domenica

Il museo delle penultime cose



L’ultimo romanzo di Massimiliano Boni, intitolato Il museo delle penultime cose (66thand2nd, 2017) non è solo narrazione di una profonda esperienza umana. Il libro ci mette in contatto con una comunità, con noi stessi, e con alcuni problemi politici del nostro tempo.
La vicenda si svolge in un futuro prossimo, tecnologicamente un po’ più avanzato del nostro, ma spostato più in là di circa un decennio rispetto all’epoca che stiamo vivendo. Vi si prefigura uno scenario che è già attuale: il quadro politico è segnato da un’ondata populista che vede riaffiorare intolleranze e forti pulsioni antisemite. In nome di un programma nazionale per la felicità (PNF, non a caso), la coscienza collettiva vede riaprirsi spazi per una nuova fase critica nel nostro tessuto comunitario. In questa Italia del domani, così simile a quella di oggi, sonnecchia una Roma sempre uguale a sé stessa, in cui però, nel contesto di Villa Torlonia, è stato edificato un museo dedicato al tragico destino del popolo ebraico, alla Shoah, e alla ricostruzione della biografia di tutti i deportati, in un coordinamento solido con altri istituti analoghi distribuiti in giro per il mondo.
Mantenere viva la memoria della Shoah non è semplice, e i protagonisti di questo libro fanno il possibile per promuovere iniziative pubbliche che richiamino l’attenzione dei visitatori. Il vicedirettore del museo, Pacifico Lattes, ha un profilo scientifico particolare. Esperto nell’indagine biografica dei deportati, è però terrorizzato dai campi di sterminio. Non ha mai partecipato, come il suo direttore (o come tanti testimoni), ai famosi “viaggi della memoria” organizzati per gli studenti, e non è mai stato, in prima persona, in un lager. Il solo pensiero delle sofferenze subite diventa una sorta di fobia disabilitante. Tuttavia, è un ricercatore raffinato e fortemente motivato a ridare vita, in forma ricostruttiva, a coloro che sono stati violentemente strappati alle loro famiglie, alla loro quotidianità, alla loro esistenza.
Il colpo di scena è presto rivelato dall’autore: contrariamente a ciò che tutti credevano, esiste un ultimo superstite transitato da Auschwitz, che alla soglia dei cento anni si ostina a non voler raccontare nulla della propria storia. Compito di Pacifico, a questo punto – nonostante la sua riluttanza – è quello di indagare sul caso, e provare a rievocare con quell’anziano, ricoverato in una casa di riposo, la sua storia di deportazione.
Il romanzo si sviluppa lungo questa trama, in modo lineare, restituendo con delicatezza i momenti familiari e le sofferenze personali di Pacifico Lattes, suggerendo tacitamente al lettore di provare a comprendere cosa significhi ancora oggi per un ebreo sentirsi sistematicamente bersaglio di violenza, insulti, diffidenza, irrisione. Ciò che Pacifico avverte – e noi con lui – è il pericolo costante, per sé e i propri cari. E non ha tutti i torti a sentirsi inquieto, come si scoprirà leggendo l’evoluzione della trama. La tentazione costante è la fuga, magari verso Israele. Ecco: questo forte raccoglimento identitario è un tratto significativo del libro; il senso di comunità che segna la vita degli ebrei romani e che continua ad unirli ottant’anni dopo le persecuzioni, lascia addosso una sensazione forte, che forse vale la pena di provare. Massimiliano Boni ci aiuta dunque a comprendere che la questione ebraica non è ancora chiusa, e non è solo una ferita del passato, ma rischia di essere un dramma che concerne anche il nostro futuro.
Si tratta comunque di un romanzo, non produce analisi né segnala soluzioni, ma ci trascina in una condizione sentimentale, ci fa conoscere uno sprazzo della nostra identità collettiva, e pertanto svolge con correttezza una sua funzione essenziale, poiché l’arte è conoscenza, e non semplicemente consumo culturale.
Il giudizio complessivo è dunque positivo. Lo stile apprezzabile per il ritmo. Forse la struttura narrativa e i dialoghi contengono qualche ingenuità, ma credo infine che il libro meriti di essere letto.

