domenica

La difficile via della pace



 Diffuse e aporetiche rimangono le impressioni, dopo la lettura dell’ultimo libro di Giuliano Pontara (Quale pace? Sei saggi su pace e guerra, violenza e nonviolenza, giustizia economica e benessere sociale, Mimesis 2016).

Come esplicita il lungo sottotitolo, in questo volume sono raccolti sei diversi interventi del filosofo gandhiano, che attraversano e pongono in rapporto questioni diverse, ma egualmente raggiungibili se messe a fuoco attraverso la lente dell’inestricabile rapporto tra etica e politica.
Non andrò a sviluppare una recensione analitica del testo, che si presta al tempo stesso a una lettura curiosa, ma pure a uno studio attento, perché corredato di informazioni e concetti meritevoli di approfondimento. Preferisco invece mettere a fuoco pochi passaggi a mio parere significativi perché densi di difficoltà intrinseche.
In primo luogo occorre ricordare che le tesi pacifiste sono estremamente difficili da difendere su un piano teorico. Non è sufficiente arroccarsi in un rifiuto etico o religioso della violenza. Perché il dato storico e le circostanze empiriche determinano quadri complessi e scivolosi, e la semplice petizione di principio non può bastare alle esigenze dell’argomentazione filosofica. Questo è vero a partire dallo stesso concetto di guerra.
La guerra non è la stessa cosa della violenza, e non è identificabile con la resistenza. Il terrorismo sembra essere una modalità anomala di conflitto; e perché non considerare espressione di una volontà bellica anche un embargo o un “bombardamento” informatico? Se definire l’essenza stessa della guerra è un processo complesso, che necessita numerose precisazioni e puntualizzazioni, che cosa significa, allora, essere contrari alla guerra?
Negli ultimi vent’anni, inoltre, la guerra è stata ulteriormente articolata nelle sue varianti del conflitto umanitario e della guerra giusta, così come le vittime civili sono state intese come deliberatamente cercate, o riconducibili ad “effetti collaterali”. Pontara esamina le varie casistiche, si misura con quei teorici dei diritti umani che esigono una distinzione tra le stragi intenzionali e quelle accidentali, oppure con le ipotesi di ponderare una proporzionalità tra il vantaggio militare tattico e l’eventuale possibilità di uccidere degli innocenti. Tuttavia, alla fine del percorso analitico, Pontara giunge a individuare diverse ragioni per escludere l’ammissibilità di qualunque tipo di guerra. Ragioni etiche, politiche o anche semplicemente pragmatiche.
Muovendosi acutamente tra il Kant della Pace perpetua e le riflessioni di Norberto Bobbio, Pontara si rende perfettamente conto che “un’educazione morale non basta per garantire la stabilità di comportamenti pacifici, nonviolenti, moralmente virtuosi. Le istituzioni giocano un ruolo altrettanto importante” (p. 58), ed è per questo che si riaffaccia l’idea tutta kantiana del pacifismo giuridico, con la finale costituzione di uno Stato mondiale, oppure, come il filosofo di Koenigsberg avrebbe preferito, di una confederazione mondiale. Ma cosa dovrebbe prevedere questa super-istituzione politica, costituita su una sorta di democrazia planetaria? In primo luogo, sostiene l’autore, il disarmo di tutti gli Stati, riconducendo il monopolio della forza all’autorità unica, ma dotata esclusivamente di armi leggere. La sola forza non è sufficiente: “un’altra tappa è lo sviluppo del diritto internazionale e del suo ‘primato’ rispetto agli ordinamenti giuridici dei singoli stati” (p. 62). Le condizioni in cui versa l’ONU ai nostri giorni, tuttavia, sembrano dimostrare quanto siamo ancora lontani da un simile orizzonte.
Come ripeteva Gandhi, non esiste una via per la pace, perché la pace è la via. Però – c’è sempre un però in filosofia – anche per il leader nonviolento la cosa appariva più articolata di un semplice rifiuto della condotta aggressiva. Gandhi infatti respingeva la scelta pacifica raggiunta per codardia. Troppo facile essere nonviolenti perché si teme lo scontro. La nonviolenza deve invece essere una tecnica di lotta politica organizzata e basata sul coraggio, non sul timore. Meglio un guerrigliero che si difende con le armi, che un pavido che si nasconde dietro una teoria pacifista. Secondo Pontara la pratica nonviolenta ha avuto un evidente successo in alcune circostanze storiche, dimostrando la sua capacità di vittoria. È pur vero, e lo stesso autore lo ammette, che non sempre è riuscita a mantenere una sua costanza. Il conflitto armato tra India e Pakistan che ha insanguinato gli scorsi decenni, ne è una palese dimostrazione.
Interessante, nel quinto saggio, il tentativo che Pontara compie nel rovesciare il classico discorso situazionista. Riprendendo i noti esperimenti di Milgram e Zimbardo sul conformismo della violenza e sulla deumanizzazione, insieme ad altri riferimenti storici assai conosciuti, l’autore giunge a una conclusione importante, che merita una sottolineatura. Se è vero che le circostanze e i ruoli sociali possono trasformare un cittadino comune in un carnefice, così come la psicologia sociale ha ormai abbondantemente dimostrato, è allora vero anche il contrario, e cioè che una cura peculiare delle “situazioni” può favorire una condotta nonviolenta o pacifica, al posto dell’ordinaria conflittualità relazionale. Ma quale può essere l’accorgimento sociale-organizzativo tale da favorire un proliferare di opzioni nonviolente nelle scelte quotidiane delle popolazioni? È difficile rispondere a questa domanda, ma Pontara segna almeno un punto fermo, che in effetti gli esperimenti di Milgram accoglierebbero come deduzione coerente: “un fattore istituzionale che ha il suo peso al fine di ispirare e mantenere comportamenti collettivi nonviolenti, ed evitare il verificarsi di situazioni favorevoli alla escalation della violenza, è la presenza di leader ‘persuasi’ che rifiutano il ricorso alla violenza” (p. 126). Non basta, non è tutto, ma è vero che in certi contesti, magari circoscritti, la coerenza e la credibilità della leadership possono realmente contribuire alla costruzione di comportamenti prosociali.




