mercoledì

Disumanizzare la vittima: pregiudizi e aggressività collettiva


(Relazione tenuta in occasione della Giornata di studio su “Aggressività e bullismo nel contesto scolastico. Dalla prevenzione all’intervento”, presso il Comune di Ciampino (RM), il 26 maggio 2007)













1. Quel particolare fenomeno che abbiamo finora definito “bullismo”, e che viene indicato come problematica del mondo pre-adolescenziale e adolescenziale, talvolta facendo perdere traccia dei propri confini e agevolando il fraintendimento di quel preciso fenomeno con altre forme di aggressività, è senza dubbio un problema complesso. Tale complessità, piuttosto ovvia, è determinata dalla molteplicità dei fattori che concorrono a costituirne le condizioni di realizzazione, l’ambiente di realtà, e le conseguenze che da esso discendono. Negli interventi che hanno preceduto la mia relazione ho trovato inoltre riscontro della molteplicità delle chiavi di lettura, probabilmente tutte valide (fatta eccezione per ogni ipotesi di predisposizione genetica o ereditaria al comportamento aggressivo, da cui prendo le distanze), di questo fenomeno sociale, nessuna delle quali, proprio in quanto costretta a convivere con le altre, può proporsi con l’aspetto della definitività. Per quanto tale avvertenza possa apparire banale, cercherò di fare in modo che non lo sia, ponendo l’attenzione sull’elemento di rischio che si presenta nella eccessiva fretta di una soluzione “eziologica”, certamente sollecitata dalla problematicità della cosa stessa.
Il bullismo non è un fenomeno di nuova generazione. La memoria personale di ciascuno di noi e la memoria dell’umanità nella storia della letteratura potrebbero fornirci non pochi esempi di una pervicace ricorrenza, soprattutto nel mondo dei più giovani, di fenomeni di prevaricazione che oggi definiamo concordemente con il termine “bullismo” e di cui cerchiamo le variabili. Non sarà certo necessario rievocare grandi classici della letteratura mondiale come Cuore o Il signore delle mosche, né il recente romanzo di Antonio Pascale (S’è fatta ora) per avvederci della continuità temporale del fenomeno. All’estensione nella linea del tempo, deve corrispondere anche quella nello spazio. La storia narrata ne Il cacciatore di aquiloni da parte dello scrittore afgano Khaled Hosseini, nella quale un atto di bullismo si conclude addirittura con uno stupro, indica anch’essa la qualità di una condotta che solo superficialmente o giornalisticamente si può ascrivere ai “nostri tempi” e alle “nostre società”. Non intendo appellarmi a teorie hobbesiane della naturale ostilità reciproca tra esseri umani, né alla prospettiva freudiana legata alle radicate pulsioni aggressive dell’essere umano. Ma l’attualità con cui noi oggi guardiamo al bullismo non può farci cadere nell’errore di legare un comportamento così radicato nella vita sociale degli uomini a semplici “circostanze”. Si presenta dunque davanti a noi un lavoro di scavo, di analisi profonda, se vogliamo “fenomenologica”, di questo problema. A tal proposito, in termini generali, ritengo altrettanto errato cercare di definire l’essenza del bullismo attenendosi all’orizzonte scolastico. Le forme di aggressività che ci troviamo ad analizzare sorgono nei contesti in cui i giovani trascorrono più tempo a contatto tra di loro e sono fuori dal controllo degli adulti. E’ infatti un dato significativo che nelle scuole del Nord dell’ Europa la maggior parte degli atti di bullismo si verifichino nella pausa pranzo, quando gli studenti sono soli per molto tempo e liberi di muoversi in un contesto molto ampio. Nel nostro paese invece quegli stessi comportamenti trovano il loro picco di pericolosità nei momenti che precedono l’ingresso a scuola o durante il viaggio di ritorno a casa, a limite durante la ricreazione. Purtroppo non abbiamo meccanismi di controllo sull’ambiente extra-scolastico, ma credo che si possa con facilità ritenere che nella cosiddetta “strada”, e nei luoghi del tempo libero non controllati, si manifestino buona parte dei comportamenti bullistici. Trovo dunque del tutto strumentale la riconduzione del fenomeno del bullismo a un peggioramento dell’organizzazione scolastica o della capacità educativa degli insegnanti. Sono propenso invece a ritenere che la capacità e la sensibilità pedagogica del corpo docente negli ultimi anni sia decisamente migliorata.