Soprattutto adesso, soprattutto in questi giorni.



venerdì

Criticare il presente è doveroso



È un testo disorganico e breve, quello pubblicato dallo scrittore tedesco Ingo Schulze per le edizioni Il Margine (L’utopia ferita. Per una critica del presente, 2016), ma non privo di interessanti intuizioni.
In questo agilissimo volumetto sono inclusi interventi pubblici, dialoghi, digressioni, stralci assai brevi e stilisticamente non omogenei, ma accomunati da un percorso unitario riconoscibile.
Funzionale alla struttura dell’intero discorso è l’iniziale barzelletta sovietica, che l’autore – cresciuto nella DDR – propone come fattore emblematico della propria insistente vocazione critica.
Un contadino trascina un carretto, e giungendo in prossimità di un fiume si pone a fianco di un ponte, e invece di attraversarlo immerge i piedi nell’acqua e faticosamente spinge sé stesso e il proprio carro sull’altra sponda, dove poi si siede a riposare. Poco dopo arriva un secondo contadino, che fa la stessa cosa, e si adagia a fumare insieme a chi lo aveva preceduto. Un attimo dopo sopraggiunge un’automobile a tutta velocità, che invece si orienta verso il ponte, che ineluttabilmente cede, facendo precipitare l’auto. I due contadini commentano: “Eccolo lì, viaggia e viaggia, e poi non vede il ponte!”.
Questa storiella irrideva la propaganda sovietica, relativa alla presunta perfezione del socialismo reale, ma che poi rivelava le proprie debolezze alla prova dei fatti. Perché questa storiella diventa significativa per Schulze? Perché a suo parere la scrittura e il pensiero hanno il compito critico di demistificare ogni propaganda, e fare in modo che ciò che sembra solido (il ponte offerto dall’ideologia dominante), mostri tutta la sua precarietà.
Il primo ponte che viene abbattuto è costituito dall’idea del denaro e del suo rapporto con la competizione tra esseri umani. Non si tratta di evocare alcuna nostalgia per la DDR, secondo Schulze, ma una riflessione va avviata. Oggi, nelle nostre società, tendiamo a considerare ovvio uno stile di vita distruttivo, imperniato sull’accumulazione di denaro, o sulla lotta per averne quanto basta a sopravvivere. Che poi non basta mai, perché nessuno può sapere quali imprevisti possano colpirci dall’oggi al domani, e dunque meglio accantonare, che poi – pensiamo (spesso con ragione) – nel momento del bisogno ci si ritrova soli.
Ma la sua esperienza nella DDR era tutta diversa, e tale da lasciare stupiti per come essa sia stata rapidamente dimenticata: “Al denaro e al lavoro nessuno ci pensava veramente. Io non sapevo affatto che esistesse un diritto al lavoro. Trovare un lavoro era la cosa più facile. Se si arrivava alla laurea, l’università era obbligata a procurare un impiego ai suoi diplomati. E se non ci riusciva, doveva assumerci lei. Noi questo non lo volevamo, non era un’idea allettante. Nella scelta della professione il denaro non era importante” (p. 23). Impossibile commentare questo passaggio, si resta scioccati dalla distanza rispetto alla nostra condizione. E Schulze insiste, più avanti, evidenziando come oggi gli studenti restino increduli di fronte a racconti di questo tenore. Il rapporto con la ricchezza è un tema su cui l’esperienza nella DDR insegna moltissimo: “Non che nella DDR uno non avrebbe gradito guadagnare più