martedì

Marxismi italiani

Recensione: AA.VV. Da Marx a Marx? Un bilancio dei marxismi italiani del Novecento, a cura di R. Bellofiore, Manifestolibri, Roma 2007, 270 pp.


di Carlo Scognamiglio
La pubblicazione di questo volume, che raccoglie i contributi della giornata di studio su I marxismi italiani del Novecento. Bilanci, prospettive, sfide, svoltasi a Bergamo il 18 novembre del 2005, è la conferma di un interesse nuovo per la ricostruzione della vicenda marxista italiana. Il volume risponde sostanzialmente al noto studio di Cristina Corradi del 2005 (Storia dei marxismi in Italia) e da lì prende le mosse. Non a caso, molti degli interventi interloquiscono, in maniera critica o congruente, con quest’opera.
Nel primo saggio del volume è proprio la Corradi che propone un «riassunto» (un po’ troppo asciutto, a dire il vero, per essere utile al lettore) della sua storia dei marxismi. Sebbene l’idea di pensare marxianamente una storia dei marxismi possa generare qualche dubbio sulla sua legittimità, la Corradi ripropone impietosamente il suo bilancio critico dell’acquisizione nostrana del pensiero di Marx, in buona parte viziata, a suo giudizio, da un’ineluttabile tendenza verso la crisi, la cui origine va cercata in un diffuso «conformismo intellettuale e opportunismo politico» (p. 9). Quello italiano è presentato come un marxismo debole sul piano teorico, fatta eccezione che per un unico vero marxianesimo, riemerso dalle ceneri dell’equivocazione persistente e contaminata da storicismi, esistenzialismi e forme varie di irrazionalismo, e manifestatosi negli ultimi vent’anni, in particolare grazie all’opera filosofica di Roberto Finelli. Ha ragione Bellofiore, quando nel suo intervento sottolinea lo stile “a disegno” con cui la Corradi intesse la sua narrazione storica: «Si parte da un Marx originario in qualche modo (e almeno per una sua parte) incorrotto; segue il dipanarsi di una vicenda concettuale che è la storia di una perdita, cui segue però un ritorno pieno e ricco del Marx originario. Nel caso di Corradi questa teleologia si fa evidente nel capitolo finale, quello dedicato a Roberto Finelli» (p. 198).
Questo ritorno al Marx “originario” è rappresentato nel volume da un intenso saggio dello stesso Finelli (Un marxismo “senza Capitale”), il quale individua come debolezza strutturale del marxismo italiano l’aver in qualche maniera misconosciuto il vero significato del Capitale, privilegiando i primi scritti marxiani, nei quali la teoria del “capitale” è ancora inespressa nella sua chiave dialettica onnicomprendente, e pertanto di aver dato vita a molteplici varianti del marxismo, in parte giustificate dalla natura multiforme dell’opera marxiana (nello stesso Capitale, insieme al nuovo resiste il vecchio). Nelle opere del giovane Marx il concetto chiave, su cui si gioca buona parte dell’analisi materialistica, è quello dell’alienazione, come «categoria generale attraverso la quale egli [Marx] legge tutti i luoghi della modernità» (p. 127). Ma l’idea dell’alienazione nella filosofia del giovane Marx gioca una funzione particolarmente insidiosa, poiché sembra costituire il momento di perdita di un originario “naturalmente libero” (la naturale soggettività creativa e comunitaria) che si perde nella società capitalistica proprio attraverso il momento dell’alienazione e che attraverso il momento rivoluzionario produce un ritorno riconquistato alla libertà perduta. Finelli ha ragione a individuare non solo in Feuerbach, ma anche in Rousseau, i referenti privilegiati di questo giovane Marx. Ma, sebbene quest’impostazione residui in alcune pagine dei Grundrisse e del Capitale, nel Marx maturo il problema del lavoro resta sullo sfondo, e il vero protagonista del reale è il capitale stesso in quanto «ricchezza astratta, la cui natura non qualitativa ma quantitativa lo obbliga a un’accumulazione costante e dunque a proporsi come universale capace di superare e di includere in sé ogni limite e resistenza qualitativa». Il capitale fagocita tutto, è un soggetto impersonale, è esattamente il correlativo dell’Assoluto hegeliano, dal quale, secondo Finelli, Marx non è riuscito fino in fondo a emanciparsi. Attraverso la chiave dei “due Marx”, il primo che pone il soggetto lavoratore alienato come protagonista della modernità, il secondo che invece trasferisce nel capitale tutta la soggettività impersonale (come Geist) dell’era capitalistica, Finelli procede dunque alla classificazione dei marxismi italiani: Gramsci, Della Volpe, Colletti, Negri, sono sostanzialmente marxisti “senza capitale”, che hanno più o meno consapevolmente privilegiato la categoria dell’alienazione o di una soggettività, intellettuale od operaia, a discapito della teoria del valore-lavoro. A questa tendenza Finelli contrappone la propria prospettiva in cui il capitale si definisce come «soggetto impersonale e totalizzante della società moderna» (p. 139).