venerdì

Tra don Milani e la "buona scuola"

articolo scritto per Micromega online, 23-06-2017




Il giornalista sportivo Andrea Schiavon ha tentato un esperimento curioso: far rivivere nelle aule scolastiche la Lettera a una professoressa, attraversando l’Italia con l’aspirazione di riproporre ai nostri studenti la figura di don Milani, il suo stile, le sue convinzioni e la sua idea di educazione.
Non si discute l’indubbio interesse dell’esperienza, che mediante un ragionamento intorno al carattere innovativo della scuola di Barbiana, contribuisce a sottolineare questioni ancora aperte. Il risultato è un libricino stimolante e ben scritto (A. Schiavon, Don Milani. Parole per timidi e disobbedienti, Add editore, 2017).
La figura di don Milani e la sua prassi pedagogica costituiscono insieme un grumo di complessità e un tumulto di problemi. Nei suoi scritti e nelle sue scelte, la capacità di mettere a fuoco le criticità della nostra società si accompagna a volte a giudizi trancianti e forse non sempre meditati, che esigono approfondimento per non rischiare una banalizzazione.
Uno dei punti fondanti della Lettera a una professoressa è la critica del nozionismo, il rifiuto di una scuola distante dalla “vita” degli individui reali, in particolare dei contadini e degli operai. C’è in don Milani un istintivo senso di repulsione per la cultura elitaria e per un’idea di scuola raccolta negli schemi dell’insegnamento classico. Tuttavia, vi sono elementi che suscitano alcune riflessioni in merito al contesto dal quale emergono certe posizioni di rottura. Chi è don Lorenzo Milani?
Schiavon, nelle prime pagine del libro, ne ricostruisce sommariamente l’estrazione: appartenente all’alta borghesia toscana, Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti era nipote di Domenico Comparetti, filologo e senatore del Regno, figlio di Alice Weiss, che a Trieste tentava di irrobustire il proprio inglese grazie all’aiuto dell’amico James Joyce. Da ragazzo Lorenzo ambiva ad apprendere l’arte pittorica, e fu introdotto a bottega presso il pittore Hans-Joachim Staude, amico intimo di Maria José, moglie del futuro re d’Italia, e padre di quella che invece diverrà la moglie di Tiziano Terzani.
Insomma un contesto di vita non semplicemente colto e ricco. Don Milani proviene in senso forte dalla classe dirigente, da quel gruppo ristretto di individui notevoli – per posizione o reddito – e che in una nazione come l’Italia si conoscono tutti, perché formano una cerchia ristretta e capace di riprodursi. Certo don Milani è di tutt’altra pasta, e decide di porsi su un cammino difficile. Tuttavia, non si riflette mai abbastanza su come le risposte “risolutive” sul destino di miglioramento delle classi disagiate attraverso nuovi processi formativi, vengano spesso elaborate da soggetti completamente estranei a quel disagio, e che hanno ricevuto una formazione classica. E anziché connettere il perpetrarsi di quel disagio con l’esclusione dalla stessa storia educativa, ne predicano l’eliminazione o la sostituzione. In altri termini: è possibile giungere a elaborare una critica della formazione tradizionale senza provenire da essa? Si può possedere una capacità critica così profonda, senza essersi misurati con la cultura classica?
La questione ha a che fare con la nostra esperienza didattica ordinaria. Nella nuova scuola, quella che con la legge 107 insegue maldestramente e in modo un po’ acritico alcuni modelli internazionali, si tenta di liquidare la struttura tradizionale della nostra concezione didattica, con qualcosa che meglio aderisca alla “vita reale” (come se poi lo studio dell’Olocausto o dei terremoti non abbia nulla a che vedere con il reale). Addirittura nelle proposte odierne si scimmiotta e tradisce il senso del discorso di don Milani.
Formatori, ispettori ministeriali e docenti “innovatori” spendono molte delle proprie energie invocando un ribaltamento concreto del modello di scuola e di didattica, dimenticando l’altezza culturale da cui elaborano la propria critica, e come essa è stata guadagnata. Siamo sicuri che sostituendo ad essa un sistema di prassie il soggetto acquisisca eguale o superiore capacità critica e autocritica? O siamo forse vittime di un conformismo del cambiamento radicale? Come mai non riusciamo mai a entrare nell’ottica di un adattamento metodologico che assesti la tradizione, e ci lasciamo trascinare così facilmente da idee apparentemente rivoluzionarie? Ci siamo mai fermati a domandare dove conduce questo cambiamento? Che tipo di società disegna?
Nel caso di don Milani il discorso è più profondo, ovviamente, e Schiavon lo pone bene in evidenza. La società classista, accompagnata a un autoritarismo scolastico di cui oggi non esiste più neanche lontanamente l’ombra illanguidita, riempiva di senso la scelta alternativa di una formazione libera e combattiva. Però i principi di quella didattica andrebbero ripresi e ripensati, fuori della loro contestualizzazione storica. Perché non solo è cambiata la scuola, ma l’evoluzione dell’economia capitalistica ha disgregato residui relazionali della società novecentesca.
Quando Schiavon propone ai ragazzi dei nostri licei un esercizio simile alla scrittura di una lettera a una professoressa, ottiene osservazioni che spesso capita di cogliere nelle nostre scuole: “nomi, date, teoremi che fuggono dalla nostra memoria non appena abbiamo svuotato tutto nell’interrogazione o nei compiti in classe […] forse la scuola pretende troppo e noi non abbiamo abbastanza tempo […] è proprio necessario far studiare agli alunni tutto il “malloppo”?” (pp. 69-70).
I ragazzi interrogati da Schiavon, insieme a quelli di don Milani e molti pedagogisti contemporanei, evocano la necessità di formare “teste pensanti”, e non “teste piene”. Anche questa è una bella considerazione. Ma le teste sono pensanti per natura, non è che si possa educare a fare qualcosa che è connaturato all’individuo. Semmai è l’esposizione a stimoli e contenuti complessi, differenti, strutturati e pianificati che dischiude nuovi orizzonti all’individuo, rispetto a quelli che ha di fronte ai suoi occhi tutti i giorni, e lo conduce a un pensiero più maturo e consapevole.
Si deve ben capire che la trasmissione del patrimonio storico, letterario, mitico, simbolico e scientifico non è finalizzato alla reiterazione meccanica e sadica di arcaiche convinzioni. Ma Ariosto, Platone ed Einstein possono suggerire all’individuo possibilità, azioni, orizzonti e una consapevolezza di sé, che la mera lettura del giornale non può offrire. Ed è questo il vero punto debole della scuola di Barbiana, di cui si esalta la capacità di aderire alla vita reale, con quegli avventurosi viaggi all’estero cui i ragazzi erano destinati, per imparare lingue straniere praticate quanto basta per farsi capire, e al tempo stesso ridicolizzare lo studio delle eccezioni linguistiche nella grammatica francese. Ma è veramente un male che la scuola si allontani per molti aspetti dalla vita reale? E cosa è, in fondo, il reale?
Antonio Gramsci, ad esempio, insisteva affinché i figli degli operai si impegnassero il doppio degli altri studenti, anche nello studio del latino, e Lenin, tanto per ricordarlo in questo centenario della rivoluzione d’ottobre, ribadiva che nessun proletario può definirsi realmente marxista o comunista senza una profonda appropriazione dei risultati della cultura borghese.
Questo per ricordare che certamente è funzionale alla didattica costruire un lavoro su competenze già praticate o generalizzabili a più contesti di vita, ma non è sano proporre – come sta accadendo – una contrapposizione tra “saperi inerti” e “saper fare”. La “buona scuola”, attraverso l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro nei licei e altre misure analoghe, sembrerebbe far leva proprio sulla contrapposizione tra scuola e ambiente dell’esistenza concreta. Si fugge la differenza. Si cerca una continuità.
Ma siamo certi che la rottura generalizzata con la didattica tradizionale non nasconda ulteriori e più forti elementi nella selezione di classe? Nella scuola di don Milani – ci ricorda Schiavon - non c’erano le vacanze estive. Scuola aperta 12 mesi su 12. Si studiava di continuo, sebbene in modo originale.
Oggi un anno scolastico di liceo si svolge potenzialmente nell’arco di circa 1000 ore. Se si considera che si spendono in un anno del triennio circa 70 ore per l’alternanza scuola-lavoro, 40 se ne perdono le prime settimane e durante l’anno per assenze di docenti non adeguatamente coperte dall’organico a disposizione della scuola, altre 30-40 circa per viaggio di istruzione e uscite didattiche varie. Poi ci sono progetti, conferenze, assemblee, autogestioni e scioperi di diverso genere che sottraggono insieme circa altre 70-80 ore, e si deve considerare che ogni studente si assenta mediamente per 100 ore in un anno.
A occhio e croce le ore effettive di scuola sono circa 700, che calcolate per una giornata scolastica di 5 ore, a conti fatti, sono più o meno sei mesi di didattica “tradizionale”. Soltanto sei mesi.
A mio parere questo profilo della scuola italiana delinea una potente selezione di classe. È del tutto evidente infatti che coloro che ne comprendono la portata e hanno i mezzi per porvi rimedio, completano l’istruzione dei propri figli con laboratori e corsi privati, iniziative educative personali o supporti di varia natura. Gli altri, invece, si tengono soltanto i sei mesi. Don Milani si starà rivoltando nella tomba.

