venerdì

Rileggere Saint-Simon



Recensione: C.-H. de Saint-Simon, Introduzione ai lavori scientifici del secolo XIX e altri scritti del periodo napoleonico, a cura di C. D’Amato, Leo S. Olschki Editore, 2005.


di Carlo Scognamiglio
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Senza dubbio Claude-Henri de Saint-Simon fu un uomo singolare. In un’epoca in cui imperversava la reazione anti-illuministica e si propagava la sfiducia romantica verso la razionalità empiristica e strumentale, Saint-Simon, noto soprattutto per il suo profilo di utopista, preparava il terreno a Comte e al positivismo, anticipandone i temi e le istanze. Per altro verso, all’interesse per l’osservazione come criterio unico e sovrano delle nuove scienze che avrebbero caratterizzato la futura frontiera della storia dell’umanità, si accompagna una concezione quasi hegeliana dello spirito del mondo e in particolare del suo progredire attraverso secoli e civiltà.
La bella edizione proposta da Olschki di questi scritti di Saint-Simon, in parte poco conosciuti, preceduti da un’ampia e accurata introduzione di Carmelo D’Amato, è senza dubbio una piacevole, e dunque sorprendente, lettura.
Le tematiche sono quelle annunciate nel titolo del volume, e richiamano l’esigenza di un rinnovato spirito enciclopedico, l’esaltazione dell’opera umana e della produttività del suo ingegno, il particolare sentimento entusiastico nei confronti dell’opera riformatrice di Napoleone, e, dato assolutamente non secondario, una vera e propria proposta sul piano della filosofia della storia. Potrà sorprendere il “percepire”, in un autore sostanzialmente pre-positivista, le note della storia dello spirito, ma esse vi sono, e in alcuni punti appaiono particolarmente vibranti. Certo è che Saint-Simon era un ottimo scrittore, e anche questa traduzione rende onore al suo talento.
Tra le pagine più belle vorrei segnalarne alcune per la loro interessante attualità. Saint-Simon, come molti nel suo tempo, propone il paragone tra lo sviluppo dell’intelligenza individuale e quella dello spirito umano: «Durante la fanciullezza l’uomo lavora trastullandosi nell’innalzare mucchi di pietre, nel costruire piccole dighe e scavare piccoli laghi; dategli delle asce, delle seghe, delle pialle, dei martelli e indicategli il modo in cui impiegarli, non potrete fargli un piacere più grande; questi sono i giocattoli che egli preferirà. E’ certo dunque che durante l’infanzia l’uomo mostra la maggiore inclinazione per le arti meccaniche. Durante la pubertà l’uomo diviene artista. Da giovane, chi non ha provato a scrivere musica, a dipingere o a far versi? A venticinque anni le forze dell’uomo hanno raggiunto il punto più altro di sviluppo ed egli cerca tutte le occasioni per servirsene. I suoi simili gli sembrano altrettanti rivali; lo si vede sempre pronto ad entrare in lotta con loro, con tutta la natura, con se stesso. Sino a quarantacinque anni è essenzialmente un guerriero. A quarantacinque anni la vita dell’uomo entra nella seconda metà del suo corso, le sue forze attive cominciano a diminuire, le sue forze speculative aumentano; egli si volta e comincia la fase discendente della vita; non fa più delle scoperte, ma prende in esame da un punto di vista nuovo gli oggetti che aveva visto. La prima parte della sua vita intellettuale è impiegata a produrre delle idee, la seconda delle sintesi» (p. 46). A questo affresco dello sviluppo individuale corrisponde poi quello dell’umanità intera, che prevedibilmente viene fatto partire dagli Egiziani (come Hegel, Saint-Simon ritiene che l’inizio della storia vada collocato là dove l’uomo si distingue dagli animali, il che significa là dove compare la scrittura) come infanzia dell’umanità, per passare poi ai Greci e ai Romani. Il passaggio della maturità è tuttavia assegnato agli Arabi. E qui il discorso si fa non solo interessante, ma anche utile per chi segue con passione il dibattito odierno relativo agli “scontri di civiltà”, nell’ambito del quale alcune posizioni, come quella espressa della nota scrittice Oriana Fallaci, vorrebbero i popoli mediorientali progenitori soltanto di sterili fanatismi. Scrive Saint-Simon: «Gli Arabi non si sono distinti soltanto come guerrieri, la loro superiorità ha avuto un carattere particolare; sono stati gli inventori delle scienze fisiche e analitiche; dobbiamo a loro l’algebra, la chimica e la fisiologia; i primi osservatori sono stati costruiti in Europa per merito loro; in breve hanno creato le grandi regole del calcolo e i buoni metodi d’osservazione» (p. 47). Considerando il valore che per Saint-Simon la fisiologia e in generale le scienze osservative detengono, è probabile che nel dibattito sulla Costituzione europea avrebbe preteso, se vi avesse preso parte, un posticino anche per le radici arabe accanto a quelle giudaico-cristiane.
Un altro passaggio di grande interesse si trova a p. 78, quando Saint-Simon spiega il senso e l’importanza delle rivoluzioni: «Tutti i popoli che hanno iniziato una rivoluzione sono stati ispirati dall’idea di uguaglianza. Questa idea può essere causa di una rivoluzione soltanto quando la classe di governati, rispetto alla classe dei governanti, possiede una maggiore forza intellettuale». E’ una proposizione intrisa di contenuti significativi. Il primo grande tema che solleva è quello dell’eguaglianza, e fa pensare all’impossibilità di pensare questo concetto se non come la tensione intrinseca delle popolazioni, più forti e intelligenti di chi li governa, nella direzione del progresso. Per altro verso, mette il punto sul tema della rivoluzione, sottolineando una questione fondamentale, dimenticata del tutto dalle sinistre dei nostri giorni. Il lavoro chiede emancipazione non solo in risposta allo sfruttamento o alla pauperizzazione, ma in quanto la sua forza culturale e la sua lungimiranza hanno superato i confini della ristrettezza padronale. Engels, come il curatore di questo volume ricorda, riteneva Saint-Simon, insieme a Hegel, la mente più universale del secolo XIX. Di certo Engels aveva in mente, formulando il suo giudizio, anche questa intuizione saintsimoniana che ricorda la dialettica servo-padrone di hegeliana memoria. Tuttavia a Saint-Simon manca la dialettica, e soprattutto la capacità di cogliere fino in fondo il senso del rapporto del servo con la cosa, e il suo valore emancipatorio. Pertanto, rimane un utopista, ma dal profilo culturale raffinato ed energico.

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