soldi, ma il denaro non rivestiva alcun ruolo, ad esempio nella scelta della professione […] Lavoro ce n’era in abbondanza, la richiesta superava la disponibilità, il che al limite era spiacevole per chi di lavoratori aveva bisogno, ma per chi lavorava era ovviamente un’incredibile occasione d’indipendenza, poiché in questo senso si era ben poco ricattabili” (pp. 46-47). Schulze racconta di suo cugino, che dedicava la sua vita alla musica, e che a ora di pranzo andava a consegnare i pasti agli anziani non autosufficienti. Con quel reddito pagava il proprio affitto e le piccole spese, per poi dedicare la vita alla musica. Che bisogno aveva di accumulare denaro, in una società non capitalista? Nel nostro contesto di vita, invece, è del tutto naturale avere un lavoro guadagnando bene, ma senza avere più tempo per la musica, oppure non avere alcun lavoro, e neanche la possibilità di pagare l’affitto. L’orizzonte è completamente diverso. Ma questo non può significare in alcun modo che l’Occidente capitalista, uscito vincitore da quella competizione, sia un ponte solido da attraversare.
Altro luogo comune è quello della felicità. Avendo vissuto il passaggio dal socialismo al capitalismo, ed essendo stato inizialmente anche lui a capo di un giornale alla ricerca di annunci pubblicitari, soggetto attivo nel mercato e nella competizione economica, Schulze descrive così il proprio straniamento rispetto a quel che tutti considerano ovvio: l’auspicabilità del successo personale. Ma perché mai dovremmo averne? “Come giovane imprenditore nel 1990 ricevetti benevole pacche sulle spalle: anche tu ce la puoi fare se ti ci metti d’impegno e ti rimbocchi le maniche. Ma fare cosa? Arrivare in alto, ai soldi e al riconoscimento! Mi sentivo rigettato nella felicità privata, mentre si sarebbe dovuto trattare della felicità di tutti […] La mia felicità era l’infelicità degli altri. E la felicità degli altri la nostra infelicità […] e non approfittavamo forse noi stessi della concorrenza tra le tipografie? Non volevamo scegliere anche noi la migliore di tutte?” (p. 33).
E qui giungiamo a un altro punto delicato: la rimozione. Nelle nostre società cerchiamo sempre di avere dei vantaggi personali. Ad esempio cerchiamo di risparmiare, di spendere meno. Ma questo non costringe le aziende che ci propongono prezzi ridotti a trattare i lavoratori come schiavi, a inquinare sempre di più o a derubare territori lontani delle materie prime? Pensiamo all’industria alimentare. Qualche tempo fa con la sua facile retorica Michele Serra ci suggeriva di spendere di più per mangiare, per nutrirci con alimenti più sani, condizioni di lavoro più eque nelle campagne, e animali meglio rispettati. Certo, ma i poveri, nelle nostre società, possono davvero accedere ai beni di consumo dell’alimentazione biologica? Ovviamente no, e possiamo oggi rinunciare ai nostri pc e tablet, agli smartphone e ai mille oggetti che vengono prodotti attraverso la sottomissione e l’oppressione economica di altri popoli? Neanche. Quindi siamo inchiodati a un problema complessissimo: l’obbligo inconscio di non ragionare fino in fondo sul nostro stile di vita, perché una consapevolezza maggiore ci mostrerebbe la quasi impossibilità di modificarlo: “La nostra vita quotidiana, oggi più che mai, non può esistere senza rimozione” (p. 53).

