martedì

L' Italia nel cono d'ombra dell'Olocausto

di Carlo Scognamiglio

Da diversi anni si celebra meritoriamente nel nostro Paese la giornata della memoria, per spiegare, riflettere, ricordare e ammonire giovani e meno giovani di ciò che è stato l’Olocausto, lo sterminio sistematico e organizzato di ebrei, zingari, oppositori politici, omosessuali, e altre minoranze etniche o religiose. La virulenza della persecuzione razziale, macchia indelebile della storia del capitalismo occidentale, agitata da una violenta propaganda antisemita, colpisce più d’ogni altra articolazione della vocazione terroristica nazifascista, non soltanto per l’entità del genocidio, ma per l’irrazionalità delle ragioni che l’hanno determinata e la sistematicità della sua implementazione. Celebrare la giornata della memoria, nella ricorrenza della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, rientra nella dimensione della costruzione di un nostro patrimonio identitario, in un calendario cadenzato da momenti al tempo stesso di riflessione e di tensione al progresso, come l’ otto marzo, il venticinque aprile e il primo di maggio. L’Italia ricorda dunque l’orrore dell’Olocausto, ma fatica ancora a inserire adeguatamente la propria storia in quel quadro. Così facendo l’immagine del campo di sterminio appare lontana da noi, sfumata, un evento lontano, nel tempo e nello spazio, determinato da carnefici brutali, intransigenti e accaniti: i carnefici forestieri, partiti dalla Germania a colpire l’umanità nel suo profondo sentimento di comune solidarietà. Ma la memoria esige maggiore gravità e senso di responsabilità, come il dibattito sull’Olocausto degli ultimi vent’anni, tra autori di diversa estrazione culturale e politica, tende a evidenziare. Zygmunt Bauman, Christofer Browning, Giorgio Agamben e in generale molti tra gli storici e i filosofi più attenti agli avvenimenti del secolo scorso continuano a sollecitare una riflessione sull’attualità dell’Olocausto, sulla potenzialità distruttiva di alcuni segmenti strutturali della società in cui viviamo che possono ancora colpire, e quando colpiscono fanno molto male.
Pensare o ri-pensare l’Olocausto, come suona il titolo dell’importante volume di Y.Bauer del 2001, è certamente operazione complessa e articolata, facilmente soggetta a semplificazioni o distorsioni psicologiche, acquisisce una sua praticabilità nuova e interessante, per noi italiani, analizzando il ruolo effettivo giocato dal nostro paese, dai nostri intellettuali, dalla nostra classe politica, di cui pure conserviamo alcuni residui (anche con funzioni governative), in quel processo distruttivo. In questo senso il nuovo libro di Enzo Collotti (Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Laterza, 2006) si rivela strumento fondamentale di analisi e considerazione. Non è un caso che Collotti ponga, pressappoco a metà del suo libro, un interrogativo che potrebbe costituire la ragione fondante della sua ricerca, oltre che la conclusione implicita nella retoricità stessa della domanda: “Davvero l’Italia si può chiamare “fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto”, come vorrebbero autorevoli storici (De Felice)?”.
La prima questione concerne l’antisemitismo. La presenza modesta della comunità ebraica in Italia non consentì nell’epoca moderna, anche laddove sollecitata dalla Chiesa cattolica, un radicamento dell’antigiudaismo tra la popolazione. Tanto meno tale sentimento appariva riscontrabile tra la fine del secolo decimonono e i primi del Novecento, in particolar modo per lo straordinario ruolo giocato da molti ebrei nel processo di unificazione nazionale, ricambiato da riconoscimenti, dopo secoli di ghettizzazione (si escluda la Roma dei papi, dove la dimensione del ghetto fu superata soltanto nel 1870), a partire dallo Statuto Albertino, che nel 1848 gettava i presupposti per l’agognato processo di emancipazione. L’unica vera spinta antisemita era quella riconducibile a settori del cattolicesimo italiano, di non secondaria importanza, che confluivano nelle pesanti invettive antigiudaiche della rivista “Civiltà Cattolica”.