La sovraesposizione mediatica del problema non può determinare con un automatismo la sua irruzione nel tempo a discapito di una sua assenza precedente. Tuttavia è innegabile che questo fenomeno presenti oggi dei caratteri di novità. L’unica via per riuscire a comprenderlo deve consistere nell’individuazione delle latenze del passato e le forme del presente all’interno di una dinamica sociale che non è conseguenza di avvenimenti nuovi o strumentazioni tecnologiche acquisite dalla contemporaneità, bensì di quegli strumenti si serve e a essi pre-esiste.
La prima e più grande innovazione a tal proposito è rappresentata dall’attenzione sociale di cui il fenomeno del bullismo gode negli ultimi anni. Oggetto di studi approfonditi nel Nord dell’ Europa da alcuni anni, ha vissuto una vicenda simile a quella del mobbing. Progressivamente la sensibilità giuridica e culturale nei confronti di questi processi si è come propagata dai paesi scandinavi e anglosassoni fino al Mediterraneo.
L’altro fattore di novità è rappresentato dalle potenzialità che le strumentazioni tecnologiche - mi riferisco ai telefoni portatili - offrono per sviluppare in due direzioni, entrambe rischiose, il fenomeno. In primo luogo la possibilità di fotografare e filmare i compagni fornisce una ulteriore forma di prassi ricattatoria nei confronti delle vittime; dall’altro, promuove quella tendenza opportunamente denunciata da Marco Lodoli della corsa alla spettacolarizzazione delle proprie “bravate” persecutorie, che si manifestano attraverso una ricerca della notorietà (foss’anche soltanto interna alla scuola o a un singolo plesso). L’attesa di un momento di visibilità, che Vanni Codeluppi ha ben spiegato nel suo recente libro sulla Vetrinizzazione sociale, e alla quale i giovani sono particolarmente esposti, rappresenta certamente una prospettiva tanto forte quanto importante da decifrare attraverso nuove ricerche. Ma non è questo l’intento del mio contributo.
Una terza precisazione deve concernere la prospettiva di risoluzione e le tecniche di intervento. Non è possibile, proprio a causa della multicomponenzialità del fenomeno pretendere di risolverlo mediante ricorso a un solo ordine strategico. Non esiste, né è ancora stato individuato, un metodo valido che in perfetta solitudine si dimostri capace di rimuovere o prevenire il bullismo. Rimozione e prevenzione in questo caso coincidono, poiché non è possibile eliminare il fenomeno se non evitando che si manifesti. Per conseguire l’obiettivo della prevenzione, occorrerebbe dunque isolare, almeno concettualmente, e controllare, empiricamente, i fattori elicitanti. Ma questo processo non è realizzabile per due ordini di ragioni. In primo luogo, non siamo ancora in grado di isolare concettualmente le cause del fenomeno, dal momento che il comportamento umano non si manifesta soltanto deterministicamente, ma anche teleologicamente, per cui dovremmo essere in grado di conoscere non soltanto le determinanti contestuali al comportamento (che si caratterizza non per la situazionalità ma per la persistenza) ma anche i modelli e gli scopi cui quel comportamento è orientato. Ancora più difficile è il controllo empirico del bullismo, dal momento che un controllo può essere effettuato soltanto in un contesto circoscrivibile, come quello scolastico, ma non può essere contenuto in quello extrascolastico. Con questo non intendo annunciare un pessimismo di fondo sulle possibilità di conoscenza e di superamento del bullismo, ma soltanto enunciare le difficoltà di un lavoro che andrebbe condotto forse con maggiore serietà e profondità di pensiero di quanto solitamente si tenda a fare. Questo contributo vuole andare, quanto meno nell’ intentio che lo anima, in questa direzione.
Quanto detto ci induce dunque a stabilire che questo fenomeno, più di altri problemi che caratterizzano il mondo giovanile, e nello specifico quello scolastico, richiede una collegialità teoretica e applicativa tra varie discipline e competenze. Ciò che mi sta a cuore specificare e che ritengo un obiettivo ineludibile, è la necessità di avviare, simultaneamente all’intrapresa di opportune iniziative di prevenzione, un adeguato percorso di analisi conoscitiva, che non sia meramente statistica.
Alla luce di quanto appena detto, è mia intenzione utilizzare questo spazio isolando una dinamica ricorrente nei fenomeni di bullismo, provando a tracciarne un’analisi, e contribuire pertanto al processo di decodificazione del medesimo.

