martedì

Scienza e conoscenza

Max Scheler e la scienza come praxis

di Carlo Scognamiglio

La lettura del noto volume di Max Scheler intitolato Erkenntnis und Arbeit (1926 – tr. it. di L. Allodi, Conoscenza e lavoro. Uno studio sul valore e sui limiti del motivo pragmatico nella conoscenza del mondo, FrancoAngeli, Milano 2007) è significativa nella misura in cui lascia trapelare quanto l’autore debba essere considerato come uno dei filosofi più influenti sul pensiero tedesco della prima metà del secolo ventesimo. Le sue riflessioni sulla scienza, sul pragmatismo e sulla necessità di ricalibrare l’attenzione culturale su un pensiero filosofico che sia realmente a-pratico, e cioè che ritrovi la sua vera essenza, si rivelano illuminanti nella decifrazione di alcuni grandi classici successivi a esso di qualche anno. Si pensi alla conferenza di Martin Heidegger su L’epoca dell’immagine del mondo, o allo stesso Essere e tempo, o anche alla Crisi delle scienze europee di Edmund Husserl. Le problematiche inerenti la “tecnicità” della conoscenza scientifica, in contrapposizione alla contemplatività della filosofia sono pienamente sviluppate in Scheler, che apre probabilmente per primo in Germania (in Italia molti anni prima Benedetto Croce aveva segnatamente ricondotto le scienze empiriche nell’orizzonte della prassi). Ma alla forza dell’originarietà dell’intuizione scheleriana si affianca l’incertezza complessiva di alcuni passaggi della sua “esposizione” filosofica, che dilungandosi spesso in fuorvianti conclusioni pseudo-religiose, o tentando paradossalmente di suffragare le proprie proposte fenomenologiche ricorrendo ai risultati delle scienze empiriche, non raggiunge l’altezza speculativa che Husserl e Heidegger hanno saputo dare alla questione della scienza europea.
Scheler individua la vera radice filosofica della critica alle scienze, e probabilmente con ragione, nella nozione husserliana di “riduzione fenomenologica”. L’esigenza della sospensione del giudizio lascia emergere dall’ombra la vera natura della filosofia, che per Scheler viene a coincidere con la riduzione stessa, in quanto ricerca e visione delle essenze.
Fin dal titolo del volume in oggetto Scheler ha voluto porre in evidenza quella connessione distintiva della civiltà europea moderna. Conoscenza e lavoro, nella loro reciproca relazione, rappresentano la riconduzione della scienza nella sua esclusiva dimensione pragmatica, anelante e dunque autostrutturantesi nella direzione della trasformazione della natura e della materia, per la produzione di beni. La coincidenza di conoscenza e lavoro, e l’idea che la scienza sia sostanzialmente tecnica, costituisce la forma del sapere nella società capitalistica. Scheler individua nel pragmatismo (non a caso sviluppatosi massicciamente negli Stati Uniti) la radice filosofica che pulsa all’interno della cultura scientifica: «La tesi pragmatista – nelle sue molteplici versioni e forme – assume come vero il “principio” secondo cui ogni sapere è geneticamente solo il risultato di una forma di agire interiore ed una preparazione in vista di una trasformazione del mondo e che per questo, anche teleologicamente e dal punto di vista della teoria dei valori, deve servire all’agire; principio questo che vale per ogni tipo di atto teorico, dunque allo stesso modo per l’intuire, il percepire, il ricordare e il pensare» (p. 103).
Eppure il pragmatismo ha una parte di ragione, o meglio ha certamente il merito di aver colto un punto centrale del problema della conoscenza: la relazione primaria dell’uomo con il mondo non è teorica, ma pratica, ed è consequenziale che il punto di vista pratico sia in qualche maniera preponderante per l’uomo, vista la sua auroralità. La scienza in fondo, sebbene non coincida con la conoscenza spontanea o ingenua, ne raccoglie l’esigenza, cercando di rendere il più possibile “fruibile” il mondo e il sapere sul mondo: «La scienza riporta per quanto possibile la “natura” al prototipo di un “meccanismo” formale. Non perché la natura sia in sé soltanto un meccanismo, ma perché soltanto fin dove ed in quanto è un meccanismo o comunque è ampiamente riconducibile a questo, la natura è anche praticamente dominabile e controllabile da parte di un essere vivente dotato di volontà di dominio» (p. 151). Ma oltre al sapere che promuove il divenire del mondo attraverso processi di produzione e di trasformazione, c’è un sapere che promuove il divenire della persona, la sua formazione, ed è il sapere filosofico (Scheler prevede inoltre la possibilità di una terza forma di sapere, che orienta l’ascesa verso il fondamento ultimo del mondo, un sapere “di salvezza”, di natura religiosa; per altri versi, quest’ultima forma di sapere sembra coincidere con la filosofia intesa come ricerca dell’assoluto, coincidente dunque con una forma religiosa dell’approccio all’essere). Ma Scheler non dileggia questa pretesa pragmatistica della scienza, cerca soltanto di ricondurla entro i propri confini: «Se si misura questa intelligenza pratica per ciò che essa vuole (e non per quello che “vogliono” i singoli ricercatori che se ne servono), e per quanto è peculiare al suo senso e al suo valore di essere cioè la più alta guida dell’industria e della tecnica umana, allora l’immagine simbolica delle cose che essa produce, è così essenziale, rilevante ed insostituibile che la fecondità pratica di questa immagine crea innanzitutto l’infrastruttura per un possibile raggiungimento dei fini dell’ “homo sapiens” nell’uomo – in particolare per il raggiungimento di questi fini dal maggior numero di possibile di uomini» (p. 155). Si legge in questo passaggio un non celato rispetto per la forma scientifica della conoscenza, nel senso delle scienze empiriche, ma al tempo stesso la rivendicazione, come pure mette in evidenza Franco Bosio nel suo Filosofia e scienza della natura nel pensiero di Max Scheler (Il Poligrafo, Padova 2000), di un sapere «che si emancipa da ogni funzione di servizio della vita» (Ivi, p. 21).
In questo studio scheleriano Bosio è molto attento non soltanto all’illustrazione delle tematiche antropologiche ed epistemologiche di questo ricco e intricato pensatore, ma elabora la propria argomentazione anche in virtù di una volontà di attualizzazione di quel pensiero. Nel dibattito contemporaneo sulla funzione delle scienze nella cultura e nella società, appare pienamente pertinente la sintesi offerta da Bosio di uno degli argomenti chiave di Erkenntnis und Arbeit: «Il pragmatismo ha compreso che la verità nelle scienze si afferma e si fa valere in quanto c’è una stretta connessione tra i principi e le teorie scientifiche da una parte e il loro successo operativo dall’altra. Ha compreso la relazione e il legame tra scienza e tecnica, tra il sapere scientifico e il lavoro tecnico-pratico», ma al tempo stesso «la moderna scienza della natura e la visione ordinaria in verità, secondo Scheler, non conoscono il mondo come tale, ma piuttosto come il “mondo ambientale”» (pp. 30-31).