domenica

Il problema psicologico della conoscenza di sé

Digressione sulla psicologia fenomenologica di Max Scheler


di Carlo Scognamiglio

Nel volume si Max Scheler intitolato in edizione italiana Il valore della vita emotiva (Guerini, Milano 1999), che raccoglie un ampio saggio di argomento psicologico (Gli idoli della conoscenza di sé -1912) e una breve apologia della virtù (Riabilitare la virtù - 1913), possono essere ricercate e rinvenute alcune importanti argomentazioni inerenti la psicologia fenomenologica. I due saggi sono introdotti da un utile testo di Laura Boella (Il paesaggio interiore e le sue profondità, pp. 11-45), volto a mettere in evidenza l’importanza del primo Scheler nell’ambito del movimento fenomenologico, e al tempo stesso le peculiarità concettuali della sua emancipazione da quello. Sia leggendo queste pagine introduttive quanto il saggio sugli Idoli della conoscenza di sé, si avverte con una certa chiarezza la natura della distanza creatasi negli anni tra Husserl e Scheler. La questione non è in alcun modo ridimensionabile e ha la sua irresolubile profondità concettuale, e concerne la qualità dell’atto di coscienza. Nonostante i propri sforzi, nelle Vorlesungen del 1914, di mantenere un parallelismo tra atti logici e atti emotivi, Husserl si vede costretto nelle sue argomentazioni a mantenere una “priorità” o una “basilarità” della dimensione logica. Gli atti emotivi si risolvono in ultima analisi in valutazioni, che presuppongono sempre un atto logico. Al contrario Scheler intende porre un atto prelogico come dimensione aurorale della coscienzialità, fino a pervenire alla fondamentalità dell’amore e dell’odio come classi generali degli atti di coscienza. La dimensione emotiva determina inoltre il senso di realtà, la percezione del mondo come altro e come resistente, una percezione inevitabilmente originaria e quindi precedente rispetto alla dialettica realismo-idealismo.
L’intenzione che soggiace al fondo del saggio sugli Idoli della conoscenza di sé, avvertita al lettore nella premessa al testo, è quella di operare, nella sfera della percezione interna, lo stesso lavoro di demolizione dei falsi idoli operato da Bacone nella sfera della percezione esterna. Con questo proposito Scheler si introduce con competenza e profondità nel dibattito della neonata scienza psicologica, discutendone alcuni problemi epistemologici, ma soprattutto offrendo un esempio interessantissimo di lavoro fenomenologico sulle illusioni della coscienza di sé. Progredendo con cura, Scheler analizza ordinatamente il concetto di illusione, poi quello di percezione interna, e infine la relazione tra l’illusione e la conoscenza di sé, tentandone una risoluzione. In effetti questo studio interloquisce con ogni tendenza psicoterapeutica, come la psicoanalisi, che si fonda sull’idea della guarigione ottenuta mediante un mutamento nella coscienza di sé, come se la dissoluzione di una “illusione” a proposito di sé o della propria vita potessero colmare quella conoscenza mancante o correggere una distorsione. E’ un’idea questa che non concerne soltanto la psicoanalisi, ma anche alcune concezioni sperimentali della psicologia, persuase del fatto che la malattia non si radichi nei processi psichici realmente vissuti dal paziente, ma nella percezione che questi possiede di quei processi, nell’idea che se ne forma. «Almeno una parte della psicoterapia», osserva Scheler, «si allinea in ultima analisi sullo scopo di superare le autoillusioni» (p. 57). Nonostante la discrezione di quest’approccio psicoterapeutico, che si comporta socraticamente nel tendere a far emergere le autoillusioni, al contrario della hybris mostrata dal “chirurgo” dell’anima, che pretende deterministicamente e direttivamente di modificare il comportamento e la “mentalità” del paziente, l’assunto epistemologico del “disvelamento” delle illusioni è da mettere in discussione, in quanto territorio concettuale nient’affatto scontato e non poco problematico.
Il primo problema è l’illusione. Cosa intendiamo con questo termine? L’onere teorico di ogni psicologo che faccia uso di questo concetto dovrebbe coincidere con la sua chiarificazione. In realtà l’illusione, insieme all’ “errore”, è un tema “classico” della storia della filosofia, noto agli antichi per la sua problematicità, e oscillante tra la sfera sensoriale e quella intellettuale in maniera non sempre governabile. Si assuma un esempio tradizionale di illusione della percezione esterna: il bastone immerso nell’acqua, che appare piegato alla vista, ma dritto al tatto. Orbene, l’indagine di questo esempio è utile in primo luogo a sgombrare il campo da una definizione ricorrente, che identifica l’illusione con l’aspettativa disattesa. Infatti, sottolinea Scheler, mentre in quest’ultima l’iniziale illusione scompare una volta avvenuta la “disillusione”, nell’esempio del bastone invece l’illusione continua a permanere anche dopo la consapevolezza della sua erroneità.
