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Psicologia del deportato

Lo psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim (Surviving and other essays , tr. It Sopravvivere, Feltrinelli, Milano, 1981)visse l’esperienza dei campi di concentramento nazisti alla vigilia della seconda guerra mondiale, trascorrendo a Dachau diversi mesi di prigionia dopo i quali, liberato dalla Gestapo, riuscì a trasferirsi negli Stati Uniti nel 1939. Non ebbe dunque esperienza diretta dei campi di sterminio, ma conobbe i primi drammatici contesti di deportazione in cui si sperimentavano concretamente le tecniche di dominio, degradazione e tortura da parte delle SS. La sua testimonianza è non è solo quella di un ex deportato, in quanto durante il periodo di detenzione Bettelheim tentò, prevalentemente con lo scopo di sopravvivere intellettualmente e moralmente alla condizione di totale deprivazione in cui era costretto, di elaborare un’analisi psicologica del comportamento del detenuto all’interno del campo di concentramento.
Certamente il deportato, a partire secondo Bettelheim del trasferimento al campo, momento in cui avveniva l’iniziazione da parte delle SS, operata mediante ricorso a insensate e brutali torture, si trova a vivere una condizione “estrema”, intendendo con ciò una condizione in cui i normali parametri guida che stanno alla base delle reazioni emotive e comportamentali, in un certo qual modo “saltano”. A questo punto, con modalità d’indagine che ricordano più quelle dello psicologo sociale che dello psicoanalista, Bettelheim azzarda un’analisi comportamentale del deportato. In primo luogo occorre tracciare una distinzione relativa alle tre principali fasi della condizione di deportato: 1) la cattura e lo shock conseguente alla prima fase di prigionia; 2) le prime esperienze all’interno del campo di concentramento e il processo di adattamento alla situazione; 3) la condizione del prigioniero adattato.
Per quanto concerne il punto primo, Bettelheim, che senza strumenti cartacei di supporto riuscì comunque a intervistare all’interno del campo circa un migliaio di prigionieri, riferisce in questo saggio (redatto, ma non pubblicato, all’inizio degli anni Quaranta) che per buona parte i detenuti politici, prevalentemente socialdemocratici, comunisti e ex nazionalsocialisti, non vissero la cattura né i terribili maltrattamenti, avvenuti durante il trasferimento al campo, con particolari difficoltà emotive. Essi traevano invece sostegno dal pensiero che quanto più forti fossero quei maltrattamenti tanto maggiore doveva risultare la loro pericolosità di detenuti, e dunque l’importanza della loro causa. Il vero shock invece fu quello vissuto dai prigionieri non politicizzati della piccola borghesia. Qui è interessante capire quali meccanismi di difesa essi attivassero per resistere a quella condizione. Secondo Bettelheim una delle ragioni più profonde di questo malessere psicologico stava nel fatto che costoro si difendevano sostenendo la loro costante obbedienza alla legge, e non ritenevano possibile la loro incarcerazione, attribuendola piuttosto a un errore che sarebbe certamente stato sanato. Faticavano moltissimo a tollerare quella condizione in quanto privi di un’ideologia coerente capace di prendere posizione contro i nazisti. Tale mancanza di strumenti ideologici si spingeva al punto da sposare non solo l’ideologia ma anche la prassi nazionalsocialista. Molti di loro assumevano comportamenti asociali, e non rari furono i casi in cui si trasformarono in spie per la Gestapo. In sostanza, questi detenuti ritenevano giusta la condotta della Gestapo, ma non giustificavano il fatto che potesse ritorcersi contro loro stessi. Ciò che colpiva maggiormente questi individui era l’idea di essere trattati come “delinquenti comuni”. Non a caso, numerosissimi furono i suicidi tra questi prigionieri.
I detenuti provenienti dalle classi più povere non subirono in questa prima fase particolari shock o contraccolpi psicologici. Certamente subivano anch’essi le percosse e le umiliazioni, ma la rappresentazione della parità di tutti i detenuti, nel trattamento e nelle condizioni di vita, che trasversalmente attraversava tutte le classi sociali, generava una sorta di lenitivo psicologico. Per quanto concerne gli individui appartenenti all’alta borghesia, vissero anch’essi l’esperienza della deportazione in maniera traumatica, ma mantennero viva in questa fase l’idea difensiva di una imminente liberazione in virtù del loro status, convinzione che in parte si fondava su verità.