2. Il bullismo si manifesta in molti casi, ma non sempre, nella modalità dell’aggressione collettiva, e si distingue per la persistenza nella pratica persecutoria, nonché per la a-simmetria nei rapporti di forza tra “bulli” e “vittime”. Questa particolare situazione può indurre a una prima riflessione, che non dovrebbe spendersi in un’approssimativa ricerca delle cause, bensì cercare di mettere a fuoco la dinamica per la quale si rende possibile per molte persone (siano esse pre-adolescenti, adolescenti o adulte), le quali nella loro esistenza quotidiana non manifestano inclinazioni né comportamenti aggressivi, di essere indotte in determinate circostanze, a contatto con determinati gruppi di persone, magari caratterizzati dalla presenza significativa di uno o più leader carismatici, a perpetrare abusi morali o fisici nei confronti di una vittima. Evidentemente le figure che ci interessa porre sotto la lente di ingrandimento sono quelle dei “gregari”. Gli studi più noti sul bullismo, come quelli di Sharp e Smith, o di Olweus, concentrano la propria attenzione sulla psicologia del bullo e quella della vittima. Si tratta di un’operazione importante per comprendere come individuare il fenomeno o contrastarlo, ma ci aiuta solo parzialmente nel lavoro di analisi psico-sociale. A me interessa invece richiamare l’attenzione proprio su quella zona grigia, sulle persone “comuni”, come direbbe lo storico Christopher Browning, che pur non avendo alle spalle condizioni socio-territoriali disagiate, modelli educativi aggressivi, particolari ambizioni leaderistiche, partecipano in maniera passiva o solo parzialmente attiva ai fenomeni di aggressività collettiva. Soprattutto, la domanda che proverò a porre è proprio su quali elementi culturali e psicologici possa rendere possibile la trasformazione di “uomini comuni” in “carnefici”. Non appaia troppo forte la terminologia, in quanto, come la cronaca di questi giorni ha confermato, sono numerosi i casi di bullismo che si concludono con il suicidio o con profonde cadute depressive per la vittima.
Mi servirò di una fonte inconsueta e poco ortodossa, prima di aprire il ragionamento su questi aspetti, cioè del lavoro di inchiesta tra coetanei svolto dagli studenti dell’ ITC di Omegna, in Piemonte, disponibile on-line, che a mio modo di vedere focalizza il fenomeno del bullismo meglio di tutti gli studi scientifici che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni. Uno dei primi elementi messi in evidenza dagli studenti di Omegna, concerne proprio la necessità della presenza dei “gregari”, o meglio la sua ricorrenza, come caratteristica peculiare. Le studentesse Elena e Claudia registrano come nelle opinioni dei propri compagni si ritenga che «fondamentalmente il bullo senza il gruppo non ha ragione di esistere – “da solo non combina mai niente”; “se non ci sono gli altri che cosa lo fa a fare”». Nel seguito della relazione, vengono esposte le motivazioni che stanno alla base del comportamento bullistico, e in particolare, quelle che chiameremo le “giustificazioni” di tale condotta. Nelle opinioni raccolte tra i compagni, le redattrici del rapporto hanno evidenziato che «il bullismo vero e proprio, quello che fa male, è sostanzialmente psicologico:riguarda la presa in giro sul cognome o sul fisico... prende dunque di mira caratteristiche personali che si coniugano con la timidezza o una certa debolezza caratteriale. Alcune volte è come se si percepisse tra i ragazzi l’avallamento un certo diritto del più grande nei confronti del piccolo. [...] Ci si prende in giro pesantemente su tutto, dalle scarpe, ai genitori o gli amici che si hanno, alla lunghezza dei capelli. Parallelamente si è più deboli, anche psicologicamente, perché più piccoli e alcuni episodi possono davvero “cambiare” il carattere o traumatizzare». Ci tengo a far parlare ancora un poco gli studenti, perché quello che riferiscono mi è utile a introdurre quanto segue. Nella sua relazione la studentessa Nadia, raccogliendo le opinioni degli studenti, ha evidenziato come per molti «la vittima è spesso spaventata o timida e questo fa sì che un po’ “se la cerchi”». Quest’attribuzione di responsabilità nei confronti della vittima ci offre una chiave di lettura molto importante.
Chiunque abbia esperienza personale o indiretta di tali fenomeni sa bene che coloro i quali esercitano comportamenti bullistici, se interrogati sulle ragioni del proprio agire, magari da qualche coetaneo o da figure “giudicanti” (siano esse insegnanti o magistrati), cercano una giustificazione indicando la causa dell’aggressione nell’identità o nel repertorio comportamentale della vittima, anziché nel proprio. La vittima “merita” di essere tale:


