martedì

Gli intellettuali, lo sterminio, e l'assenza di immaginazione

Recensione a: Enzo Traverso, Auschwitz e gli intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra, Il Mulino, 2004.


di Carlo Scognamiglio



Se il noto resoconto del processo a Eichmann redatto da Hannah Arendt si concludeva nella "scandalosa" scoperta della banalità del male, sintetizzabile, nello specifico di Eichmann in una sostanziale assenza di idee e di immaginazione, per cui il solerte gerarca non capiva affatto il senso e la sostanza di quanto gli accadeva intorno, il volume di Enzo Traverso apre al contrario alla riflessione sulla parziale insufficienza della chiave di lettura arendtiana.

In altri termini, mi viene da osservare, oltre alla maggioritaria adesione al nazionalsocialismo di insegnanti, giornalisti e scienziati, abbondantemente documentata dalla ricerca storiografica, dovremmo riflettere anche, e in ciò Traverso fornisce un aiuto, sul ruolo di intellettuali di più ampio respiro, quelli dal profilo filosofico per intendersi, ai quali l'essere "senza idee" e "senza immaginazione" poco si addice, ma parte dei quali, come dire, il male l'hanno vissuto, a volte ignorato e in qualche occasione avallato.

Oggi parrebbe scontato ritenere Auschwitz l’evento cruciale del Novecento, eppure non è così che venne percepito dagli intellettuali contemporanei agli eventi, e a ben vedere, neanche nella seconda metà del secolo il mondo della cultura, se non pochi tra i suoi rappresentanti, se la sentirono di fare i conti con Auschwitz e di porre quell’episodio della storia contemporanea al centro della propria riflessione. Quali furono e sono le ragioni di questo controverso rapporto degli intellettuali con lo sterminio degli ebrei?
Intervenendo in un Convegno su “La Sho’ah tra interpretazione e memoria”, svoltosi a Napoli nel 1997, Enzo Traverso disegna un sistema di relazione tra il variegato mondo degli intellettuali (categoria nella quale vengono presi in considerazione prevalentemente letterati e filosofi) e gli eventi legati alla Soluzione Finale. Traverso propone all’incirca quattro complesse e al loro interno sfumate categorie di lettura, esprimenti i diversi livelli di condotta politica ma soprattutto intellettuale, dell’intellighenzia europea di quegli anni.
Il primo gruppo include coloro che possono essere definiti gli “arruolati”, con riferimento a quegli intellettuali che prestarono servigio culturale e sostegno morale alle politiche di sterminio. Tra essi incontriamo, oltre ovviamente a protagonisti della cultura tedesca come Martin Heidegger, figure come quelle di Ernst Jünger, Louis Ferdinand Céline, Julius Evola, Giovanni Gentile, Filippo Tommaso Marinetti, Ezra Pound, Eugène Inescu, e molti altri. Motivati da opportunismo o senso del dovere, questi uomini si comportano in maniera differenziata. Schmitt e Heidegger non rinnegano il nazionalsocialismo, ma non assumono responsabilità politiche dirette, diversamente da Giovanni Gentile (il quale pure era contrario alle leggi razziali e nei comportamenti aveva mostrato solidarietà nei confronti di colleghi ebrei), né si consumano nello scrivere testi antisemiti come Céline. Degli “arruolati” Traverso scrive: «La loro reazione di fronte al genocidio degli ebrei va dall’approvazione entusiastica al silenzio complice. Mai una sola parola di condanna, di riporovazione o di autocritica sarà pronunciata da Martin Heidegger, per il quale le camere a gas non erano altro che una delle tante manifestazioni della modernità tecnica, come l’agricoltura meccanizzata» (p.18).
In un secondo gruppo, indicato con una terminologia nota come costituito dai “salvati”, troviamo i testimoni, i sopravvissuti all’orrore della persecuzione, che si sono fatti scrittori-narratori e interpreti dell’Olocausto. Tra essi possiamo agevolmente riconoscere Primo Levi, Jean Améry, David Rousset, e, aggiungiamo noi, lo psicoanalista Bruno Bettelheim, oltre ai numerosi altri testimoni della Shoah.
La terza categoria di intellettuali viene definita in parte del “disimpegno”, in quanto rappresentata da coloro che non presero posizione, non assunsero su di sé la responsabilità della denuncia o della lotta politica, ma aspettavano tempi migliori continuando a svolgere il proprio lavoro. Le figure coinvolte in questo gruppo manifestano una sorta di opportunismo, legato prevalentemente al desiderio di mantenere in vita la propria attività di studio, come accadde per esempio nel caso di Lucien Febvre, che sembra in parte, per favorire la ripubblicazione de Les Annales , a scendere a patti con l’ideologia razziale di Vichy. In parte tuttavia, in questa categoria si inseriscono tutti quegli intellettuali e quelle riviste, che pur mobilitati nella lotta al fascismo e al nazismo, nulla dissero sui campi di sterminio. Tra essi si può inserire Sartre, il quale nel suo Réflexions sur la question juive del 1946 non centra il suo ragionamento sul fenomeno del genocidio, né scrive alcunché sui superstiti dei campi nazisti. Un po’ ovunque dopo la guerra il clima generale, dalla stampa agli intellettuali, era quello del non riuscire a cogliere, o in parte a non voler vedere, il carattere dirimente di ciò che i testimoni raccontavano, la svolta epocale costituita da Auschwitz.
Infine abbiamo i “segnalatori d’incendio”. Intellettuali di primo piano, per lo più esuli, come Hannah Arendt, Adorno, Marcuse, Horkheimer e alcuni altri, i quali già durante la guerra cercano di portare l’attenzione sulla deriva dell’antisemitismo nazista. Cui si possono aggiungere altri esuli critici nei confronti del regime hitleriano come Thomas Mann, Karl Jaspers o Georges Bataille.



2 commenti:

  1. Anonimo09:18

    De Bataille tra gli "altri esuli critici nei confronti del regime hitleriano" nulla littera in veteribus et recentibus libris invenitur.

    Manfurio-francesco

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  2. hello
    mettez vos infos sur jewisheritage.fr et inscrivez vous sur le forum
    shalom

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