Anche il nostro rapporto con il fenomeno migratorio, in fondo, si basa su una rimozione. Abbiamo inventato la categoria del “trafficante”. Ai tempi del blocco sovietico, gli occidentali chiamavano coloro i quali aiutavano russi o tedeschi dell’Est a passare dall’altra parte, “eroi”, “soccorritori”. Oggi invece, chi rende possibile, ovviamente lucrando malamente sulla vita umana, ma in ogni caso trasportando persone in fuga da guerra, miseria o oppressione, verso l’Europa, è definito un “trafficante”. E così, con l’indicazione del responsabile criminale, rimuoviamo cause, consistenza e prospettive di un problema globale che quotidianamente contribuiamo a generare con ogni nostro comportamento di consumo.

mercoledì

La speranza ostinata di Max Mannheimer



Non era destinata alla pubblicazione, la testimonianza che Max Mannheimer – cittadino cecoslovacco
di origini ebraiche, deportato dai nazisti nel 1943 – scrisse quasi frettolosamente nel 1964. Un puro caso, ma assai significativo, favorì comunque la precipitazione di quelle memorie sulla pagina scritta.
Sopravvissuto alla persecuzione e ai campi di concentramento, Mannheimer tacque per molto tempo, troppo profonde e al tempo stesso vive rimanevano le ferite nei venti anni che seguirono alla sua liberazione. Ma nel 1964, per un errore di comunicazione con il personale ospedaliero, egli ritenne di essere stato sorpreso da un tumore, e di avere poco tempo ancora da vivere. Decise allora di lasciare a sua figlia un racconto del proprio vissuto concentrazionario. Nulla le aveva rivelato fino a quel momento, e avvertì forte l’esigenza di comporre velocemente, ma in modo chiaro e misurato, la propria esperienza di fuga, persecuzione, deportazione. Il tratto scarno e secco della narrazione rende questo testo estremamente efficace. Una freccia al cuore.
Mannheimer non aveva alcun tumore (sopravvisse infatti fino al 2016), accettando poi l’idea di pubblicare queste pagine, e di trascorrere buona parte della sua vita a raccontare, spiegare e testimoniare il proprio vissuto.
La storia di questo ragazzo appartenente a una famiglia di commercianti ebrei, primo di cinque figli, che a partire dal 1938 assistette alla progressiva accelerazione espansionistica e discriminatoria dei nazisti, è una storia che somiglia a quelle di tante altre vittime. Ma il tono quasi pacato con qui Mannheimer ricorda l’orrore, lascia veramente stupiti. L’autore resta calmo, e lascia emergere alcuni fattori cruciali della persecuzione e della sua possibilità, che spesso vengono tralasciati.
Il libro, nell’edizione italiana, è presentato con il titolo Una speranza ostinata (Edizioni Add, 2016), poiché la cifra caratteristica di questo tardo diario concentrazionario è un’oscillazione interessante tra l’auspicio di una possibilità di un destino non troppo avverso per la popolazione ebraica dell’Europa orientale, e l’attitudine alla passività che rese impossibile una vera resistenza all’oppressore.
Non ricostruirò qui gli intensi momenti descritti nel libro, né l’evoluzione dell’esperienza concentrazionaria di Mannheimer, che conobbe tutti i luoghi più noti della deportazione antisemita. Vorrei invece mettere in evidenza soltanto quella peculiare oscillazione.
In molti passaggi del racconto, Mannheimer ricorda come la propria famiglia, e lui stesso, non reputarono seriamente grave la minaccia nazista, quando questa si manifestava attraverso pur plateali e violente esibizioni di forza. Emblematica la reazione all’occupazione nazista della regione dei Sudeti: “Ne discutiamo a casa. Le cose non potranno andare peggio di così. Non si può mica scappare. E poi c’è la casa. Papà è ottimista. È un veterano di guerra e paga puntualmente le tasse. È molto apprezzato e ha una buona reputazione. Tutti lo conoscono. Non solo il rabbino, anche il parroco. È sempre stato solo un commerciante, non ha mai fatto politica. Se Dio vorrà, andrà tutto bene” (p. 27).
E poi, già dopo la notte dei cristalli, dopo le prime esperienze di fuga di città in città, c’è tempo per un nuovo lavoro, e per il primo amore: “Non vediamo il pericolo che si avvicina. Non vogliamo vederlo” (p. 43).
Nel gennaio del 1943 l’intera famiglia venne deportata. Ma anche in quel momento, persisteva una certa incredulità: “Le cose non potranno andare peggio di così. Anche mio padre lo pensa. Ha pagato regolarmente le tasse. Nella prima guerra mondiale è stato tre anni al fronte per l’Imperatore e Re. Non ha nulla da rimproverarsi” (p. 48). Di lì a pochi giorni la famiglia venne progressivamente sterminata. Alla fine della guerra soltanto lui e uno dei suoi fratelli sarebbero rimasti in vita. E con l’avanzare della narrazione, spontaneamente, naturalmente, quel cauto ottimismo iniziale scivola nella consapevolezza della propria incapacità di reagire.
Il primo momento di meditazione è nell’attraversamento dei ruderi del ghetto di Varsavia, là dove altri ebrei avevano cercato di resistere e avevano trovato la morte, e le macerie disseminate intorno, vengono definite da Mannheimer come “pietre storiche”.
A Dachau, invece, egli si imbatté in una diversa categoria di detenuti, i partigiani jugoslavi, portando così a compimento la sua amara riflessione: “Parlo con alcuni di loro. Ne ammiro il coraggio. Parte di un popolo sale sui monti. Combatte contro un esercito regolare. Con molto idealismo e poche armi. Nelle condizioni più dure. Faccio un confronto. Loro e noi. Ci lasciamo trasportare come bestie al macello. Con numeri al collo. Porgiamo docili il capo. Il bestiame oppone resistenza entrando al macello. Noi no. Noi ubbidiamo senza protestare” (p. 106). Esiste forse una spiegazione? Ha forse a che fare con la peculiarità della storia del popolo ebraico? Mannheimer formula ipotesi, ma non trova e non cerca risposte. Eppure gli pesa sul cuore quella domanda.