L’affermazione politica del fascismo negli anni Venti non preannuncia in alcun modo la deriva antisemita, e non manca il sostegno di parte della comunità ebraica al nuovo regime. Lo stesso Mussolini considera ancora nel 1932 il razzismo come una “stupidaggine”, e nega ogni forma di antisemitismo nella cultura italiana. E’ altrettanto vero tuttavia, come Collotti ben evidenzia, che nel movimento fascista sono presenti alcune tendenze filonaziste che nella pubblicistica antisemita, in particolare grazie all’indefessa opera propagandistica di Giovanni Preziosi, mostravano una certa intransigenza ideologica. Intorno metà degli anni Trenta accade qualcosa, si avvia un processo senza ritorno di cui, e Collotti è ben attento a evidenziare questo passaggio, Mussolini è e sarà il principale responsabile. Secondo Collotti, “l’inaugurazione della politica antiebraica in Italia non derivò da alcuna pressione tedesca, essa fu una decisione autonoma del regime fascista nel tentativo di rivitalizzare il regime dall’interno, approfittando di una congiuntura internazionale che ne agevolava le mosse”. La dinamica è quella della costruzione del nemico interno, voluta con forza da Mussolini per occultare la mancata risoluzione dei problemi reali del paese. Il punto è capire come fu possibile in Italia identificare l’ebreo come nemico interno. Due pilastri della politica fascista, lo sforzo demografico e l’imperialismo orientato verso l’Africa, si costituiscono come le direttrici principali che porteranno alla costruzione artificiale dell’antisemitismo italiano, tradottosi in prima istanza nella promulgazione delle leggi razziali.
La prima tendenza, quella relativa al popolazionismo, introduce un disegno di incremento demografico ma anche di “difesa della razza”. Tuttavia è la conquista della Abissinia, come del resto era accaduto nelle altre potenze imperialiste nei decenni precedenti, a favorire il proliferare non solo di un orientamento politico in difesa dell’integrità razziale, ma anche di una straordinaria pubblicistica pseudo-scientifica. Intellettuali e scienziati si avviano dunque a produrre vere e proprie elucubrazioni sulle differenze somatiche, psicologiche, culturali tra indigeni e occupanti, con la tendenza a proporre senza difficoltà attribuzioni di superiorità. L’intenso sviluppo dell’africanistica vede dunque l’animarsi di interventi pubblici di antropologi ed etnografi nel dimostrare l’inferiorità razziale delle popolazioni africane. Si pensi all’antropologo Lidio Cipriani, che dall’autorevole sede dell’Università di Firenze non esita a propagandare la teoria delle condizioni biologiche originarie come fondamento oggettivo dell’inferiorità degli indigeni. Su tale base, si sviluppa l’avversione nei confronti di ogni forma di contaminazione razziale. Ne conseguono prescrizioni legislative che aborriscono il matrimonio tra sudditi e italiani. Recita il decreto del 19 aprile 1937: “Il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi o concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana, è punito con la reclusione da un anno a cinque anni”.
Obiettivo principe di questa legislazione è quello di evitare il più possibile il meticciato, significativamente avversato tutt’ oggi, sul piano non più razziale ma culturale, dall’ex presidente del Senato Marcello Pera. Il meticcio incarna il pericoloso veicolo dell’equiparazione progressiva tra italiani e sudditi, e pertanto deve rimanere quanto più possibile discriminato, nonché legalmente perseguibile fino a giungere alla minaccia della reclusione. Il meticciato, così come in tempi antichi il matrimonio tra ricchi e poveri, si presenta con una natura intrinsecamente sovversiva. Secondo Collotti, questo principio sarebbe stato perfezionato e completato il 17 novembre del 1938, con i Provvedimenti per la difesa della razza italiana; tale clima di fanatismo razzista rende in qualche misura “accettabile” la lotta antiebraica come lotta in difesa della razza.
Con la creazione dell’ Asse l’accostamento alla Germania diviene quasi un processo di progressiva sovrapposizione: in quel frangente, sottolinea acutamente Collotti, l’antisemitismo acquisisce una carica che in Italia era rimasta fino a quel momento estranea: l’ebraismo infatti è identificato col sistema democratico in quanto tale, genitore sia delle democrazie “plutocratiche”, sia del socialismo e del comunismo. Fin dal 1937 Mussolini e il PNF danno forma e concretezza a una politica di antisemitismo sistematico. Si scatenano a questo punto alcuni intellettuali chiave del regime. Su questo fronte, il rettore dell’Università per stranieri di Perugia, nonché collaboratore di testate quali “Il Popolo d’Italia”, Paolo Orano, pubblica in quell’anno lo scritto Gli ebrei in Italia, in cui tendenzialmente si intimano gli ebrei italiani ad adeguarsi alla religione di Stato, integrandosi senza opporre resistenza alcuna, attaccando inoltre con particolare violenza le componenti sioniste della comunità ebraica italiana. Nello stesso anno Preziosi promuove la pubblicazione dopo sedici anni del noto falso storico I “Protocolli” dei “Savi Anziani” di Sion, con prefazione di Julius Evola. A proposito di Evola, Collotti sottolinea con indicazioni chiare e significative che: “Evola non rappresenta in alcun modo l’antesignano di una versione edulcorata del razzismo antisemita al confronto col biologismo del razzismo nazista: il razzismo spirituale dal quale parla Evola vuole partire appunto dal dato biologico, che gli pare ancora troppo rozzo e deterministico, per sublimarlo e portarlo a pieno compimento “sul piano dello spirito”, ossia sul piano metafisico” (p.48). Preziosi, sempre nel 1937, pubblica inoltre nella “Vita italiana” un manifesto di dieci punti in cui illustra il problema ebraico, riconducendolo all’immutabilità e inalterabilità dell’essenza ebraica, sciorinando una serie interminabile di pregiudizi di vecchia data, e prefigurando comunque l’impossibilità di una soluzione che non sia la distruzione dell’ebraismo, o al massimo l’isolamento degli ebrei dal resto degli altri popoli. Al di là di queste forme di produzione ideologica, il regime organizza in maniera energica un sistema di propaganda deputata alla caccia agli ebrei: si tratta dell’organo di stampa intitolato “La difesa della razza”, diretto da Telesio Interlandi e in cui come segretario di redazione troviamo niente di meno che Giorgio Almirante, padre politico di eminenti esponenti del panorama istituzionale contemporaneo.