Occorre comunque esser grati ad Andrea Schiavon per aver riaperto un dibattito con il suo bel volumetto, e come lui stesso ricorda nel libro, “un dibattito serio non si esaurisce in un like, ma dura cinquant’anni. E resta ancora aperto” (p. 123)


martedì

La precarizzazione sociale


Sono passati quasi vent’anni, ormai, da quando un gruppo di giovani militanti di sinistra, alla fine degli studi, provarono a costruire un soggetto sociale capace di aggregare i lavoratori atipici, e soprattutto di sindacalizzarli, in qualche forma che allora non riuscivamo a mettere a fuoco. Il nostro collettivo si chiamava Agire contro la precarietà e, fatta eccezione per qualche faticosa iniziativa di piazza, le nostre riunioni somigliavano più a sedute di autocoscienza che all’organizzazione di lotte o vertenze. Ma era già qualcosa, perché nel Duemila, purtroppo, non si riusciva a trasmettere al mondo esterno il disagio della flessibilità come condizione di vita. Il NIdil-CGIL era appena nato, e comunque appariva anch’esso come un esperimento, più che un’organizzazione. I lavoratori stabili, invece – e quindi anche i nostri genitori e parenti – sembravano completamente sordi alle difficoltà incontrate nella condizione del precariato. Gli “atipici” erano colpevolizzati implicitamente per non voler accettare l’inevitabile “gavetta”, o perché non comprendevano fino in fondo la fortuna (sic!) di non essere vincolati a un posto fisso.
Leggere il nuovo libro di Bruno Ugolini (Vite ballerine. Prima e dopo il Jobs Act, Ediesse 2016) mi ha trascinato nel passato, facendomi rivedere volti, storie e affanni. In questo libro vengono raccolti i numerosi articoli accumulati dall’autore, che raccontano storie individuali di ordinaria precarietà, comprese tra il 1999 e il 2016. Tutti i settori professionali sono attraversati da queste biografie lavorative, dalla fabbrica all’editoria, dalla sanità all’universo delle partite IVA. Nelle parti successive del libro si esplorano le principali narrazioni e manifestazioni d’attenzione al fenomeno del precariato, sviluppatesi attraverso il cinema o la letteratura negli ultimi anni, fino a dedicare – in coda – uno spazio ad analisi e interviste, per indagare se e come il Jobs Act abbia modificato quel mondo, e quelle storie.
Il dibattito sul precariato è costantemente deficitario, in realtà. E ancora oggi, nonostante siano trascorsi quasi vent’anni, mi pare che neanche le forze di sinistra riescano a mettere a fuoco il problema, poiché non riescono a mantenere sotto la lente entrambi i lati critici che determinano il dramma del lavoro precario (e che devono essere considerati insieme, e mai separatamente).
Il primo lato del problema è infatti quello dei diritti. Non v’è dubbio, come pure emerge nei racconti di vita proposti da Ugolini, che l’assenza dei diritti alle ferie, alla malattia, ai congedi di maternità e quant’altro, costituisca uno dei principali motivi di disagio del lavoratore atipico. Se un libero professionista capace di importanti guadagni può far fronte all’assenza di quelle tutele con il surplus reddituale che è in grado di produrre, lo stesso non si può dire per il lavoratore precario a basso reddito, il quale è costretto a penare in una condizione di effettiva povertà per molti anni della sua vita. Questa assenza di diritti può provocare drammatiche decisioni nella progettazione della propria esistenza (come la rinuncia ad avere figli) o cattive condizioni di salute. Ma il precariato non esaurisce qui il suo negativo impatto sociale. Infatti, si ha un bel dire ripetendo che il Jobs Act abbia introdotto nuove tutele per chi prima non ne aveva, perché il problema dei diritti – se isolato – è un falso problema. Tra l’altro l’esplosione dei Voucher (che non può essere separata dall’introduzione delle tutele crescenti, e ne è anzi una conseguenza), dimostra che se per pochi il vecchio contratto da precario si è trasformato nell’aggregazione di alcuni diritti, per moltissimi la condizione di flessibilità è peggiorata drasticamente, in quanto le tutele di un Voucher sono addirittura inferiori ai vecchi rapporti di collaborazione.
Il cuore del problema del precariato è tuttavia un altro, e diventa esplosivo se agganciato alla privazione dei diritti. Il libro di Ugolini insiste poco su questo, sebbene non si esima dall’evidenziarlo. Il punto chiave è infatti la ricattabilità del lavoratore. Questo concetto la società civile lo capisce poco perché siamo rientrati in una concezione verticale dei rapporti di lavoro – quasi ottocentesca – in cui è percepito come legittimo e pacifico il potere assoluto del datore di lavoro sui suoi sottoposti. Per questa ragione, un lavoratore tenuto al guinzaglio da bassi redditi e contratti precari, quindi costantemente esposto alla perdita del lavoro, è costretto ad accettare qualunque condizione. La più comune è il lavoro aggiuntivo non pagato. Quante commesse si sentono chiedere di rimanere ancora un po’ fuori orario per “sistemare”? Chi paga? Pochi sono disposti a rischiare di perdere il lavoro o di non superare il “periodo di prova”. Personalmente ho vissuto quattordici anni di precariato, in diversi settori, e posso dire con certezza che una tipica rinuncia dovuta alla ricattabilità sono le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro. Quasi sempre si evita inoltre di contestare procedure che possono apparire equivoche o illegali. Si firma quello che sarebbe meglio non firmare. Si è disposti ad accettare qualunque forma di controllo. Qualcuno – ahimè – è costretto a sottostare anche a molestie personali.
Questo costante ricatto cui è esposto il lavoratore ne lede profondamente la dignità. Il punto cruciale è questo. Certamente l’assenza di diritti impedisce una progettazione di vita. Ma agganciamola alla perdita dell’autostima, di orgoglio nel lavoro, all’essere costantemente in balia del capo.
Gran parte della giornata di un individuo è dedicata al lavoro, e la dimensione del ricatto determina un perpetuo desiderio di fuga dalla propria esistenza. Beh, questo è un male sociale molto profondo, e soprattutto abitua chi lavora all’idea della sudditanza.
Ora, va compreso che il Jobs Act non solo non scalfisce questo punto, ma abolendo di fatto l’articolo 18, determina un’estensione sociale del ricatto gerarchico. Tutti sono licenziabili in qualunque momento. Tutti, quindi, sono precari. E basta licenziarne uno per educarne cento, per creare in azienda un clima di terrore, di obbedienza, di oppressione.

