venerdì

Le memorie della Rossanda

di Carlo Scognamiglio
L'autobiografia di Rossana Rossanda (La ragazza del secolo scorso, Einaudi, 2005) è un libro che si può leggere in più modi. Una possibilità è quello di considerarne l'aspetto prettamente letterario, di leggerlo come una qualsiasi autobiografia, una vicenda umana, costellata di emozioni, esperienze, contatti, persone. Ma il profilo del personaggio rende quasi impossibile una tale parzialità di lettura, cui si sovrappone un'altro livello, quello politico. Fin dalle prime pagine, siamo portati a cercare nella bambina e nella studentessa Rossana Rossanda, la protagonista della fuoriuscita dal PCI, di quel gruppo di "belli" e intellettuali del Manifesto. Ma l'autrice è attenta a non fare del proprio personaggio un emblema politico, e a questo punto cerca di introdurre un terzo elemento narrativo: la storia d'Italia, o meglio della sinistra italiana, del Novecento.
Partiamo da qui. La visione storica è veramente semplice da riportare. Il PCI è rappresentato sostanzialmente come un partito burocratico. Prevalentemente incapace o impossibilitato a uscire da quel filo-sovietismo, un pò grossolano nelle analisi e del tutto incapace di comprendere l'arte e la cultura d'avanguardia. Togliatti pare come un vecchio padre curioso nei confronti della componente più vivace e giovanile del partito (quella che, appunto, ne sarebbe stata espulsa nell'era post-togliattiana) ma la sua attenzione al nuovo si limita a curiosità intellettuale. O comunque poco azzardata. Nelle macchina lenta e arruginita del PCI c'è una componente giovane, intellettualmente agile e capace di vedere un pò più in là degli stalinisti, che da questi viene inevitabilmente messa ai margini.
A partire da questa divisione, non tra buoni e cattivi, ma tra lungimiranti e dinosauri, si comprende bene quello che abbiamo chiamato livello due. Cioè l'aspetto politico del libro, che si risolve in una sostanziale autocompiacimento, rispetto alla storia che si vede dalla nascita del Manifesto, storia che tutti conosciamo ma di cui in modo interessante nel libro non si parla (la narrazione si arresta sostanzialmente alla fuoriuscita dal PCI), come a dire... che ne parliamo a fare, è chiaro che avevamo ragione.
Infine ecco il profilo biografico: la curiosità intellettuale giovanile, l'amore per l'arte, il rapporto con Banfi, l'originalità della condizione familiare stessa sono elementi che confluiscono nella costruzione del personaggio, e attraverso essa dell'opzione politica.
Cosa manca nel libro? Manca significativamete un elemento che rende chiaro, con la sua assenza, l'intellettualismo della Rossanda. Le masse popolari e il contatto con esse, stranamente per una storia della sinistra del dopoguerra, decisamente latitano. Sui contadini che recuperano le terre nel mezzogiorno poco e niente. Sulle lotte operaie e studentesche quanto basta per dire avevamo ragione noi e il PCI non capiva nulla.
Insomma. Manca il lavoro. In questo libro, che racconta una storia di comunismo. Non c'è il lavoro.

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