  • in quanto troppo “studiosa” o ossequiente nei confronti dei professori

  • perché fisicamente grottesca (troppo grassa, troppo minuta, troppo effeminata) o anche handicappata

  • in virtù della sua origine etnica

  • in virtù della sua estrazione sociale (troppo ricca o troppo povera)

  • in base al suo abbigliamento (non alla moda, troppo alla moda)

  • in base al suo comportamento (è la vittima che si isola, che fa la spia, che non si unisce al gruppo, non si integra)


E’ importante registrare come tutti questi comportamenti abbiano un punto in comune: sono auto-giustificazioni, con fini di copertura, costruite sull’imputazione dell’altro.

3. Mi pare piuttosto difficile sostenere che un essere umano, che abbia introiettato i valori sociali della cultura in cui si è formato, possa riuscire con naturalezza (cioè senza avvertire sentimenti inibitori) a perpetrare un danno nei confronti di un’altra persona, della quale si abbia una considerazione egualitaria, o, in altri termini, alla quale si attribuisca la stessa dignità o valore che si attribuisce a se stessi, e magari ai propri amici e ai propri familiari. Nel caso di pratiche denigratorie e persecutorie, è altamente improbabile che chi mette in atto sistematicamente comportamenti ascrivibili a un simile repertorio possa agire quegli stessi comportamenti senza verbalizzare a se stesso una valida ragione per cui quei comportamenti non siano degni dibiasimo. Quella valida ragione deve consistere inevitabilmente in un dato di identità o di comportamento che deve essere attribuito alla vittima affinché essa meriti di esser tale, e che dunque scagioni con ciò il proprio comportamento. Assecondando un meccanismo di consonanza cognitiva, per fare del male ad altri, un soggetto sembra necessitare di processi giustificatori in base ai quali l’altro diviene portatore di una vita di minor valore. Quanto maggiore è il livello di aggressività, tanto più l’idea che l’altro sia meno “degno” di me diventa un disumanizzare l’altro. Si pensi che anche nel massimo livello di danneggiamento di altri esseri umani, come nel comportamento assalitorio dei più efferati serial killer, viene messo in atto un meccanismo di cancellazione dell’identità umana della vittima, una cancellazione che deve rendere “tollerabile” quel gesto. Una delle pratiche più ricorrenti tra i serial killer è l'accanimento sul volto della vittima, necessario proprio per la “depersonalizzazione”. Non a caso il serial killer si concentra in questa operazione nella zona degli occhi. In altri casi ricorre invece a forme di "bendaggi" del volto della vittima, che viene così ridotta a oggetto.
Sebbene sia abbastanza evidente lo scarto comportamentale tra un feroce assassino e un gruppo di pre-adolescenti che persiste in comportamenti denigratori e vessatori, l’essenza del problema deve rimanere come cornice del nostro ragionamento. Quello che ci interessa capire, ed è la domanda che proviamo a porre, è se un comportamento manifestamente orientato a danneggiare moralmente o fisicamente altre persone possa o addirittura debba essere accompagnato da verbalizzazioni interiori che giustifichino, rendano accettabile o necessaria quella persecuzione. E, infine, se queste verbalizzazioni implichino un processo di degradazione, disumanizzazione, depersonalizzazione dell’altro.
In un contesto di gruppo, la dinamica della degradazione della vittima coincide con un conformismo comportamentale. Il gregario non accoglie per modellamento soltanto il comportamento lesivo, ma assorbe passivamente anche la verbalizzazione disumanizzante. In tal modo, perpetrando l’offesa, l’indegnità del soggetto viene confermata dal suo stesso essere vittima. Quante più angherie la vittima è costretta a subire, tanto più si andrà definendo il suo ruolo sociale di inesorabile vittima di soprusi, e la visibilità di questo ruolo, manifestantesi attraverso espressioni di timidezza, paura, meccanismi di fuga, funge da ulteriore conferma di quella verbalizzazione irrazionale. Come direbbe lo psicoterapeuta statunitense Albert Ellis, le proposizioni irrazionali che il soggetto continua a ripetere a se stesso derivano e sono rinforzate dall’ambiente sociale in cui è inserito, ma è altresì vero che sono i comportamenti, le abitudini e gli stili di vita a favorire la conservazione di tali verbalizzazioni.
Molto probabilmente i gregari, rinforzati dalla vicinanza al leader (del quale si ammira la posizione di forza, di notorietà o di potere), o, come evidenziano gli studenti di Omegna, per paura di finire anche loro nell’alveo delle vittime, sostengono i comportamenti bullistici. Le testimonianze degli studenti piemontesi riferiscono proprio l’idea («se l’hai provato sei il primo a rifarlo») che l’esperienza dell’esercizio di quel potere dell’uomo sull’uomo è un’esperienza di per sé molto rinforzante. Ma la ricerca di questo rinforzo entra inevitabilmente in conflitto non solo con i valori sociali introiettati nelle istituzioni educative delle società in cui viviamo, che non sono, come si suol dire spesso e a sproposito, la violenza e l’aggressività, che semmai appartengono come valori e come capacità di penetrazione sociale ad altre epoche storiche, ma la solidarietà, la liberalità e il rispetto reciproco (ultimamente anche il pacifismo e la non violenza). I gregari spesso sorprendono i propri familiari quando emerge la loro appartenenza a baby gang. Essi sono insospettabili proprio perché nella loro vita quotidiana non solo agiscono conformemente ai valori sociali, ma ne chiedono addirittura il rispetto. Tuttavia, in alcuni contesti gruppali, dismettono quei valori in funzione dell’esercizio persecutorio. Perché? Come si passa, a partire da qualche prima esperienza bullistica, alla perpetrazione e alla legittimazione del fenomeno?