Il precariato, dunque, non è un fenomeno superato. Si è invece moltiplicato fino a prospettarsi come condizione naturale dei rapporti sociali. L’avevamo previsto vent’anni fa, ma non siamo riusciti a far nulla per impedirlo.


giovedì

La società ostile



Difficile è cogliere il significato profondo della bella riscrittura della fiaba popolare Riccardin dal ciuffo, proposta da Amélie Nothomb (edizioni Voland, 2016). Ma la narratrice francese ci ha ormai abituato alla sua capacità di penetrare le ombre della società contemporanea, e dietro un semplice recupero di un intreccio apparentemente innocuo, racconta di noi a noi stessi.
Due storie parallele e simmetriche si sviluppano senza sorprese. Un protagonista maschile, Deodato, segnato da un’esuberante bruttezza somatica e deforme nel fisico, è presentato dalla sua prima infanzia all’età adulta come capace di far leva su un particolare genio intuitivo e una sorprendente vivacità intellettuale. Il personaggio compensa lo svantaggio estetico con un evidente vantaggio cognitivo.
Parallelamente scorre la vita di Altea: bambina bella – anzi bellissima – ma unanimemente riconosciuta come profondamente stupida, o quanto meno ingenua. Senza troppe sorprese, le due biografie si incrociano nelle ultime pagine, quando le due solitudini finiranno felicemente per completarsi in uno sbocciato amore.
Ma questo è solo il lato estrinseco della vicenda. Amélie Nothomb traccia in realtà un quadro impietoso del nostro mondo. Deodato, l’orrendo bambino generato da un’amabile coppia di sposi, precipita da subito in un ambiente drammaticamente ostile. Ripudiato, marginalizzato per il suo aspetto fisico, trova strategie relazionali alternative, fino a sublimare tutta la sua attenzione nello studio dei volatili, di cui diventerà uno studioso esperto. Incapace di camminare sul suolo della vita ordinaria, si proietterà nel volo. Solo così riuscirà a maturare, attraversando un’adolescenza segnata per un verso dalla solitudine, per altro da rapporti umani consumati nell’indifferenza.
Altea, analogamente, è marginalizzata per la sua troppa bellezza, invidiata dalle compagne di scuola che approfittano della sua lentezza reattiva per vittimizzarla: “una bella adolescente suscita ancora più odio di una bella bambina”, ammonisce Nothomb. L’ambiente che la circonda, più che ostile, è semplicemente meschino. Ma l’autrice lo ricostruisce con una tale noncurante sapienza da farcelo riconoscere come il nostro naturale ambiente di vita. E ci rattrista.
L’esibizione dello squallore sociale dei nostri tempi esige quanto meno un passaggio per il mondo dello spettacolo, argomento non nuovo all’autrice, che in Acido solforico aveva addirittura immaginato un reality show ambientato in un campo di concentramento.
I due ragazzi, per una serie fortuita di circostanze, si incontreranno in occasione di un talk show, e la descrizione del contesto preparatorio cui sono sottoposti gli ospiti televisivi, condotti all’esasperazione da un forzoso isolamento nei camerini (nella speranza che diano in escandescenze durante la diretta), è l’ultimo sintomo della società malata in cui viviamo.

È vero, l’autrice propone il lieto fine e lo rivendica nell’epilogo. Ma è un finale poco credibile, e sembra quasi esaltare il resto: quel drammatico sfondo di acredine nel quale siamo costantemente immersi.


domenica

Un'esistenza ostinatamente superficiale



L’editore Minimum fax propone ai lettori italiani il romanzo della scrittrice californiana Nell Zink, con il titolo Senza pelle (The Wallcreeper, invece, il titolo originale). È un libro estremamente intrigante, perché nonostante risulti a tratti respingente, lascia intravedere le tracce di una profondità tragica.
La narrazione prende le mosse da un episodio drammatico, eppure vissuto con estrema superficialità. Una coppia di sposini, lui un ricco rampollo appassionato di birdwatching, lei una contorta laureata con la vocazione della mantenuta, nel bel mezzo di un’escursione tra le montagne svizzere, investono con l’auto un volatile; in quel frangente, con una manovra improvvisa, Stephen - questo il nome del giovane marito – riesce a evitare di ucciderlo. Ciononostante, in conseguenza dell’evento, Tiffany è costretta a interrompere una gravidanza iniziata da poco.
Un aborto, insomma, infrangerà l’equilibrio della loro esistenza bernese, eppure a tale evento nessuno dei due sembra attribuire particolare rilevanza. La vita ricomincia ordinaria, e tuttavia l’uno e l’altra iniziano a gestire come atomi impazziti due esistenze assurde. Si tradiscono sistematicamente e ripetutamente, con relazioni improbabili e improvvisate, talvolta fondate sulla mera attrazione sessuale, tal’altra su sentimenti ipotizzati o banalmente concepiti. Il personaggio maschile è tratteggiato nelle prime pagine come un perfetto idiota, viziato e sessualmente egoista; incapace di una progettualità esistenziale ponderata e facilmente trascinabile in imprese soggettivistiche poco strutturate. Decide di lasciare il proprio lavoro e si dedica a tempo pieno a inconsistenti campagne ambientaliste, oscillando tra Berlino, i boschi attraversati dall’Elba, per poi finire in Montenegro e Albania per svolgere missioni naturalistiche sempre più improbabili.
Anche la protagonista, che è poi l’io narrante, ostenta una certa stupidità. Rivendica con orgoglio un buon numero di stereotipi sulla donna attraente e sciocca, e soprattutto “attaccata ai soldi”. Si prodiga in malcelati comportamenti adulteri, ma si preoccupa di perdere la stabilità economica, e teme soprattutto di dover lavorare. Parrebbe dunque connessa a questa sua esigenza di reddito la scelta di seguire ovunque il marito, ritagliandosi di tanto in tanto qualche spazio di autonomia per finire nel letto di qualcuno o provare a cercare una propria dimensione ecologista.
Giunti a tre quarti del libro, tuttavia, quando si è divenuti ormai completamente insofferenti per questi due soggetti evidentemente antipatici, si comincia a insinuare nel lettore un dubbio, una sorpresa, quasi un imprevisto senso di colpa. Occorre ricordare infatti l’inizio della storia. La vicenda di una coppia qualunque, nella pacificata esistenza svizzera, che per un banale incidente si scontra con la “durezza” del reale: l’aborto.  
Il libro dunque ci fa conoscere un dato che già ci è noto, ma non dominato.
La nostra è un’esistenza disattenta, soprattutto da giovani, e tendiamo a credere che tra i nostri passatempi, i vestiti e le vacanze, tutto possa procedere sempre e perennemente come un reiterarsi dell’identica ora dell’aperitivo. Poi però arriva la realtà, che come un rapace afferra la preda – cioè noi – e ci strappa dal sogno. La conseguenza, tuttavia, non è un processo di consapevolezza pieno. Ma è l’ostinato attaccamento al nostro nulla, un aggrapparsi a qualcosa da fare, da credere, a una relazione interessante.
Il romanzo non perde ritmo, ma s’immalinconisce, e lo fa rimarcando la sua buona dose di sarcasmo e cinismo. Ma alla fine, forse, quel senso di supponenza con cui osservavamo i protagonisti, come specchiato, arriva dritto verso di noi, e ci ferisce un po’.