Ma l’illusione non può neanche essere confusa con l’errore. Mentre l’illusione infatti vive soltanto nell’ambito dell’attività intuitiva, l’errore sorge nella connessione tra intuizione e pensiero. Le affermazioni di un allucinato sono illusorie, non erronee. Eppure, l’illusione non può essere accolta come intuizione vera. Ne deriva la formulazione di questa distinzione formale: «Il fenomeno puro, che è dato in un’illusione, è sempre un fatto, in quanto tale inconfutabile, incontestabile. L’illusione ovviamente non sta in esso e nel suo contenuto. Sta unicamente nel fatto che io attribuisco quel contenuto fattuale a un altro strato d’essere rispetto a quello su cui poggia. Qui sta il carattere formale dell’illusione. Nell’errore posso asserire un dato di fatto che non esiste né sussiste in alcuno dei sensi. Questo è escluso nell’illusione, in cui l’inteso in qualche modo “esiste” sempre. L’illusione concerne solo il “come” dell’esistere, non l’esistere in sé» (p. 63). Inoltre, mentre nell’errore ciò che induce al falso deriva da me, cioè da un cedimento del mio pensiero e dalle mie funzioni di comprensione e intepretazione, dal punto di vista fenomenologico il comparire dell’illusione si dà come involontario, come se qualcosa si “spacciasse” per qualcos’altro, il che rimane vero anche ammettendo il mio inconscio come fonte delle illusioni.
Se dunque vogliamo conoscere in che termini si costituisce un’illusione relativa alla percezione interna, abbiamo bisogno di domandarci cosa sia la percezione interna. Anche questo problema non è da sottovalutare. Essa non è la percezione di sé. Quest’ultima infatti è costituita anche dalla percezione esterna, cioè relativa alla mia corporeità. Se infatti ciò che si contrappone alla percezione interna è quella esterna, il contrario della percezione di sé è invece la percezione dell’estraneo. Si potrebbe replicare che la percezione interna è quella che concerne lo psichico, anziché il fisico, e questa distinzione si semplificherebbe con la percezione di ciò che è inesteso (psichico) e percezione di ciò che è esteso (fisico). Questa prospettiva cartesiana è però contestata da Scheler. Lo psichico è tanto poco inesteso (colore, rumore, dolore fisico e altre percezioni non si manifestano in nessun caso come privi di estensione) quanto poco il fisico è esteso (come assegnare un’estensione, ad esempio, alla velocità?). Altrettanto ostica risulta la distinzione proposta da Brentano tra psichico e fisico istituita sull’altra distinzione fenomenologica tra atti e funzioni da un lato (il lato dello psichico, evidentemente) e fenomeni o contenuti fenomenici (ambito del fisico) dall’altro. Ma anche in questo caso l’obiezione sollevata da Scheler è acuta. L’atto inteso in questo senso, non può mai essere oggetto di percezione, né interna né esterna, poiché è sempre soggetto e mai oggettivabile, finché lo si concepisca come atto, appunto. Inoltre, quella distinzione cade di fronte alla constatazione che i fenomeni non sono soltanto fisici, ma anche psichici, come sentimenti, memoria, fantasia. Eppure una relazione tra lo psichico e la percezione interna ci deve essere, il problema è che ne è stato rovesciato il senso. Lo psichico non corrisponde a un “oggetto” esistente al quale la percezione esterna si rivolge, ma esso è proprio ciò che emerge dalla percezione interna, «psichico è un significato che si riempie sempre allorché imbocchiamo la specifica direzione d’atto di una “percezione interna” e così la seguiamo. “Psichico” è ciò che viene ad apparizione mediante la percezione interna» (p. 79).
Ci ritroviamo così punto e a capo, e dobbiamo ancora definire la natura di questo tipo di percezione. La distinzione è nella “mediazione”. Se la percezione esterna infatti si compie sempre con la mediazioni di funzioni sensoriali esterne, la percezione interna ricorre alla mediazione del senso interno, ma qui, bisogna dirlo, Scheler trova qualche difficoltà, e non riesce a offrire una spiegazione soddisfacente di cosa intenda per “senso interno”. Sebbene l’autore sembri perdere a questo punto il controllo dell’analisi fenomenologica, le pagine successive sono ugualmente ricche di spunti interessanti, in particolare nelle sue riflessioni intorno alla patologia psichica. Quest’ultima viene sostanzialmente ricondotta a un meccanismo “illusorio” consistente nella concentrazione su sé stessi, in una forzata relativizzazione di tutto al proprio io, tanto dei contenuti della percezione interna quanto di quella esterna. Questo trasferimento dei dati che provengono dalla percezione esterna nel contenuto della percezione interna costituisce un primo e fondamentale meccanismo dell’illusione.
Nell’ultima parte del saggio, Scheler mostra infine di condividere molte intuizioni con quelli che saranno poi i contenuti fondanti della psicologia gestaltica, e contesta sul piano epistemologico ogni tentativo di trascinare nel discorso sulla psicologia e sulla percezione interna categorie ad essa estranee, come la molteplicità o la relazione causale: «Che errore vedere la sequenza delle cause fisiche nella sequenza dei fenomeni di coscienza!» (p. 137). Certamente Scheler dà la sensazione di essere un filosofo acuto e capace di dominare concettualmente molte questioni. Tuttavia, in questo caso come in altri, appare frettoloso in certi passaggi, che probabilmente meriterebbero maggiore approfondimento. La virulenza della sua curiosità intellettuale e la sua vivacità di pensiero in certe occasioni, come in quella sopra descritta, sacrificano in parte la pazienza metodica. Ma ciò che in queste pagine mi pare prezioso, e da restituire a chi in futuro se ne voglia o se ne debba occupare, consiste nella consapevolezza piena della complessità epistemologica che sta dentro la disciplina della psicologia, e di cui la psicologia stessa è spesso inconsapevole, ricorrendo sovente non solo a concetti, ma anche a pratiche, i cui fondamenti scientifici meriterebbero ulteriori approfondimenti.