In un suo celebre libro il sociologo di fama mondiale Zygmunt Bauman analizza con profondità i noti esperimenti psicologici di Stanley Milgram e Philip Zimbardo, orientati allo studio del comportamento aggressivo di gruppi di persone su altri individui posti in situazioni di inferiorità, o anche del conformismo presente nell’agire persecutorio. La ricerca di Milgram, particolarmente importante per quanto concerne il conformismo, faceva riferimento all’esecuzione da parte di alcuni soggetti di comportamenti lesivi nei confronti di altri individui, sotto la guida di un’autorità scientifica. Nello specifico, un finto medico chiedeva ai soggetti di somministrare delle scariche elettriche sempre più forti a una vittima. In tale ricerca si osservano molte varianti, come la parziale, nulla o totale visibilità della vittima alla vista del “torturatore”, il livello di autorevolezza del medico, e quant’altro. I soggetti si mostrarono per la maggior parte inclini all’esecuzione della tortura, rivelando particolare acredine in situazioni di non visibilità della vittima, e grande sollecitudine nei casi in cui la vittima non era vista né sentita. Se questo ultimo dato ci aiuta a cogliere la maggiore facilità dell’accanimento attraverso la “smaterializzazione” della vittima, d’altro canto ci indica anche il potere persuasivo o deresponsabilizzante dell’autorità, di una figura leaderistica, nell’emissione di comportamenti altamente lesivi: come nell’esperimento di Milgram, la correttezza del proprio comportamento non si misura più in relazione a un quadro assiologico di riferimento, né in rapporto agli effetti dell’azione, ma in base all’efficienza dell’esecuzione del compito, cioè di vicinanza al leader. Secondo Bauman, è possibile ipotizzare, sulla base di questa ricerca, che in un’organizzazione o in un gruppo in cui la possibilità di scaricare su un leader la responsabilità diventa strutturale, si ottiene «una libera fluttuazione della responsabilità», che dunque rimuove ogni freno di natura morale. Di grande rilievo è l’esito dell’esperimento di Milgram nella variante in cui si pongono due autorità non pienamente concordi. In tale contesto, l’esercizio della tortura non è stato effettuato. Se ne deduce che la pedissequa obbedienza agli ordini consegue dal rapporto con una fonte di autorità univoca, risoluta e monopolistica. Questo la dice lunga sulla possibilità di concorrenza nell’ambito dell’autorevolezza morale che la società possiede e non mette a frutto. Ne possiamo ricavare un primo indicatore in merito alle strategie di intervento: provare a individuare mezzi e strumenti di un’autorità antagonista a quella del leader. Non a caso gli studenti di Omegna, tra le loro importanti opinioni espresse su questo tema, hanno evidenziato come la campagna contro il bullismo non avrebbe avuto alcun effetto se a portarla avanti non fossero stati gli allievi più “carismatici” della scuola.
La ricerca di Philip Zimbardo invece ci parla di un’altra modalità di espressione del conformismo, che non si esprime come conformismo nei confronti all’autorità, e descrive invece meccanismi interni a gruppi privi di una leadership facilmente identificabile. L’autorità è incarnata dagli stessi soggetti coinvolti nell’esperimento. Alcuni individui venivano divisi in due gruppi con la finalità di interpretare, in una sperimentale situazione di prigionia, i ruoli di detenuti e di secondini. I finti detenuti vennero costretti a indossare abiti grotteschi e una parrucca simile a una testa rasata, mentre i secondini avevano divise e occhiali scuri. L’esperimento iniziò con l’esecuzione da parte dei detenuti di alcuni piccoli compiti che ne mettevano in ridicolo la dignità e il comportamento. Dopo una sola settimana (la ricerca ne prevedeva due), gli studiosi furono costretti ad interrompere l’esperimento, poiché gli attori che impersonavano i secondini avevano cominciato a imporre condotte e punizioni fortemente degradanti nei confronti dei detenuti, situandosi al confine con la tortura, che mettevano seriamente in pericolo l’integrità fisica e psicologica di questi ultimi. Quest’ulteriore ricerca rappresenta un forte indicatore per quanto concerne proprio il meccanismo di degradazione della vittima. La vittima umiliata, degradata, entra in un processo di incarnazione pregiudiziale dal quale non può uscire con facilità. Ogni fase della degradazione funge da conferma del pregiudizio e quindi rinforza le verbalizzazioni irrazionali, consentendo dunque la reiterazione e chiarendo la natura dell’elemento della persistenza del fenomeno persecutorio, che rimane dunque coeso a quello pregiudiziale.