Il museo delle penultime cose



L’ultimo romanzo di Massimiliano Boni, intitolato Il museo delle penultime cose (66thand2nd, 2017) non è solo narrazione di una profonda esperienza umana. Il libro ci mette in contatto con una comunità, con noi stessi, e con alcuni problemi politici del nostro tempo.
La vicenda si svolge in un futuro prossimo, tecnologicamente un po’ più avanzato del nostro, ma spostato più in là di circa un decennio rispetto all’epoca che stiamo vivendo. Vi si prefigura uno scenario che è già attuale: il quadro politico è segnato da un’ondata populista che vede riaffiorare intolleranze e forti pulsioni antisemite. In nome di un programma nazionale per la felicità (PNF, non a caso), la coscienza collettiva vede riaprirsi spazi per una nuova fase critica nel nostro tessuto comunitario. In questa Italia del domani, così simile a quella di oggi, sonnecchia una Roma sempre uguale a sé stessa, in cui però, nel contesto di Villa Torlonia, è stato edificato un museo dedicato al tragico destino del popolo ebraico, alla Shoah, e alla ricostruzione della biografia di tutti i deportati, in un coordinamento solido con altri istituti analoghi distribuiti in giro per il mondo.
Mantenere viva la memoria della Shoah non è semplice, e i protagonisti di questo libro fanno il possibile per promuovere iniziative pubbliche che richiamino l’attenzione dei visitatori. Il vicedirettore del museo, Pacifico Lattes, ha un profilo scientifico particolare. Esperto nell’indagine biografica dei deportati, è però terrorizzato dai campi di sterminio. Non ha mai partecipato, come il suo direttore (o come tanti testimoni), ai famosi “viaggi della memoria” organizzati per gli studenti, e non è mai stato, in prima persona, in un lager. Il solo pensiero delle sofferenze subite diventa una sorta di fobia disabilitante. Tuttavia, è un ricercatore raffinato e fortemente motivato a ridare vita, in forma ricostruttiva, a coloro che sono stati violentemente strappati alle loro famiglie, alla loro quotidianità, alla loro esistenza.
Il colpo di scena è presto rivelato dall’autore: contrariamente a ciò che tutti credevano, esiste un ultimo superstite transitato da Auschwitz, che alla soglia dei cento anni si ostina a non voler raccontare nulla della propria storia. Compito di Pacifico, a questo punto – nonostante la sua riluttanza – è quello di indagare sul caso, e provare a rievocare con quell’anziano, ricoverato in una casa di riposo, la sua storia di deportazione.
Il romanzo si sviluppa lungo questa trama, in modo lineare, restituendo con delicatezza i momenti familiari e le sofferenze personali di Pacifico Lattes, suggerendo tacitamente al lettore di provare a comprendere cosa significhi ancora oggi per un ebreo sentirsi sistematicamente bersaglio di violenza, insulti, diffidenza, irrisione. Ciò che Pacifico avverte – e noi con lui – è il pericolo costante, per sé e i propri cari. E non ha tutti i torti a sentirsi inquieto, come si scoprirà leggendo l’evoluzione della trama. La tentazione costante è la fuga, magari verso Israele. Ecco: questo forte raccoglimento identitario è un tratto significativo del libro; il senso di comunità che segna la vita degli ebrei romani e che continua ad unirli ottant’anni dopo le persecuzioni, lascia addosso una sensazione forte, che forse vale la pena di provare. Massimiliano Boni ci aiuta dunque a comprendere che la questione ebraica non è ancora chiusa, e non è solo una ferita del passato, ma rischia di essere un dramma che concerne anche il nostro futuro.
Si tratta comunque di un romanzo, non produce analisi né segnala soluzioni, ma ci trascina in una condizione sentimentale, ci fa conoscere uno sprazzo della nostra identità collettiva, e pertanto svolge con correttezza una sua funzione essenziale, poiché l’arte è conoscenza, e non semplicemente consumo culturale.
Il giudizio complessivo è dunque positivo. Lo stile apprezzabile per il ritmo. Forse la struttura narrativa e i dialoghi contengono qualche ingenuità, ma credo infine che il libro meriti di essere letto.

Soprattutto adesso, soprattutto in questi giorni.



