mercoledì

Recensione

M. Bresciani Califano (a cura di), Infanzia e memoria, Olschki 2007







di Carlo Scognamiglio



Il volume curato da Mimma Bresciani Califano, proposto da Olschki nella consueta veste prestigiosa delle sue edizioni, è una raffinata raccolta di saggi multidisciplinari intorno al tema dell'infanzia, associato ragionevolmente a quello della memoria, dal momento che l'età infantile è una di quelle dimensioni che la ragione non trova mai di fronte a sé, se non nell'esperienza del ricordo, oltre che nella ben più estrinseca osservazione dell'infanzia altrui.

La convivenza tra le diverse prospettive disciplinari è qui un pacifico rapportarsi e interloquire. Se materialmente gli autori che vi scrivono non fanno reciproco riferimento, la lettura del volume riesce a restituire un' impressione corale.

Il volume nasce da un ciclo di conferenze promosso dal "Centro Fiorentino di Storia e Filosofia della Scienza" (Sapere & Narrare, settimo ciclo), e si apre con un saggio di Paolo Rossi, intitolato eloquentemente Bambini e furori. La tesi dell'autore, supportata da documenti storici e letterari, si muove nella direzione della rottura del cliché (ormai non più così diffuso) della naturale innocenza dell'età infantile. I bambini appaiono a Rossi piuttosto nella loro ambiguità e equivocità di "essere" pre-morale. Non ci sono grosse difficoltà per chi voglia assecondare questa tesi nel ricavare tra i documenti storici, soprattutto a partire dalla storiografia de Les Annales, notizie di atroci comportamenti emessi da fanciulli, la cui lettura quanto meno potrebbe facilitare un ampliamento dell'orizzonte analitico, evidentemente "costretto" nell'insenstata persuasione della degenerazione contemporanea delle nuove generazioni (un vero mito da sfatare!).

Tra i saggi raccolti in questo volume non mancano gli interventi di natura psicologica, né potevano mancare approfondimenti psicoanalitici, dal momento che la scuola inaugurata da Freud e proseguita da sua figlia Anna e dalla Klein hanno, nel bene e nel male, riproposto in maniera decisiva non solo il tema della complessità della psiche infantile, ma anche la decisività di quella fase di vita nell'esistenza stessa dell'adulto. Se il saggio di Romana Negri (Personalità e memoria fetale) descrive un lavoro pluridecennale di osservazione di coppie di gemelli nella prospettiva di individuare la forza determinatoria del periodo di vita fetale sulla costituzione di personalità (ipotesi questa, supportata a mio modo di vedere da una certa debolezza argomentativa e probatoria), è nelle pagine redatte da Benedetta Guerrini Degl'Innocenti (Uno sguardo nel tempo. Il bambino nella psicoanalisi) che le varie famiglie psicoanalitiche vengono descritte nel loro diverso intendere la sessualità infantile, e nelle derivazioni in certo qual modo definibili come post-psicoanalitiche, come quelle di Bowlby e Winnicott, osservate nelle dinamiche affettivo-relazionali.

Molto belli e decisamente intriganti sono i saggi di argomento letterario. Tra essi mi piace ricordare quello di Mimma Bresciani Califano, intitolato L'isola di Arturo: un'infanzia fuori dal tempo, nel quale l'autrice penetra la poetica di Elsa Morante e intesse un bel saggio di critica letteraria, offrendo a mio avviso un ottimo argomento ai sostenitori del valore sociale della critica stessa, intesa non come autoreferenzialità della letteratura, bensì come elaborazione nuova ed esercizio di pensiero su contenuti evocati nell'esperienza artistica. Ma anche il contributo di Giovanni Manetti (L'infanzia di Tarzan e la memoria dei bambini selvaggi) merita menzione . In queste pagine molto intelligentemente viene proposto un paragone "ellittico" tra un personaggio di fantasia e i casi reali dei bambini selvaggi, con particolare riferimento al piccolo Victor (il famoso bambino dell' Aveyron).

In questo parallelo viene evidenziato un punto interessante. A differenza del bambino rappresentato dalla psicoanalisi, Tarzan, personaggio ideato dalla penna di Edgar Rice Burroughs, ritrova dentro di sé, quasi come motore inconscio, l'elemento della civiltà, della cultura. In tutta spontaneità, mediante il recupero del materiale cartaceo nella capanna dei genitori, apprende la lettura e la scrittura, fuori da ogni necessità materiale o sociale, e, come dire, trova in sé stesso non solo il principio logico del linguaggio, ma addirittura l'esigenza ad andare, pur essendo fuori dalla società degli uomini, "al di là del principio di piacere". E' come se Tarzan, con una coscienza scimmiesca, avesse un inconscio umano. Ma la fantasia dello scrittore sembra scontrarsi con la diversa realtà dei bambini selvaggi, nei quali casi, come in quello emblematico di Victor, non solo non si è registrata alcuna innata curiosità verso la lettura, ma nonostante gli sforzi di Itard, nessun elemento del linguaggio orale è penetrato nella competenza dell'allievo.

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