Ma la lettura proposta da Finelli, sebbene presentata con tutte le avvertenze relative alla complessità delle tematiche interne all’opera marxiana, sembra tener poco conto di questa stessa articolazione quando divide, secondo il principio del “prevalere”, due Marx: un filosofo della “redenzione” dall’alienazione e uno pseudo-Hegel dello spirito/capitale onnicomprensivo (che è tale essenzialmente, in virtù della sua natura inglobante tutto ciò che gli residua). Se è vero infatti che il giovane Marx non è ancora in grado di costruire una teoria del capitale e del valore-lavoro nella dimensione e nella sostanza che solo gli studi di economia politica gli renderanno possibile, mi pare falsa la reciproca: né il Capitale né i Grundrisse, per quanto ho potuto capire dalla lettura di quei testi, dismettono la questione della soggettività operaia, e della sua contraddizione con l’astrazione capitalistica. Finelli astrae un elemento certamente fondamentale della riflessione marxiana, e siccome lo assimila all’ Assoluto hegeliano, non riesce più a farlo convivere con le tesi del primo Marx. Tuttavia, anche questa sovrapposizione Hegel-Marx, per quanto suggestiva, mi pare insoddisfacente (probabile che in essa si tolga qualcosa a Hegel, e qualcosa a Marx), e l’equivocità di Marx, da cui Finelli desume la debolezza dei marxismi italiani, arrestatisi alla prima fase dell’elaborazione marxiana, non dipende in realtà dalla compresenza di due filosofie conseguenti ma mescolatesi, la cui ligia separazione può offrire chiarezza, ma dalla complessità del reale che Marx cerca di restituire con spirito critico, e che forse l’ipotesi finelliana tende un po’ a semplificare.
Un altro tema che trova spazio in questo volume è quello dell’operaismo e della sua costituzione nella cultura politica italiana. Oltre ai riferimenti ai vari Renato Panzieri, Mario Tronti e Antonio Negri, il tema dell’operaismo nella sua ragione teorica viene analizzato da Adelino Zanini (Sui “fondamenti filosofici” dell’operaismo italiano) e da Giorgio Gattei (La via crucis dei marxismi italiani). L’idea maturata in particolare da Mario Tronti nel suo Operai e capitale del 1966 consiste per lo più nel riconoscimento nella classe operaia di un elemento resosi autonomo dalla società, completamente privo di ogni proprietà e dunque vivo in quella dimensione originaria, produttiva e non frantumata, in virtù della quale è portatore della visione del tutto, ed è dunque capace di una “sintesi unilaterale”. Il lavoro, sorgente viva del valore, non è oggetto come le altre merci, ma è pura soggettività, è esso stesso la possibilità della ricchezza, è esso stesso la possibilità del capitale. La consapevolezza di questo potere operaio, la sua sopravanzata consapevolezza politica, ne determina automaticamente un processo di autonomizzazione. Il rifiuto del lavoro è l’inizio del processo rivoluzionario e, spingendo irrazionalmente le rivendicazioni e il costo del lavoro, provoca la crisi del capitalismo, determinata dunque da volontà soggettiva e consapevole. A questo irrazionalismo il capitale risponde con pratiche di dominio, di comando statuale, cui si risponde con l’insubordinazione, la disobbedienza, la ribellione. Tuttavia il capitalismo finora non sembra essere stato intaccato da questa volontà soggettiva che si può anche dubitare che si sia mai costituita. Ecco perché probabilmente Negri si è trovato costretto a passare progressivamente, senza troppa chiarezza, come gli è consueto procedere nei suoi scritti, dall’operaio-massa all’operaio-sociale, e giù fino alle moltitudini.
Maggiore attenzione merita forse quello che mi è parso il più bel saggio di questo volume, e cioè l’attento studio di Rosario Patalano su Genesi e sviluppo del paradigma marxista in Italia, che prova a ricostruire, e lo fa con grande cura filologica (eccettuata l’incomprensibile definizione di Antonio Labriola come “filosofo napoletano”), mai scevra di arguzia teoretica, le origini del marxismo italiano tra fine Ottocento e primo Novecento. Patalano legge con molta attenzione le obiezioni crociane alla teoria del valore-lavoro, in particolare la contestazione mossa a Marx della possibilità di intendere quella teoria solo alla luce del paragone ellittico tra una società ipotetica in cui il valore si calcoli soltanto sul lavoro sociale medio e la concreta realtà capitalistica, in cui non solo non sussiste soltanto la vita economica, ma anche vi sono beni non aumentabili con il lavoro. Nelle pagine 55-56 Patalano analizza inoltre con cura e serietà le argomentazioni crociane contro la teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto, alle quali pone una replica interessante, per la quale rimando direttamente alla lettura del saggio.
Croce metteva in evidenza come la teoria di Marx, quand’anche fosse accolta come criterio di sociologia economica, non rappresenta una teoria del valore e dell’economico in generale. Questo problema, effettivamente dimenticato dal marxismo del secondo dopoguerra, era invece molto sentito nei primi anni del secolo passato. Non a caso, accanto alle discussioni di Labriola e Croce, si collocavano le numerose espressioni di marxismo “edonistico”, che cioè tentavano di fondare la teoria del valore marxiana in un concetto universale, e non semplicemente sul lavoro, bensì sull’economico in quanto tale, cioè la legge del massimo bene con il minimo sforzo, come cercava di teorizzare il neomarxismo di Enrico Leone: «In base alla concezione edonistica la lotta di classe scaturiva dalle tendenze naturali dell’equilibrio economico e dalla dinamica degli interessi; i soggetti svantaggiati, in termini di utilità, premevano per raggiungere l’equilibrio assoluto dei valori dell’economia pura, condizione in cui avrebbero massimizzato il piacere e minimizzato lo sforzo; all’opposto, i soggetti avvantaggiati ostacolavano questo naturale movimento opponendo ostacoli sovraeconomici» (p. 69). In questo modo la teoria del valore, come valore edonistico, acquisiva però una natura metastorica, e dunque irrimediabilmente anti-marxista.


(questo testo costituisce un estratto dal testo recensorio pubblicato sul sito www.filosofiaitaliana.it)

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