venerdì

Criticare il presente è doveroso



È un testo disorganico e breve, quello pubblicato dallo scrittore tedesco Ingo Schulze per le edizioni Il Margine (L’utopia ferita. Per una critica del presente, 2016), ma non privo di interessanti intuizioni.
In questo agilissimo volumetto sono inclusi interventi pubblici, dialoghi, digressioni, stralci assai brevi e stilisticamente non omogenei, ma accomunati da un percorso unitario riconoscibile.
Funzionale alla struttura dell’intero discorso è l’iniziale barzelletta sovietica, che l’autore – cresciuto nella DDR – propone come fattore emblematico della propria insistente vocazione critica.
Un contadino trascina un carretto, e giungendo in prossimità di un fiume si pone a fianco di un ponte, e invece di attraversarlo immerge i piedi nell’acqua e faticosamente spinge sé stesso e il proprio carro sull’altra sponda, dove poi si siede a riposare. Poco dopo arriva un secondo contadino, che fa la stessa cosa, e si adagia a fumare insieme a chi lo aveva preceduto. Un attimo dopo sopraggiunge un’automobile a tutta velocità, che invece si orienta verso il ponte, che ineluttabilmente cede, facendo precipitare l’auto. I due contadini commentano: “Eccolo lì, viaggia e viaggia, e poi non vede il ponte!”.
Questa storiella irrideva la propaganda sovietica, relativa alla presunta perfezione del socialismo reale, ma che poi rivelava le proprie debolezze alla prova dei fatti. Perché questa storiella diventa significativa per Schulze? Perché a suo parere la scrittura e il pensiero hanno il compito critico di demistificare ogni propaganda, e fare in modo che ciò che sembra solido (il ponte offerto dall’ideologia dominante), mostri tutta la sua precarietà.
Il primo ponte che viene abbattuto è costituito dall’idea del denaro e del suo rapporto con la competizione tra esseri umani. Non si tratta di evocare alcuna nostalgia per la DDR, secondo Schulze, ma una riflessione va avviata. Oggi, nelle nostre società, tendiamo a considerare ovvio uno stile di vita distruttivo, imperniato sull’accumulazione di denaro, o sulla lotta per averne quanto basta a sopravvivere. Che poi non basta mai, perché nessuno può sapere quali imprevisti possano colpirci dall’oggi al domani, e dunque meglio accantonare, che poi – pensiamo (spesso con ragione) – nel momento del bisogno ci si ritrova soli.
Ma la sua esperienza nella DDR era tutta diversa, e tale da lasciare stupiti per come essa sia stata rapidamente dimenticata: “Al denaro e al lavoro nessuno ci pensava veramente. Io non sapevo affatto che esistesse un diritto al lavoro. Trovare un lavoro era la cosa più facile. Se si arrivava alla laurea, l’università era obbligata a procurare un impiego ai suoi diplomati. E se non ci riusciva, doveva assumerci lei. Noi questo non lo volevamo, non era un’idea allettante. Nella scelta della professione il denaro non era importante” (p. 23). Impossibile commentare questo passaggio, si resta scioccati dalla distanza rispetto alla nostra condizione. E Schulze insiste, più avanti, evidenziando come oggi gli studenti restino increduli di fronte a racconti di questo tenore. Il rapporto con la ricchezza è un tema su cui l’esperienza nella DDR insegna moltissimo: “Non che nella DDR uno non avrebbe gradito guadagnare più soldi, ma il denaro non rivestiva alcun ruolo, ad esempio nella scelta della professione […] Lavoro ce n’era in abbondanza, la richiesta superava la disponibilità, il che al limite era spiacevole per chi di lavoratori aveva bisogno, ma per chi lavorava era ovviamente un’incredibile occasione d’indipendenza, poiché in questo senso si era ben poco ricattabili” (pp. 46-47). Schulze racconta di suo cugino, che dedicava la sua vita alla musica, e che a ora di pranzo andava a consegnare i pasti agli anziani non autosufficienti. Con quel reddito pagava il proprio affitto e le piccole spese, per poi dedicare la vita alla musica. Che bisogno aveva di accumulare denaro, in una società non capitalista? Nel nostro contesto di vita, invece, è del tutto naturale avere un lavoro guadagnando bene, ma senza avere più tempo per la musica, oppure non avere alcun lavoro, e neanche la possibilità di pagare l’affitto. L’orizzonte è completamente diverso. Ma questo non può significare in alcun modo che l’Occidente capitalista, uscito vincitore da quella competizione, sia un ponte solido da attraversare.
Altro luogo comune è quello della felicità. Avendo vissuto il passaggio dal socialismo al capitalismo, ed essendo stato inizialmente anche lui a capo di un giornale alla ricerca di annunci pubblicitari, soggetto attivo nel mercato e nella competizione economica, Schulze descrive così il proprio straniamento rispetto a quel che tutti considerano ovvio: l’auspicabilità del successo personale. Ma perché mai dovremmo averne? “Come giovane imprenditore nel 1990 ricevetti benevole pacche sulle spalle: anche tu ce la puoi fare se ti ci metti d’impegno e ti rimbocchi le maniche. Ma fare cosa? Arrivare in alto, ai soldi e al riconoscimento! Mi sentivo rigettato nella felicità privata, mentre si sarebbe dovuto trattare della felicità di tutti […] La mia felicità era l’infelicità degli altri. E la felicità degli altri la nostra infelicità […] e non approfittavamo forse noi stessi della concorrenza tra le tipografie? Non volevamo scegliere anche noi la migliore di tutte?” (p. 33).
E qui giungiamo a un altro punto delicato: la rimozione. Nelle nostre società cerchiamo sempre di avere dei vantaggi personali. Ad esempio cerchiamo di risparmiare, di spendere meno. Ma questo non costringe le aziende che ci propongono prezzi ridotti a trattare i lavoratori come schiavi, a inquinare sempre di più o a derubare territori lontani delle materie prime? Pensiamo all’industria alimentare. Qualche tempo fa con la sua facile retorica Michele Serra ci suggeriva di spendere di più per mangiare, per nutrirci con alimenti più sani, condizioni di lavoro più eque nelle campagne, e animali meglio rispettati. Certo, ma i poveri, nelle nostre società, possono davvero accedere ai beni di consumo dell’alimentazione biologica? Ovviamente no, e possiamo oggi rinunciare ai nostri pc e tablet, agli smartphone e ai mille oggetti che vengono prodotti attraverso la sottomissione e l’oppressione economica di altri popoli? Neanche. Quindi siamo inchiodati a un problema complessissimo: l’obbligo inconscio di non ragionare fino in fondo sul nostro stile di vita, perché una consapevolezza maggiore ci mostrerebbe la quasi impossibilità di modificarlo: “La nostra vita quotidiana, oggi più che mai, non può esistere senza rimozione” (p. 53).

Anche il nostro rapporto con il fenomeno migratorio, in fondo, si basa su una rimozione. Abbiamo inventato la categoria del “trafficante”. Ai tempi del blocco sovietico, gli occidentali chiamavano coloro i quali aiutavano russi o tedeschi dell’Est a passare dall’altra parte, “eroi”, “soccorritori”. Oggi invece, chi rende possibile, ovviamente lucrando malamente sulla vita umana, ma in ogni caso trasportando persone in fuga da guerra, miseria o oppressione, verso l’Europa, è definito un “trafficante”. E così, con l’indicazione del responsabile criminale, rimuoviamo cause, consistenza e prospettive di un problema globale che quotidianamente contribuiamo a generare con ogni nostro comportamento di consumo.

