sabato

Recensione a M. Mustè, La storia: teoria e metodi (Carocci, Roma 2005)


(testo già pubblicato su «L’Acropoli», gennaio 2005).


di Carlo Scognamiglio


La ricerca della verità storica, e non solo dell’autenticità delle fonti, è questione che appassiona più i filosofi che gli storici di professione. Non si tratta naturalmente di un’ansia da completamento del quadro epistemologico, ma è riflesso di una consapevolezza della portata dell’indagine sullo statuto scientifico della proposizione storiografica, nonché della sua ricaduta sociale. Sebbene si presenti con una veste editoriale che prefigura essenzialmente la funzione didattica del testo, il nuovo libro di Marcello Mustè può essere definito come un “falso magro”. In poco più di un centinaio di pagine vengono infatti addensate alcune delle più spinose questioni della ricerca filosofica, con particolare riguardo, ma senza esclusività, alla scientificità della storia. Nel volume si rincorrono ipotesi contrastanti che hanno caratterizzato un dibattito prevalentemente novecentesco, ma trapela in più passaggi l’intenzione di Mustè di cercare un varco nelle perplessità dello scetticismo storico, rintracciando un sentiero che possa condurre in qualche maniera al riconoscimento della storiografia come scienza empirica. La scientificità dovrebbe attestarsi proprio su un’ empiricità in tutto particolare, poiché non agevole risulta sottoporre la proposizione storica a verifica e impossibile è la riproduzione dell’evento. Un primo carattere della storiografia che però dovrebbe indurre a discernerla dal mito o dall’invenzione letteraria (ambito nel quale è destinata a scivolare laddove alleggerita dalla responsabilità dello statuto scientifico), è la tendenza all’individuazione di una metodologia di lavoro quanto più rigorosa e convenuta tra i ricercatori. In secondo luogo, sebbene il criterio di verità non possa risultare dalla riproduzione in laboratorio dell’evento, l’attinenza a un quadro epistemologico empirico può essere mantenuta non solo in virtù dell’attestazione di autenticità dei documenti o della corretta datazione delle fonti, ma anche dall’istituzione di una relazione tra l’attendibilità della metodologia di ricerca e il grado di rispondenza all’accaduto della proposizione storiografica. Tale rapporto si struttura similmente al procedimento di attendibilità che viene richiesto per esaminare i test psicometrici. Se il test somministrato più volte consegue sempre i medesimi risultati, aumentano le sue credenziali relative all’attendibilità. Da un punto di vista apparentemente superficiale dunque, ma non effettivamente tale, si deve concedere valore di maggiore validità a due proposizioni storiche in tutto simili, qualora giungano come conclusioni di paralleli percorsi interpretativi. In altre parole, se dal medesimo materiale documentario, ricorrendo a una comune procedura metodologica, un serie di ricerche successive e parallele producono conclusioni concordi, si può convenire sull’attribuzione di elevati livelli di attendibilità a quella metodologia. Si può ritenere inoltre, che quanto più attendibile, rigorosa e condivisa risulti la metodologia, tanto maggiori saranno le probabilità di rispondenza della proposizione storica ricavata dall’intero processo a quanto realmente accaduto. Se si concede questo tuttavia, cioè l’esistenza di una via intermedia tra la pura invenzione letteraria, e l’approssimazione alla verità, il varco a un ragionamento epistemologico sul valore di conoscenza della proposizione storica, risulta del tutto oltrepassato. Fin qui, rimanendo nell’orizzonte dell’attestazione dell’attendibilità del documento e della decifrazione dell’evento, i margini di assegnazione di scientificità sono piuttosto solidi. Più complessa si fa la faccenda, e Mustè mette ben in evidenza questo passaggio, quando la storia passa a sviluppare la sua pratica più controversa, quella della spiegazione degli eventi: la scienza storica «è una scienza ambigua, al tempo stesso precisa e imprecisa, che unisce a una base