Il libro è breve, ed è molto interessante. È stato giusto proporlo al pubblico italiano. È importante che gli italiani lo leggano.

giovedì

Cosa celebreremo nel 2017 ?




Sono trascorsi dieci anni da quando fui invitato a tenere una lezione pubblica per la celebrazione del
novantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Mi chiesero in quel contesto di attualizzare la riflessione, di ragionare sul senso contemporaneo della rivoluzione come risposta politica e sociale alle criticità del nostro tempo. In fondo, occorre dirlo, il significato delle ricorrenze è questo. Inutile la mera ricostruzione. Necessaria l’occasione per ragionare collettivamente sulla contemporaneità del passato.
Quest’anno le celebrazioni a cifre tonde sono due, e sono entrambe importanti. Fioriranno le occasioni di incontro per il centenario dell’epopea bolscevica, ma nello stesso periodo dovremo pur ragionare sui cinquecento anni trascorsi dall’affissione sulla porta della Chiesa di Wittemberg delle 95 tesi di Lutero, che accelerarono la crisi della Chiesa occidentale, e segnarono la nascita della cultura protestante.
Onestamente, entrambi gli avvenimenti si allontanano dalla mia attenzione, e il numero 17, invece, mi trascina per un’attrazione incontrollata, verso gli altri fronti della Grande Guerra, quello occidentale e quello italo-austriaco.
Il 1917, si legge nei manuali di storia, fu l’anno della svolta, quando gli equilibri del conflitto mondiale si invertirono, quando i Russi si sfilarono dall’atroce carneficina, e gli Stati Uniti vi entrarono per raccoglierne una facile vittoria. Ma quell’anno, forse più dei precedenti, condusse ad esasperazione il dolore umano derivato da una nuova forma di violenza; fu l’anno dell’esaurimento nervoso per i vivi, circondati da migliaia di morti.
La guerra è sempre stata spietata, sanguinosa e crudele, inutile nasconderlo. Il valore dei soldati si è affermato per millenni nell’attraversare a lame sguainate i corpi, le gole, le budella dei nemici. Mai è esistita o esisterà una guerra gentile. Ma ciò che vissero i militari, e i civili lestamente vestiti da gente marziale, gettati a manciate sotto le raffiche della mitraglia nel primo conflitto mondiale, o lasciati a marcire per mesi nella trincea, non aveva nulla a che fare con quel che fino poco prima, in ambito bellico, era stato conosciuto.
In un libro che in molti hanno letto, e che tutti dovrebbero leggere, Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque, si rende immediatamente comprensibile – senza mai spiegarlo in modo esplicito – l’inscindibile nesso tra la natura della prima guerra mondiale, e la necessità del pacifismo come categoria politica contemporanea. La storia di un manipolo di ragazzi, esposti al fuoco nemico in ogni singolo istante, paralizzati dal terrore, oltre che dal fuoco nemico, indotti a procurarsi delle lesioni irreversibili agli arti, pur di divenire inabili al conflitto, racconta il volto inedito della guerra.
Se nei decenni precedenti la gioventù fremeva per la morte onorevole, la punta al cuore, il quadro – qui – cambia repentinamente. L’autore racconta come in un drammatico romanzo di formazione, quel che si apprende nel giungere per la prima volta in trincea, se e quando si sopravvive. E sono in pochi a sopravvivere. Sono in tanti i ragazzini lanciati a morte: “Questi giovinetti non sanno quasi nulla di tutto ciò, e vengono falciati… è un’angoscia che prende alla gola, vederli balzar fuori e correre e cadere. Si vorrebbe picchiarli, tanto sono stupidi, e insieme prenderli in braccio e portarli via di qua… Un attacco improvviso, col gas, ne falciò parecchi. Non riuscivano a comprendere ciò che li aspettasse; ma abbiamo trovato un ridottino pieno di morti con la faccia azzurrastra e le labbra nere. In una buca si sono tolte le maschere troppo presto, ignorando che a fior di terra il gas si mantiene più a lungo. Quando hanno visto gli altri, sopra, togliersi le maschere, se la sono strappata anche loro, e hanno ingoiato ancora abbastanza gas per bruciarsi i polmoni”.
La percezione intensa della completa insensatezza di ciò che stavano vivendo esasperava i protagonisti dei combattimenti. L’insensatezza della guerra imperialista, ha il volto del riconoscimento del nemico come eguale, simmetrico disperato strumento della volontà altrui: “Fa un effetto strano vedere così da vicino questi nostri nemici. Hanno facce che fanno pensare, buone facce di contadini; larghe fronti, nasi schiacciati, grosse labbra, grosse mani, capelli lanosi. Si dovrebbe utilizzarli per l’aratura e la mietitura e la raccolta delle mele. Hanno l’aspetto anche più mite e buono dei nostri contadini frisoni. Vederli muoversi, mendicare un po’ di cibo è cosa triste”.
Indimenticabile, in tal senso, anche il tenente colonello italiano di cui raccontava Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altipiano, e dell’indispensabile relazione tra liquori e guerra. Nulla da fare: in una guerra insensata pullulano le strategie illogiche e le decisioni irrazionali, utili solo a moltiplicare le vittime. Ed ecco che l’intelligente tenente colonnello, vocato alla carriera letteraria ma costretto dal padre a quella militare, si difende bevendo: “Contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo. È da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! È orribile! È per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra. Se tutti, di comune accordo, lealmente, cessassimo di bere, forse la guerra finirebbe”.
Inutile commentare la profonda attualità di questi stralci di memorie. Tuttavia, forse riconquistando il senso del pacifismo implicito dei fronti critici della prima guerra mondiale, saremmo in grado di capire fino in fondo anche la Rivoluzione d’ Ottobre, che fu possibile in prima istanza in virtù della necessità di interrompere la guerra. Non certo per la coscienza marxista tra le genti russe.
Prima la pace, e poi tutto il resto.