mercoledì

La speranza ostinata di Max Mannheimer



Non era destinata alla pubblicazione, la testimonianza che Max Mannheimer – cittadino cecoslovacco
di origini ebraiche, deportato dai nazisti nel 1943 – scrisse quasi frettolosamente nel 1964. Un puro caso, ma assai significativo, favorì comunque la precipitazione di quelle memorie sulla pagina scritta.
Sopravvissuto alla persecuzione e ai campi di concentramento, Mannheimer tacque per molto tempo, troppo profonde e al tempo stesso vive rimanevano le ferite nei venti anni che seguirono alla sua liberazione. Ma nel 1964, per un errore di comunicazione con il personale ospedaliero, egli ritenne di essere stato sorpreso da un tumore, e di avere poco tempo ancora da vivere. Decise allora di lasciare a sua figlia un racconto del proprio vissuto concentrazionario. Nulla le aveva rivelato fino a quel momento, e avvertì forte l’esigenza di comporre velocemente, ma in modo chiaro e misurato, la propria esperienza di fuga, persecuzione, deportazione. Il tratto scarno e secco della narrazione rende questo testo estremamente efficace. Una freccia al cuore.
Mannheimer non aveva alcun tumore (sopravvisse infatti fino al 2016), accettando poi l’idea di pubblicare queste pagine, e di trascorrere buona parte della sua vita a raccontare, spiegare e testimoniare il proprio vissuto.
La storia di questo ragazzo appartenente a una famiglia di commercianti ebrei, primo di cinque figli, che a partire dal 1938 assistette alla progressiva accelerazione espansionistica e discriminatoria dei nazisti, è una storia che somiglia a quelle di tante altre vittime. Ma il tono quasi pacato con qui Mannheimer ricorda l’orrore, lascia veramente stupiti. L’autore resta calmo, e lascia emergere alcuni fattori cruciali della persecuzione e della sua possibilità, che spesso vengono tralasciati.
Il libro, nell’edizione italiana, è presentato con il titolo Una speranza ostinata (Edizioni Add, 2016), poiché la cifra caratteristica di questo tardo diario concentrazionario è un’oscillazione interessante tra l’auspicio di una possibilità di un destino non troppo avverso per la popolazione ebraica dell’Europa orientale, e l’attitudine alla passività che rese impossibile una vera resistenza all’oppressore.
Non ricostruirò qui gli intensi momenti descritti nel libro, né l’evoluzione dell’esperienza concentrazionaria di Mannheimer, che conobbe tutti i luoghi più noti della deportazione antisemita. Vorrei invece mettere in evidenza soltanto quella peculiare oscillazione.
In molti passaggi del racconto, Mannheimer ricorda come la propria famiglia, e lui stesso, non reputarono seriamente grave la minaccia nazista, quando questa si manifestava attraverso pur plateali e violente esibizioni di forza. Emblematica la reazione all’occupazione nazista della regione dei Sudeti: “Ne discutiamo a casa. Le cose non potranno andare peggio di così. Non si può mica scappare. E poi c’è la casa. Papà è ottimista. È un veterano di guerra e paga puntualmente le tasse. È molto apprezzato e ha una buona reputazione. Tutti lo conoscono. Non solo il rabbino, anche il parroco. È sempre stato solo un commerciante, non ha mai fatto politica. Se Dio vorrà, andrà tutto bene” (p. 27).
E poi, già dopo la notte dei cristalli, dopo le prime esperienze di fuga di città in città, c’è tempo per un nuovo lavoro, e per il primo amore: “Non vediamo il pericolo che si avvicina. Non vogliamo vederlo” (p. 43).
Nel gennaio del 1943 l’intera famiglia venne deportata. Ma anche in quel momento, persisteva una certa incredulità: “Le cose non potranno andare peggio di così. Anche mio padre lo pensa. Ha pagato regolarmente le tasse. Nella prima guerra mondiale è stato tre anni al fronte per l’Imperatore e Re. Non ha nulla da rimproverarsi” (p. 48). Di lì a pochi giorni la famiglia venne progressivamente sterminata. Alla fine della guerra soltanto lui e uno dei suoi fratelli sarebbero rimasti in vita. E con l’avanzare della narrazione, spontaneamente, naturalmente, quel cauto ottimismo iniziale scivola nella consapevolezza della propria incapacità di reagire.
Il primo momento di meditazione è nell’attraversamento dei ruderi del ghetto di Varsavia, là dove altri ebrei avevano cercato di resistere e avevano trovato la morte, e le macerie disseminate intorno, vengono definite da Mannheimer come “pietre storiche”.
A Dachau, invece, egli si imbatté in una diversa categoria di detenuti, i partigiani jugoslavi, portando così a compimento la sua amara riflessione: “Parlo con alcuni di loro. Ne ammiro il coraggio. Parte di un popolo sale sui monti. Combatte contro un esercito regolare. Con molto idealismo e poche armi. Nelle condizioni più dure. Faccio un confronto. Loro e noi. Ci lasciamo trasportare come bestie al macello. Con numeri al collo. Porgiamo docili il capo. Il bestiame oppone resistenza entrando al macello. Noi no. Noi ubbidiamo senza protestare” (p. 106). Esiste forse una spiegazione? Ha forse a che fare con la peculiarità della storia del popolo ebraico? Mannheimer formula ipotesi, ma non trova e non cerca risposte. Eppure gli pesa sul cuore quella domanda.

Il libro è breve, ed è molto interessante. È stato giusto proporlo al pubblico italiano. È importante che gli italiani lo leggano.

giovedì

Cosa celebreremo nel 2017 ?




