mercoledì

Un reality show ambientato in un lager


Recensione: A. Nothomb, Acido Solforico, Voland, 2006






Un rastrellamento improvviso, una deportazione rapsodica, l'inizio di un incubo. Un reality show mostra in diretta televisiva la riproduzione in chiave contemporanea di un lager costruito sul modello ispirato dai nazisti. Il titolo del format è appunto: Concentramento. I prigionieri sono veri, così come le vessazioni loro inflitte da kapò reclutati tra le componenti più miserabili della società, così come le loro condanne a morte, decise al televoto. Anche gli spettatori sono veri, e sono l'anima portante di questo racconto - uno dei più recenti di Amélie Nothomb - poiché costituiscono quell'elemento indispensabile affinché lo spettacolo della morte e della disumanizzazione possa perpetuarsi. Uno spettacolo ignobile, riprovevole, fonte di indignazione per giornalisti e intellettuali (altro elemento cardine dell'invettiva narrativa indirizzata dalla Nothomb contro la società contemporanea), i quali, pur ribadendo e diffondendo questo senso di indignazione, forniscono proprio in ciò la chiave dell'impennata di ascolti. Più lo spettacolo diventa ignobile, più il senso di superba superiorità e al tempo stesso di basso voyeuerismo del telespettatore contemporaneo vengono rinforzati.

Evidentemente la Nothomb prende le mosse da un'intuizione molto interessante, che coglie senza retorica un problema intrigante del presente, e che rende questo romanzo un vero e proprio prodotto dei nostri giorni. Ma, dispiace dirlo, anche questo libro risente di un difetto tipico dell'epoca in cui viviamo e in cui esso stesso si costituisce: un pizzico di superficialità. La Nothomb non riesce a sviluppare a pieno la sua intuizione, che rimane un'intuizione, alla quale viene cucita addosso una storia, quella dei prigionieri e dei loro rapporti coi kapò, decisamente poco credibile, in particolare sul piano psicologico. Blando è il profilo umano dei personaggi; latitante la comprensione del dis-umano, là dove sarebbe necessario introdurne i contorni. La protagonista, Pannonique, è scialba, poco intrigante, priva di ogni spessore spirituale. Lo stesso vale per i suoi compagni di sventura. Alla fine, essi vengono disumanizzati dalla stessa autrice; non in quanto degradati, ma poiché la sua penna sembra costretta a scrivere di loro, per provare a dare un qualche corpo a quell'intuizione originaria, che però, così incarnata, si svilisce.