Una volta introdotti nel campo di concentramento, nella costrizione del lavoro forzato e delle condizioni di vita tanto precarie quanto degradanti in cui i prigionieri erano mantenuti, la situazione andò complicandosi. Nonostante le differenze di esperienza, nella descrizione di Bettelheim si incontrano numerosi punti di comunicazione con la fotografia dei Lager fornitaci dalla testimonianza di Primo Levi. La zona grigia, i momenti di indiscernibilità tra le funzioni di vittima e carnefice, l’aggressività dei detenuti di vecchia data nei confronti dei nuovi ingressi, l’alterazione dei propri schemi di condotta abituali. Dal punto di vista psicologico Bettelheim osserva: «Le reazioni psicologiche a eventi in un certo senso più normali e comprensibili erano nettamente diverse da quelle che scattavano di fronte a esperienze estreme. La tendenza era a reagire nello stesso modo in cui si avrebbe reagito se l’esperienza fosse stata vissuta fuori dal campo. […] I prigionieri odiavano le guardie che li avevano presi a calci o a schiaffi, o che li avevano insultati, molto più intensamente che non quelle che li avevano feriti gravemente. […] I prigionieri sembravano particolarmente sensibili, per esempio, alle punizioni che assomigliavano ai castighi che un genitore potrebbe infliggere al figlio. Le punizioni inflitte a un bambino rientravano nel loro “normale” schema di riferimento, ma che un adulto fosse fatto oggetto di tali punizioni evidentemente sconvolgeva i loro schemi. Perciò i prigionieri reagivano non da adulti, bensì da bambini: con imbarazzo e vergogna, con emozioni violente e incontrollabili di impotenza, dirette non già contro il sistema, ma contro la persona che infliggeva il castigo» (p.71). Su questo tema della regressione a comportamenti infantili, anche nelle relazioni tra detenuti, Bettelheim, esperto di psicologia dell’età evolutiva, si sofferma in maniera significativa.
Col trascorrere del tempo, quella che era la principale attività di molti detenuti nel primo periodo di prigionia, cioè lo sforzo di mantenere inalterata la propria identità, cede, favorendo l’esigenza di sopravvivere nel miglior modo possibile. Ciò accade in virtù di una progressiva e sempre più incalzante fatica da parte dell’individuo a percepirsi fuori dal campo di concentramento. Ciò che impressiona maggiormente nella descrizione di questo processo offerta da Bettelheim, è il tentativo messo in atto dai prigionieri più “anziani” di somigliare alle guardie non soltanto dal punto di vista comportamentale, ma addirittura nel modificare i propri abiti per renderli analoghi alle uniformi delle SS. Risulta addirittura incredibile che le guardie furono costrette a impedire con la forza che alcuni detenuti si sostituissero a loro, imitandone l’abbigliamento, utilizzando residui di stoffa e di abiti vecchi. Questi detenuti cercavano di lavorare nel miglior modo possibile, pur sapendo che in tal maniera avrebbero favorito la Gestapo, ma la loro priorità in quel momento era costruire una sorta di consonanza cognitiva, in una situazione psicologicamente fin troppo opprimente. Molti prigionieri in tale condizione finirono addirittura per acquisire per la prima volta nella loro vita l’ideologia razzista nazionalsocialista. Per cui anche vecchi oppositori politici finirono per disquisire, nei pochi momenti di comunicazione resi possibili, sulla superiorità della razza ariana e sul destino del popolo tedesco.
Bettelheim cerca anche di decifrare la mancanza di reazione di molti prigionieri, in particolare degli ebrei. In effetti, secondo lo psicoanalista austriaco, occorre analizzare la condizione degli ebrei in maniera non univoca ma stratificata: una parte degli ebrei d’Europa, già prima della guerra, guardò in faccia la realtà, comprese la necessità di abbandonare, e riuscì a sfuggire a quella sorte avversa. Purtroppo, molte di queste persone perì a seguito dell’invasione da parte dei nazisti proprio in quei paesi in cui avevano trovato ospitalità. Un secondo gruppo tuttavia attivò come meccanismo di difesa il processo della negazione, non decifrando l’entità dei fatti che stavano accadendo in Germania, e sforzandosi dunque di sopportare restrizioni e persecuzioni il più possibile. Fu un meccanismo molto diffuso, che non riguardava solo i singoli individui, ma anche le comunità (si pensi che a Varsavia agli ebrei fuggiti dai campi di concentramento fu impedito di raccontare le atrocità messe in atto dalle SS, per non sconvolgere e terrorizzare le future probabili vittime), e persino dalle nazioni, come il continuo meccanismo di negazione delle atrocità naziste messo in atto dagli Stati Uniti per non accogliere gli ebrei che fuggivano dall’Europa, i quali in molti casi dopo essere stati respinti finirono direttamente nei campi di sterminio. Il meccanismo di difesa più diffuso ma al tempo stesso più devastante, fu quello della negazione, dell’occultamento o della deformazione della realtà: «La negazione – scrive Bettelheim – è il più primitivo dei meccanismi psicologici di difesa».

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