema del conoscere, per affisare l’intera sfera dell’agire e del sentire. In un secondo tempo, una simile antropologia necessita di una solida dottrina ontologica sulla quale potersi edificare: «Eine neue Ontologie ist von der Antropologie her gefordert. Aber die neue Ontologie ist ohne eine allgemeine Seinslehre nicht zu bewerkstelligen» (p. 15). Mi-Won Kim, alla luce di tale consapevolezza, prende le mosse dalla seconda istanza, anche se, si può segnalare, la prima (inerente il passaggio dalla gnoseologia all’ antropologia ontologica) è forse più importante sul piano della comprensione storiografica come filosofia della dimensione “fondazionale” del pensiero hartmanniano.
La trattazione entra dunque subito nella complessità del problema di un’ontologia del mondo reale, che si configura non solo come uno studio dei modi dell’essere, ma anche dei modi del divenire, evidenziandosi la processualità come categoria generalizzata dell’essere reale. Tuttavia questo studio non si smarrisce nell’indagine della costruzione del mondo reale, ma coerentemente coi fini del saggio, predilige la problematizzazione di quella stratificazione nell’essenza dell’essere umano. Ha ragione Mi-Won Kim nello scrivere: «Neben der Einheit der realen Welt wird die Einheit des Menschen in diesem Zusammenhang betrachtet» (p. 30). Posta la questione, si procede a ritroso con una digressione, ineludibile per l’obiettivo del saggio, sulla natura dell’essere ideale.
Il punto debole di questo studio mi pare invece ravvisabile nella contemplazione della possibilità di discriminare tra i concetti di “pieno di valore” e “disvalore” (p. 50). Ma è possibile, coerentemente con la prospettiva etica hartmanniana, accogliere la nozione di disvalore? La questione presenta delle difficoltà, come dimostra quanto Mi-Won Kim scrive poche righe dopo, a proposoto della natura del male (che possiamo definire come il disvalore per eccellenza), che non può darsi mai come an sich. Il male sta soltanto nel preferire il valore più basso rispetto a quello molto più alto, che in tale volere sarà messo da parte e offeso. In tal senso il “male morale” sarà inteso come l’inversione della gerarchia dei valori nell’agire, nel volere e nei sentimenti. Secondo Hartmann, come Mi-Won Kim giunge a convenire in seguito, l’uomo non può mai scegliere tra valore e disvalore, ma «egli ha solo la libertà della scelta tra valore e valore».

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