Sono trascorsi dieci anni da quando fui invitato a tenere una lezione pubblica per la celebrazione del
novantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Mi chiesero in quel contesto di attualizzare la riflessione, di ragionare sul senso contemporaneo della rivoluzione come risposta politica e sociale alle criticità del nostro tempo. In fondo, occorre dirlo, il significato delle ricorrenze è questo. Inutile la mera ricostruzione. Necessaria l’occasione per ragionare collettivamente sulla contemporaneità del passato.
Quest’anno le celebrazioni a cifre tonde sono due, e sono entrambe importanti. Fioriranno le occasioni di incontro per il centenario dell’epopea bolscevica, ma nello stesso periodo dovremo pur ragionare sui cinquecento anni trascorsi dall’affissione sulla porta della Chiesa di Wittemberg delle 95 tesi di Lutero, che accelerarono la crisi della Chiesa occidentale, e segnarono la nascita della cultura protestante.
Onestamente, entrambi gli avvenimenti si allontanano dalla mia attenzione, e il numero 17, invece, mi trascina per un’attrazione incontrollata, verso gli altri fronti della Grande Guerra, quello occidentale e quello italo-austriaco.
Il 1917, si legge nei manuali di storia, fu l’anno della svolta, quando gli equilibri del conflitto mondiale si invertirono, quando i Russi si sfilarono dall’atroce carneficina, e gli Stati Uniti vi entrarono per raccoglierne una facile vittoria. Ma quell’anno, forse più dei precedenti, condusse ad esasperazione il dolore umano derivato da una nuova forma di violenza; fu l’anno dell’esaurimento nervoso per i vivi, circondati da migliaia di morti.
La guerra è sempre stata spietata, sanguinosa e crudele, inutile nasconderlo. Il valore dei soldati si è affermato per millenni nell’attraversare a lame sguainate i corpi, le gole, le budella dei nemici. Mai è esistita o esisterà una guerra gentile. Ma ciò che vissero i militari, e i civili lestamente vestiti da gente marziale, gettati a manciate sotto le raffiche della mitraglia nel primo conflitto mondiale, o lasciati a marcire per mesi nella trincea, non aveva nulla a che fare con quel che fino poco prima, in ambito bellico, era stato conosciuto.
In un libro che in molti hanno letto, e che tutti dovrebbero leggere, Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque, si rende immediatamente comprensibile – senza mai spiegarlo in modo esplicito – l’inscindibile nesso tra la natura della prima guerra mondiale, e la necessità del pacifismo come categoria politica contemporanea. La storia di un manipolo di ragazzi, esposti al fuoco nemico in ogni singolo istante, paralizzati dal terrore, oltre che dal fuoco nemico, indotti a procurarsi delle lesioni irreversibili agli arti, pur di divenire inabili al conflitto, racconta il volto inedito della guerra.
Se nei decenni precedenti la gioventù fremeva per la morte onorevole, la punta al cuore, il quadro – qui – cambia repentinamente. L’autore racconta come in un drammatico romanzo di formazione, quel che si apprende nel giungere per la prima volta in trincea, se e quando si sopravvive. E sono in pochi a sopravvivere. Sono in tanti i ragazzini lanciati a morte: “Questi giovinetti non sanno quasi nulla di tutto ciò, e vengono falciati… è un’angoscia che prende alla gola, vederli balzar fuori e correre e cadere. Si vorrebbe picchiarli, tanto sono stupidi, e insieme prenderli in braccio e portarli via di qua… Un attacco improvviso, col gas, ne falciò parecchi. Non riuscivano a comprendere ciò che li aspettasse; ma abbiamo trovato un ridottino pieno di morti con la faccia azzurrastra e le labbra nere. In una buca si sono tolte le maschere troppo presto, ignorando che a fior di terra il gas si mantiene più a lungo. Quando hanno visto gli altri, sopra, togliersi le maschere, se la sono strappata anche loro, e hanno ingoiato ancora abbastanza gas per bruciarsi i polmoni”.
La percezione intensa della completa insensatezza di ciò che stavano vivendo esasperava i protagonisti dei combattimenti. L’insensatezza della guerra imperialista, ha il volto del riconoscimento del nemico come eguale, simmetrico disperato strumento della volontà altrui: “Fa un effetto strano vedere così da vicino questi nostri nemici. Hanno facce che fanno pensare, buone facce di contadini; larghe fronti, nasi schiacciati, grosse labbra, grosse mani, capelli lanosi. Si dovrebbe utilizzarli per l’aratura e la mietitura e la raccolta delle mele. Hanno l’aspetto anche più mite e buono dei nostri contadini frisoni. Vederli muoversi, mendicare un po’ di cibo è cosa triste”.
Indimenticabile, in tal senso, anche il tenente colonello italiano di cui raccontava Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altipiano, e dell’indispensabile relazione tra liquori e guerra. Nulla da fare: in una guerra insensata pullulano le strategie illogiche e le decisioni irrazionali, utili solo a moltiplicare le vittime. Ed ecco che l’intelligente tenente colonnello, vocato alla carriera letteraria ma costretto dal padre a quella militare, si difende bevendo: “Contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo. È da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile! È per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra. Se tutti, di comune accordo, lealmente, cessassimo di bere, forse la guerra finirebbe”.
Inutile commentare la profonda attualità di questi stralci di memorie. Tuttavia, forse riconquistando il senso del pacifismo implicito dei fronti critici della prima guerra mondiale, saremmo in grado di capire fino in fondo anche la Rivoluzione d’ Ottobre, che fu possibile in prima istanza in virtù della necessità di interrompere la guerra. Non certo per la coscienza marxista tra le genti russe.
Prima la pace, e poi tutto il resto.

domenica

Piccola risposta ai 600 accademici preoccupati


Seicento illustri professori universitari hanno indirizzato una breve lettera – pubblicata sul sito del Gruppo di Firenze – a Governo, MIUR e Parlamento per denunciare la fragilità sintattica e ortografica dei giovani studenti universitari. La responsabilità? Ovviamente del sistema scolastico, che appare reagire in modo blando e inadeguato di fronte a strafalcioni grammaticali e proposizioni involute.

Solo due piccole osservazioni per le autorevoli personalità che hanno denunciato il caso.
Pochi mesi fa molti laureati italiani hanno partecipato ai concorsi a cattedra per diventare docenti di scuola secondaria. In alcune classi di concorso hanno superato la prova scritta molti candidati in meno rispetto ai posti messi a bando. Interrogati sulla ragione di questa durezza nella selezione, i commissari hanno semplicemente risposto che gran parte degli aspiranti docenti non solo non erano in grado di scrivere correttamente nella lingua italiana, ma avevano lasciato in bianco alcuni quesiti (tra l’altro assai generici) o addirittura avevano dato prova di profonda ignoranza nel proprio settore disciplinare.
Alcuni docenti universitari si sono sentiti accusati di aver attribuito il titolo di dottore a chiunque, dimostrando una certa leggerezza, di aver creato negli anni dei percorsi formativi troppo facili e privi di effettivi “sbarramenti”, consentendo anche ai meno preparati di completare gli studi. Alcuni docenti universitari, per difendere il proprio operato, hanno reagito duramente con lettere aperte o accusando il MIUR di aver elaborato delle cattive prove concorsuali.
Ma quanti studenti vengono respinti negli esami universitari? Quanti “diciotto” vengono attribuiti? E quanti “trenta”? Specialmente in alcune facoltà, la selettività accademica è andata smarrita, e non solo perché gli studenti sono meno preparati in “ingresso”, ma per ragioni di opportunità, per far decollare le iscrizioni ai corsi di laurea, per la concorrenza al ribasso che si è innescata tra gli atenei, ma pure per l’abbassamento del livello culturale del corpo docente. Lo stesso, purtroppo, accade nel mondo della scuola. Il processo è ormai avanzato, e lo denunciamo da anni. Tutti hanno il diritto di criticare la scuola, perché la scuola è di tutti. Ma forse i docenti universitari possono permetterselo meno degli altri.
Oggi i nostri accademici scaricano sulla scuola la responsabilità di un sistema formativo illanguidito, ma è una responsabilità che condividono, e non mi pare facciano alcuno sforzo per capirne le ragioni profonde.
Vogliamo provare una volta tanto a fare un’analisi delle difficoltà incontrate in Italia per mettere in piedi un sistema per l’istruzione di massa? A parte lamentarsi dell’ovvio, da un docente universitario ci si attenderebbe in primo luogo una discreta lucidità nel decifrare processi ed eventuali fallimenti della scuola di massa. Credono davvero che sia sufficiente – come propongono – aumentare i momenti di verifica delle competenze linguistiche? La loro denuncia non si misura affatto sulle difficoltà concrete delle scuole nei territori complessi. La normativa sui BES ha tanti difetti, e in generale le politiche inclusive oggi non riescono a riequilibrare una buona politica scolastica, andando a indebolire spesso la qualità di alcune azioni didattiche, e abbassando in parte il livello generale. Ma questo accade soprattutto per ragioni finanziarie, perché nella scuola italiana non si investono risorse sufficienti.
Eppure nemmeno i soldi risolverebbero completamente il problema, poiché profonda è l’influenza di altre agenzie educative nella formazione dei linguaggi. E anche su questo, ci sarebbe molto da dire e da ragionare.

Forse i nostri studenti non sanno come scrivere, ma i nostri professori, purtroppo, non sanno cosa scrivere.