mercoledì

Quel brutto libro di Roberto Casati

Recensione: Roberto Casati, Il caso Wassermann e altri incidenti metafisici, Laterza, Roma-Bari 2006

di Carlo Scognamiglio





Ci sono molti modi di intendere la filosofia, di discuterla o anche di raccontarla. Quello di Roberto Casati è certamente un modo originale e per certi versi impenetrabile. In questo volumetto Casati raccogli infatti non una serie di saggi o di ragionamenti filosofici in senso stretto, ma scrive brevi racconti dal contenuto, se così si può dire, fantastico. In effetti in quasi tutte le circostanze intercorse nel lavoro di scrittura con cui Casati si è confrontato, gli improbabili personaggi accedono a momenti di inconcepibilità sul piano del realismo, e problematicità sul terreno filosofico. Un medico e un paziente si incrociano percorrendo in senso inverso la linea del tempo, un personaggio letterario non comprende a fondo il proprio destino di personaggio al quale viene occasionalmente consegnato un passato e un destino e propone questo disagio ai lettori, un fidanzato ascolta la compagna discorrere del problema metafisico del "movimento" e in un istante improvviso comprende tutti i misteri dell'universo, e altre situazione di analoga paradossalità.
Nel commentare questo libro occorre tenere presenti due piani: quello letterario e quello filosofico. Sul primo, non essendo un conoscitore dell'arte narrativa non potrò dilungarmi, ma certamente la capacità poetica o il ritmo della narrazione non rappresentano i punti di forza di questo autore, che come ci ha mostrato in altre occasioni (cfr. il libro scritto con A. Varzi, Buchi e altre superficialità) si distingue piuttosto per l'originalità dell' indagine filosofica. In questo caso tuttavia, anche il piano della filosofia rimane scarno e, come dire, lascia il lettore di filosofia a bocca asciutta. Se la sequenza dei personaggi infatti non fa che imbattersi in situazioni singolari che sollevano temi metafisici, questi stessi, al di là di una confusa formulazione, non sono neanche auroralmente analizzati, neanche quel tanto da farci capire se siano o no dei veri problemi (o meglio, come direbbe Casati, "incidenti"). Certamente potrebbe essere degno di attenzione un ragionamento aperto nel racconto sul signor Wassermann, cioè il tempo e la sua costituzione, ma questo ragionamento non arriva mai.
Il libro di Casati fa pensare un pò alla prudenza filosofica del pensiero europeo contemporaneo (che tendo a distinguere da quello statunitense, per il quale invece vale di più una certa temerarietà concettuale). Alle difficoltà imposte dai grandi temi e dalle complesse e ormai entrate in crisi esperienze sistematiche dei secoli passati, la filosofia contemporanea sembra trarre beneficio dal ricavarsi piccoli spazi di riflessione affrontando temi apparentemente lontani dalle grandi questioni della tradizione filosofica (ed ecco che ci si sbizzarisce con l'enigmistica, il gioco, la menzogna, ecc.), oppure, come nel caso che stiamo discutendo, se ne tende un approccio indiretto. Mi viene in mente un articoletto di Givone che lessi una decina di anni fa in cui si prefigurava un abbandono della trattazione filosofica in favore della narrazione letteraria.
La chiave simbolico-letteraria con la quale la filosofia procede nel suo indagare il reale e l'ideale non è certamente il punto dirimente e che ci induce a questa digressione critica, ma dietro la formula scelta appare insidiarsi una sostanziale sfiducia nelle possibilità del pensiero di prendere quelle stesse questioni di fronte a sè senza troppi timori. Casati offre un'argomentazione diversa, che varrà la pena di citare, riferendosi alle vertigini provocate da certi "paesaggi mentali" che costituiscono la solitudine del pensiero metafisico: «Non c'è posto per questa vertigine in un libro di filosofia, in un articolo accademico. Pudore, riservatezza, necessità di convincere razionalmente e non di coinvolgere emotivamente: tutto milita per un'oggettivazione del sentimento» (p. 117). Dobbiamo dunque dedurre che il libro è finalizzato, in qualche maniera, a mostrare o provocare queste vertigini, senza tuttavia ingabbiarle teoreticamente. Proverò a fare un esempio, per chiarire la mia perplessità. L'esperienza del signor Sainsbury, narrata nel quarto racconto del volume, solleva la questione della onnipresenza e onni-percezione di Dio. Qual è il punto di vista di Dio sul mondo? Questa sembra essere una delle domande poste dall'autore. Dio vede il mondo da tutti i punti di vista? e come sarà vedere e sapere senza un pensiero concettuale, cioè senza Standpunkt? Ora, è evidente che il problema metafisico non è tanto quello della differenza tra un punto di vista umano e uno divino, ma se quest'ultimo si dia o meno nella concepibilità e dunque nella "tollerabilità" del pensare filosofico. Che senso o utilità può avere la domanda su che effetto farebbe poter vedere contemporanemente tutte le nascite del mondo in simultanea? La risposta rimane imponderabile.
Nella sostanza, visto che di una recensione si tratta, il libro di Casati mi lascia piuttosto perplesso. Mediocre sul piano letterario, sfuggente e forse inservibile su quello filosofico. Ammetto, tuttavia, che potrei non averlo capito, cosa che mi capita di frequente con le pubblicazioni filosofiche degli ultimi anni.

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