4. Abbiamo dunque isolato una dinamica. Proviamo a costruire intorno a essa un ragionamento. Se non possiamo ritenere - senza rischio di operazioni frettolose e superficiali di poter spiegare con quanto detto il comportamento del “bullo” in quanto leader, in quanto ideatore e principale agente della persecuzione, per il quale certamente agiscono molti fattori psicologici qui non considerati, la dinamica analizzata può tuttavia agevolarci nella comprensione del comportamento degli elementi cosiddetti “gregari”. Con questo termine possiamo indicare tutti coloro che possono passare senza contraccolpi da una condizione di vita normale e rispettosa delle regole sociali a carnefici, a comprimari nella persecuzione, più o meno grave, della vittima. I gregari riescono ad agire anche, ritengo di poter sostenere, ricorrendo a un giudizio di svalutazione, fino all’estremo della disumanizzazione dell’altro.
Ultima questione è invece quella relativa a come utilizzare questi procedimenti analitici nell’orizzonte di un intervento utile e adeguato al fenomeno. Naturalmente gli ambiti di intervento e di prevenzione del bullismo sono molteplici, e possono includere strumenti repressivi, deterrenti ma anche concernere il trasferimento di abilità prosociali e modalità comunicative assertive. Tuttavia, la specificità dell’elemento approfondito in questa relazione suggerisce la necessità di un maggiore investimento da parte delle figure educative, e in particolar modo da parte della scuola, nell’educazione logico-razionale fin dai primi livelli di istruzione, onde ostacolare la facile formazione o assorbimento di abitudini cognitive pregiudiziali o discriminatorie. L’intervento individuale rimane in fenomeni sociali come quello del bullismo (ma in fondo, quale fenomeno psicologico non è esso stesso in primo luogo un fenomeno sociale?) una risorsa estremamente povera e tutto sommato inutile.
La riflessione ci suggerisce inoltre la necessità di ridurre (se non rimuovere) o quanto meno rivedere criticamente molti modelli sociali irrazionali che popolano le nostre culture dell’oggi e che favoriscono comportamenti discriminatori. Che utilità può avere, per fare un esempio, la divulgazione di accostamenti concettuali del tutto arbitrari, come quello di “devianza” a quello di “omosessualità”, di “fanatismo” all’origine araba, di “parassitismo” al nomadismo, di malattia alle situazioni di handicap?
Naturalmente non intendo farmi testimone di un’aspirazione velleitaria alla risoluzione del problema del bullismo, né di quello dell’aggressività collettiva e persistente sul singolo, con la semplice revisione dei modelli sociali e concettuali. Tuttavia un più cauto e più razionale atteggiamento del mondo degli adulti potrebbe certamente essere d’aiuto in questo lavoro preventivo. Non c’è nulla di più superficiale infatti dell’attribuire alle giovani generazioni l’origine di processi degenerativi. Tutti i fenomeni di devianza o dispersione adolescenziale e pre-adolescenziale dipendono infatti, e lo dico senza timore di smentita, dalla capacità e incapacità pedagogica del mondo degli adulti.