empirica un esteso impianto di costruzioni ipotetiche» (p. 37). In effetti qui l’elemento ipotetico diventa predominante rispetto a quello apodittico. Ma cosa vuol dire “spiegare”? Ci pare di poter osservare che il problema della scientificità della spiegazione dipenda in buona sostanza dal contatto tra la scienza storica e le altre scienze empiriche. Si può asserire: “Hitler prepara e attua l’azione militare contro l’Unione Sovietica perché spinto da un irrefrenabile paura del bolscevismo”. Abbiamo dunque il cancelliere tedesco, i suoi ordini bellici, l’attacco all’URSS. Ciò che segue il “perchè” rientra nell’ambito dello spiegare. A quale processo di attribuzione di scientificità possiamo sottoporre tale conclusione? Con le conoscenze della medicina contemporanea, nessuno storico potrebbe sostenere la maledizione divina come elemento di spiegazione delle morti determinate della diffusione della peste. Tesi che presumibilmente nel Quattrocento in certi contesti sociali poteva trovare la sua credibilità. E’ chiaro che le scienze empiriche guidano, con le loro acquisizioni, anche le affermazioni dello storico attuale che si rivolge al passato utilizzando criteri di spiegazione dei fatti tratti dalle informazioni presenti. L’equivoco storiografico nasce spesso però dalla mancata concordatio sui modelli di spiegazione del comportamento umano. La precedente proposizione concernente Hitler e l’Unione Sovietica presuppone infatti la tesi scientifica che un uomo (anche se cancelliere di una potenza industriale e militare), per paura (concetto anch’esso da definire scientificamente) di un fenomeno politico di cui ha sentito parlare, decide di scatenare una guerra massimamente distruttiva. E’ chiaro che questa tesi presuppone che il comportamento “dichiarare guerra” sia una conseguenza di uno stato emotivo, a sua volta scatenato da una serie di informazioni. Se pure le scienze psicologiche potessero (e non possono) dimostrare che il comportamento umano può essere causato da sole convinzioni o stati emotivi, e non anche da calcoli razionali o influenze sociali, costrizioni, valutazioni e quant’altro, quella tesi dovrebbe confrontarsi con le scienze politiche, che difficilmente ammetterebbero l’esistenza di casi empirici in cui gli stati emotivi di un individuo possano determinare la pedissequa obbedienza dei suoi più stretti collaboratori, dei quadri intermedi dell’intera popolazione, a degli ordini ritenuti irrazionali o inopportuni. La palla rimbalzerebbe dunque alla psicologia sociale, perché l’unico caso accettabile per riconoscere validità a quella proposizione sarebbe ammettere l’esistenza di uno stato d’ansia e paura di tipo collettivo e non controllato, il che non sarebbe misurabile o verificabile. Pertanto se la proposizione su Hitler avesse quanto meno cercato una comunicazione con le conoscenze attuali delle scienze empiriche (come psicologia, sociologia, politologia, economia, e tutte le altre scienze umane) avrebbe forse meritato maggiore considerazione nell’orizzonte della plausibilità. Certamente per avvicinarsi allo statuto della scienza, la spiegazione storiografica non può giocare con le ipotesi più inverosimili, ma è tenuta a utilizzare modelli di spiegazione del comportamento individuale e collettivo consoni a quei pochi punti di concordia che le molteplici correnti delle scienze umane vanno oggi definendo.
Ripercorrendo brevemente le principali tesi dello storicismo, Mustè focalizza quella che ne costituisce il perno: la differenza tra scienze dello spirito e scienze della natura. In effetti, sulla scorta di tale contrapposizione, che non esaurisce naturalmente il contributo teorico fornito dallo storicismo, ma ne costituisce il fondamento, si potrebbe concludere che le difficoltà della storia a trovare uno statuto scientifico consistono nell’ambiguità scatenata dalla somiglianza tra soggetto e oggetto dell’osservazione, e di qui è ben difficile resistere alla tentazione di approfondire la questione. E’ un problema che si pone anche la psicologia, con la sua