Centrale è inoltre il ruolo del mondo scientifico italiano. Una componente attiva redige e sottoscrive il delirante Manifesto degli scienziati razzisti, in cui si sperimentano acrobazie teoriche per definire una “razza italiana”. Che tipo di razzismo è quello proposto dal fascismo? Ovviamente il più pericoloso, quello biologico, indifferente al cambiamento e segnato dall’irrimediabilità dell’appartenenza biologica. Al punto sette si legge infatti con chiarezza: “La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose”. Ma notevole incidenza nella storia della persecuzione degli ebrei in Italia ricade anche sulla componente passiva della comunità scientifica, che non esita a occupare quei posti, soprattutto nelle università, dai quali i loro colleghi ebrei vengono estromessi, senza accennare a significative forme di protesta.
Organizzata la sfera propagandistica, occorre dare fiato alle misure legislative. Censimenti, classificazioni, discriminazioni (un esempio per tutti è l’indicazione di “razza ebraica” sulla pagella scolastica), divieti civili e militari, leggi speciali, spoliazioni patrimoniali e deportazioni sono i passaggi progressivi di una volontà persecutoria che non è affatto ignara di ciò che accade negli stessi anni in Germania (si pensi alla notte dei cristalli), ma che si dispone a condurre questa politica fino alle sue conseguenze più estreme (di tutti questi graduali passaggi procedurali Collotti fornisce documentazione completa ed esaustiva). E gli altri poteri dello Stato? Notoriamente il re non pone veto, mentre la Chiesa paradossalmente interviene in maniera del tutto singolare: non certo per condannare le leggi razziali, ma per rendere da esse immuni gli ebrei convertiti al cattolicesimo.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, la tendenza naturale degli ebrei al contatto con le comunità ebraiche internazionali, fa sì che da nemico interno, gli ebrei vanno a coincidere, nella percezione del regime, con il nemico di guerra. Ma la recrudescenza della persecuzione subisce una vera e propria impennata con la costituzione della Repubblica di Salò. Gli ebrei, italiani o stranieri, vengono sistematicamente consegnati ai tedeschi, e risulta dalla documentazione citata e analizzata da Collotti che né i fascisti né la Santa Sede possono ignorare le conseguenze della deportazione. A giustificazione di tale partecipazione attiva all’Olocausto, appare sul Corriere della sera del 1 dicembre 1943 un commento a un’ordinanza con la quale si spediscono nei campi di concentramento tutti coloro che erano stati precedentemente “discriminati”, in cui si legge: “E’ alla tribù d’Israele che risale la maggior parte delle responsabilità di questa guerra. Impossessatasi delle leve di comando dell’economia mondiale, essa ha premeditato l’aggressione e il soffocamento dei popoli proletari, scatenando un conflitto universale il cui scopo è quello di dissanguare l’Europa e dischiudere le porte del potere assoluto della razza eletta”.
Fortunatamente l’operazione ideologica del regime riscosse tra la popolazione risultati sufficientemente moderati, quel tanto da garantire per una parte importante degli ebrei perseguitati la protezione da parte di singoli cittadini o amministratori pubblici che rischiarono anche la propria sicurezza per opporsi alle ingiuste persecuzioni. Tuttavia, è evidente che la solidarietà di alcuni non potrà cancellare lo zelo degli altri nel perpetrare una politica di sterminio, cui la nostra storia recente non è stata estranea.

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