4 commenti:

  1. Anonimo12:05

    Forse sarebbe il caso di inserire il "bullismo" nella categoria dei comportamenti fascisti ossia di quegli atti illogici, manifestazione di malattia, di cui, secondo Croce, è impossibile fare la storia. Impossibile rintracciarne la genesi, comprenderli. Anche in questo caso la psicologia e la sociologia mostrano i loro limiti. "Capire" il bullo vuole dire regalargli quella consistenza ontologica di cui il soggetto scarseggia (ecco il senso dei filmati su internet). La prepotenza non va compresa ma combattuta.
    L'atteggiamento di "comprensione" nei confronti dei comportamenti incivili, di cui le nostre maestre elementari fanno sfoggio, certamente favoriscono il cresere di tanti piccoli barbari nell'Italia contemporanea.
    La parola punizione è sparita dal vocabolario italiano. Qualche punizione in più, qualche fascista o bullo in meno. Così insegna la storia.

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  2. Grazie per il commento interessante.

    Non sarei così fiducioso nel valore salvifico della punizione. Certamente è bene contrastare i fenomeni di "danneggiamento" quanto meno sottraendo loro ogni possibile rinforzo. Faccio notare che spesso per i soggetti comunemente definti "deviati" o "devianti" la punizione è essa stessa più rinforzante dell'elogio, e in qualche caso viene cercata attraverso l'emissione di comportamenti oppositivi.

    Naturalmente nel fenomeno bullistico la cosa si complica. Se ci mettiamo su un piano etico, non sono convinto che l'imputato sia il giovane bullo, ma chiedo risposte alla società che ne sollecita il comportamento (cioè al mondo degli adulti): quali strumenti preventivi la società mette in atto, quali modelli alternativi? Quali strumenti educativi?

    Se invece parliamo in termini "scientifici", rimango persuaso della necessità di comprendere, per quanto possibile, non solo la dinamica, ma anche gli attori che costituiscono la struttura del fenomeno di cui parliamo.

    Come Hannah Arendt mette bene in evidenza, il comportamento di sistematica prevaricazione e disumanizzazione dell'altro, non è una "malattia", non è l'anomalia, ma è fenomeno comune, è banale, è assenza di pensiero, e dunque, una sua consistenza ontologica ce l'ha quanto ce l'ha ogni cosa che è.

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  3. Anonimo16:54

    Grazie per l'attenzione al mio precedente intervento.