difficoltà di rapportarsi allo studio del comportamento degli altri animali. Se in etologia l’osservazione empirica e distaccata rimane criterio condiviso di accertamento o falsificazione di ipotesi scientifiche, in psicologia l’osservazione è spesso mediata dal confronto dell’oggetto col soggetto, ad esso in tutto simile, e quindi da un più forte rischio inferenziale. La storia condivide invece con un’altra scienza umana, la filosofia, una funzione critica. Il suo sforzo costante consiste nella confutazione del mito, dal quale per l’appunto si distingue con nettezza, nella discriminazione del vero dal falso, dell’esistente dall’ inesistente. La sua funzione, ribadisce Mustè nell’introduzione al testo, «consiste sostanzialmente nella cura della conoscenza e nella ricerca della verità» (p. 8). E’ chiaro tuttavia che la ricerca della verità non può prescindere dal relazionarsi col tema della funzionalità della conoscenza. Nell’epistemologia marxiana è proprio questa la differenza forte tra scienze della natura e scienze esatte da un lato e scienze dell’uomo dall’altro. La proposizione veritiera così come quella falsificatoria sono un prodotto umano, e se l’uomo le produce è perché risponde a una sua esigenza immanente. La storia può essere ricostruita e falsificata, così come in un processo si può testimoniare il vero o il falso, e la componente funzionale intrinseca alla ricerca storica non ne costituisce necessariamente un vizio. Essa va infatti interpretata diversamente da un nietzschiano nichilismo gnoseologico, ma su un livello che discrimini la volontà conoscitiva (orientata alla ricerca epistemica) dalla volontà falsificatrice o mistificatrice. La ricerca della conoscenza certa non viene distrutta dal contatto con la volontà, ma si immerge in essa divenendo oggetto della volontà stessa. E’ in quest’ottica che il ragionamento sulla scientificità della storia non risulta più velleitario, ma ritorna ad imporre la sua esigenza di rigore metodologico e procedurale, al fine di individuare e smascherare le alcinesche seduzioni della ricostruzione tendenziosa. Certamente nell’ambiente odierno della storiografia accademica, nonostante confronti e contrasti, esiste una sorta di controllo continuo sulle pubblicazioni orientate alla ricostruzione fasulla o tendenziosa. Tuttavia il problema dell’uso pubblico della storia irrompe nel ragionamento nella misura in cui l’immaginario collettivo non si costruisce sul certosino lavoro degli storici di professione, ma soprattutto su ri-costruzioni pseudo-narrative (come il dibattuto libro di Pansa) prodotte con discutibile rigore metodologico, o operazioni scandalistiche di facile diffusione, specie in virtù della comunicazione telematica, come emblematicamente mostrato dalla vicenda negazionista (come anche Giuseppe Galasso rileva nel suo recente volume di teoria della storia, gli ultimi decenni del secolo ventesimi hanno assistito a un accrescimento della “pregnanza sociale” della funzione storiografica). L’utilità del libro di Mustè consiste, a nostro avviso, proprio nel costituire un duplice monito nei confronti della storiografia accademica. In prima istanza sarebbe opportuno prendere le dovute distanze dai procedimenti approssimativi e propagandistici di largo consumo, evitando ad esempio quelle nefaste contaminazioni che prendono forma nei documentari televisivi sulle reti nazionali, dove, come ci è capitato di vedere recentemente, questioni serie e importanti come la Rivoluzione bolscevica o l’indipendenza cubana vengono arbitrariamente e inspiegabilmente collegate con spiriti, fantasmi e “macumbe” di vario genere. Al tempo stesso, si richiede agli storici di cercare nuovi spazi per tornare a incidere sulla costruzione della memoria e dell’immaginario collettivo, assumendosi la responsabilità propria della storiografia di intervenire in maniera decisiva sull’opinione pubblica, instillando in essa proprio quel senso critico che è elemento costitutivo della scienza storica.

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