mercoledì

Riflettendo su "I sommersi e i salvati" di Primo Levi

di Carlo Scognamiglio

La prima impressione che si riceve dalla lettura de I sommersi e i salvati (Einaudi, Torino, 1986) è quella di avere tra le mani quel frammento di riflessione senza il quale sarebbe pressoché impossibile affrontare o aver presente in qualche maniera la grande tragedia dell’Olocausto. In effetti Levi, con incredibile ordine e raziocinio, evidenzia e penetra con acume alcuni dei nodi teorici più complessi nella decifrazione della storia dello sterminio ebraico. A differenza di Se questo è un uomo e La tregua, questo libro non è una memoria, non coincide con il genere della testimonianza, né con la ricostruzione storica. Levi entra, o meglio si ripresenta con grande energia nel dibattito storiografico sull’Olocausto e discute, analizza e riequilibra l’attenzione nei luoghi teorici che meno la storiografia e la filosofia sono riusciti a dipanare. Ma la domanda di Levi è sempre la stessa, quando si affronta il tema del sistema concentrazionario da una prospettiva non più semplicemente storica: «[Questo libro] vorrebbe rispondere alla domanda più urgente, alla domanda che angoscia tutti coloro che hanno avuto occasione di leggere i nostri racconti: quanto del mondo concentrazionario è morto e non ritornerà mai più? »(p.11).
La soggettività di Levi, costruitasi sull’esperienza della tragedia, costituisce un punto di vista imprescindibile, determina una lucidità nel discriminare le prospettive etiche e umane della vicenda, che si rivela strumento prezioso per la stessa enucleazione delle tematiche da affrontare.
Il primo punto, preliminare in sé, da analizzare è quello della testimonianza: tutti coloro che hanno portato testimonianza del Lager, sono testimoni “privilegiati”, sono coloro che non hanno toccato il fondo. La maggior parte dei testimoni erano prigionieri politici, perché più colti, più consci del valore politico e sociale della testimonianza, e per condizioni migliori di prigionia. I sopravvissuti raccontano un punto di vista molto parziale, e raccontano in qualche maniera per “delega”. Il testimone integrale, il “musulmano” non può raccontare ciò che vi era al fondo.
Uno dei capitoli più celebri del libro di Levi, per la sua durezza non espressiva ma contenutistica, è quello relativo alla “zona grigia”. Pur mantenendo ferma la barra della discriminazione tra le vittime e i carnefici, l’autore procede oltre la semplificazione, attraversando il tema della complessità della dimensione umana, per individuare l’ampio orizzonte della zona grigia. Un luogo comportamentale in cui il bianco e il nero si confondono: la vittima si fa carnefice a sua volta; il carnefice mostra radi spiragli di sentimento pietoso: «pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa le vittime dai persecutori» (p.27). Cosa percepiva il deportato che per la prima volta entrava nel Lager? Levi spiega come questi, denominato dagli altri “Zugang” (che in tedesco indica un generico “ingresso”) fosse accolto con forte ostilità dagli altri prigionieri. Ciò determinava dal punto di vista del nuovo arrivato l’immediato contatto con una realtà nuova e imprevedibile: non poteva distinguere tra il noi e il loro. Ma il noi cominciava da subito a disgregarsi in uno specifico monadismo del campo. La grande abilità, nel praticare con crudeltà estrema l’annientamento dell’altro, operata dalle SS, consisteva nel costituire i cosiddetti prigionieri “privilegiati”, dai più piccoli, ai quali venivano affidate mansioni organizzative o particolari (scopini, guardie notturne, controllori delle cuccette, ecc.), fino ad arrivare ai Kapos, veri e propri persecutori per molti versi più violenti delle stesse SS. Il caso limite della zona grigia è rappresentato dai Sonderkommandos di Auschwitz (unità speciali costituite in massima parte da ebrei), il cui incarico consisteva nella gestione dei crematori: essi dovevano introdurre i prigionieri predestinati nelle camere a gas (senza avvertirli di nulla), estrarre poi i cadaveri, cavarne i denti d’oro, tagliare i capelli femminili, smistare gli abiti, scarpe e bagagli, estrarre poi le ceneri dai forni crematori. Ad Auschwitz c’erano tra i 700 e i 1000 appartenenti a questa Squadra Speciale: «Aver concepito ed organizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo […] Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti» (p.39).
Altro tema analizzato da Levi con profondità è quello della “vergogna”, un sentimento, o meglio un qualcosa di simile alla vergogna, che hanno provato molti prigionieri in seguito alla liberazione. Il peso più grande della liberazione è quello di essere sopravvissuti, con l’idea di non aver fatto abbastanza per impedire ciò che è stato. Non tutti i prigionieri si sono macchiati di comportamenti ostili nei confronti di altre vittime, ma forse molti, Levi compreso, si sono sentiti responsabili di omissione di soccorso. Ma c’è anche un altro livello di vergogna, che induce anche i contemporanei a non voler saper o a volere in fretta dimenticare: la vergogna per il mondo, per la natura umana.
In un successivo capitolo Levi si scaglia contro i filosofi dell’ incomunicabilità. La moda di ritenere le persone costrette in una dimensione di impossibile comunicazione reciproca si scontra in maniera drammatica con la realtà dell’incomunicabilità di Auschwitz. Quella sì, direbbe Levi, era una dimensione di isolamento, non paragonabile ad altre, e rispetto alla quale dovrebbe impallidire chi ritiene l’uomo un essere che non può comunicare. La privazione dimostra con forza l’esistenza e l’importanza della comunicabilità.
Altro tema di grande interesse è quello della spiegazione della ragione di una tale ferocia. Rammentando molti episodi Levi cerca di rispondere a quel perché, di dare una chiarificazione a quella da lui definita “violenza inutile”. Un’ampia rassegna di violenze fa apparire al lettore sempre più incredibile la dinamica utilitaristica di quel processo distruttivo, scivolando verso la tesi dell’incomprensibilità. Neanche ricorrendo al sadismo, si potrebbero comprendere alcune di quelle degenerazioni. In realtà una ragione esisteva, e Levi la individua proprio alla fine del capitolo: la violenza era finalizzata all’umiliazione della vittima (degradandola verso il non-umano) al punto tale da liberare definitivamente il carnefice da qualsiasi senso di colpa.

Carlo Scognamiglio

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