    Non credo siano mai esistite società o sistemi educativi che non prevedessero qualcosa di riconducibile alla "punizione" per avere fatto ciò che non si doveva fare. Certo, il discorso è un po' vago e si dovrebbe scendere nei singoli casi specifici. Per esempio, condivido la scelta della professoressa di Palermo che ha obbligato il "bullo" a scrivere cento volte sul quaderno "sono deficiente". Il problema, mi sembra, è di ristabilire certi paletti che separano ciò di cui ci si deve vergognare da ciò di cui si può andare orgogliosi. Sarà una specie di morale da scuola elementare di un tempo, di quella uscita dal Risorgimento e che neanche i fascismo riuscì a distruggere, ma sono convinto che essa sarebbe ancora efficace se insegnata e praticata. E' vero che di "bulli" senza vergogna è piena la società degli adulti. Di prepotenti e ignoranti di successo ne sono sempre esistiti ma è proprio dagli Anni Ottanta, di cui tratta il tuo blog, che si è cominciato a permettere loro di gloriarsi pubblicamente invece di vergognarsi: persino alcuni gerarchi fascisti, non per merito loro, furono meno volgari e spudorati di un Craxi (senza neanche prendere in considerazione il suo erede). Ma con questo? Siamo forse esonerati dal semplice compito di rispondere alla nostra coscienza e di praticare quanto essa ci detta, a prescindere da ogni considerazione storico-filosofica? C'è bisogno di psicologi, esperti, periti, per agire come avrebbe fatto qualsiasi vecchia contadina di cinquant'anni fa? Banalità del male ma anche, per fortuna, banalità del bene.

    Sul piano teorico credo che sia impossibile cogliere il senso del bullismo se non lo si inserisce sullo sfondo della lotta contro il bullismo. Esso di per se stesso non è nulla, è un caos informe di pulsioni che incominciano a essere nel momento in cui sono condannate (Croce forse parlerebbe di vitalità, ma di quella vitalità che non sta mai da sola ed è sempre accompagnata dalle altre forme). Un'assenza di pensiero che, proprio per essere assenza, incomincia a consistere quando il pensiero la prende in considerazione. Del resto, ho letto le tue "Interpretazioni del nazismo" e ne sono uscito riconfermato nella convinzione che di certi momenti di decadenza e di barbarie il pensiero non riesce a rendere conto. Alla fine si rischia di trasformare la negazione della razionalità in qualcosa di razionale. Ogni storia è giustificatrice ma si dà storia solo del positivo.

    Ho letto la recensione del grande libro del grande Galasso, l'indefesso lavoratore che si è sobbarcato l'immane compito di capire qualcosa nelle scienze umane del Novecento uscendone vittorioso dopo duro e sistematico duello. Se ti capita, fagli sapere che in ogni sua pagina si sente un furore represso, un fastidio che ritorna su se stesso, si condanna e va avanti nonostante tutto, un Bruno che si atteggia a olimpica serenità.

    Saluti
    francesco

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  4. Provo a rispondere per punti:

    1) L'inefficacia della punizione non è una forma di lassismo, ma è il risultato di prove empiriche in ambito di studi particolarmente orientati in senso comportamentista. La prassi della punizione induce l'allievo a comportamenti di evitamento o di menzogna al fine di evitare la sanzione, non certo a comprendere i valori cui ispirarsi. Il fatto stesso che quelle pratiche "risorgimentali" siano state superate non dimostra una perdita di senso, ma una maggiore attenzione sugli strumenti. Il confronto col passato vale poco, perché la scuola di massa è un fatto recente. Nelle istituzioni educative di più di quattro decenni fa c'era una forte selezione in ingresso, e chi entrava aveva una formazione maggiormente propensa alla disciplina.

    2) La disciplina e l'autorità non automatizzano l'interiorizzazione del sentimento di ciò che è degno di esser perseguito. Fior di generali e persone d'altri tempi cresciuti a disciplina e autorità hanno dimostrato costante senso di spregio della vita umana (altrui) il molti episodi della storia.

    3) Ciò non può implicare naturalmente che non ci debba essere deterrenza o sanzione penale per chi compie crimini o comportamenti bullistici. Ma penso che la risorsa repressiva sia solo una necessità, mai una risorsa.

    4) Sono d'accordo che l'analisi del bullismo debba svolgersi contestualmente alla lotta al bullismo. Da buon crociano mi insegni che la riflessione nasce sempre da esigenza contemporanee. Ecco, io ho provato a iniziarne l'analisi, ma converrai con me che non c'è possibilità di combattere alcunché se non lo si prova prima a capire.

    5) Riferirò subito a Galasso quanto mi suggerisci.

    Grazie ancora per i tuoi interventi stimolanti, sono contento di leggerli perché invitano a riflettere e vivacizzano il blog, che in fondo ha questo di particolare: non è una rivista, ma sia apre al dibattito diretto (p.s. Posso invitarti a scrivere qualcosa per il blog? magari una recensione o una noterella filosofica?)

    C.S.

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