domenica

Piccola risposta ai 600 accademici preoccupati


Seicento illustri professori universitari hanno indirizzato una breve lettera – pubblicata sul sito del Gruppo di Firenze – a Governo, MIUR e Parlamento per denunciare la fragilità sintattica e ortografica dei giovani studenti universitari. La responsabilità? Ovviamente del sistema scolastico, che appare reagire in modo blando e inadeguato di fronte a strafalcioni grammaticali e proposizioni involute.

Solo due piccole osservazioni per le autorevoli personalità che hanno denunciato il caso.
Pochi mesi fa molti laureati italiani hanno partecipato ai concorsi a cattedra per diventare docenti di scuola secondaria. In alcune classi di concorso hanno superato la prova scritta molti candidati in meno rispetto ai posti messi a bando. Interrogati sulla ragione di questa durezza nella selezione, i commissari hanno semplicemente risposto che gran parte degli aspiranti docenti non solo non erano in grado di scrivere correttamente nella lingua italiana, ma avevano lasciato in bianco alcuni quesiti (tra l’altro assai generici) o addirittura avevano dato prova di profonda ignoranza nel proprio settore disciplinare.
Alcuni docenti universitari si sono sentiti accusati di aver attribuito il titolo di dottore a chiunque, dimostrando una certa leggerezza, di aver creato negli anni dei percorsi formativi troppo facili e privi di effettivi “sbarramenti”, consentendo anche ai meno preparati di completare gli studi. Alcuni docenti universitari, per difendere il proprio operato, hanno reagito duramente con lettere aperte o accusando il MIUR di aver elaborato delle cattive prove concorsuali.
Ma quanti studenti vengono respinti negli esami universitari? Quanti “diciotto” vengono attribuiti? E quanti “trenta”? Specialmente in alcune facoltà, la selettività accademica è andata smarrita, e non solo perché gli studenti sono meno preparati in “ingresso”, ma per ragioni di opportunità, per far decollare le iscrizioni ai corsi di laurea, per la concorrenza al ribasso che si è innescata tra gli atenei, ma pure per l’abbassamento del livello culturale del corpo docente. Lo stesso, purtroppo, accade nel mondo della scuola. Il processo è ormai avanzato, e lo denunciamo da anni. Tutti hanno il diritto di criticare la scuola, perché la scuola è di tutti. Ma forse i docenti universitari possono permetterselo meno degli altri.
Oggi i nostri accademici scaricano sulla scuola la responsabilità di un sistema formativo illanguidito, ma è una responsabilità che condividono, e non mi pare facciano alcuno sforzo per capirne le ragioni profonde.
Vogliamo provare una volta tanto a fare un’analisi delle difficoltà incontrate in Italia per mettere in piedi un sistema per l’istruzione di massa? A parte lamentarsi dell’ovvio, da un docente universitario ci si attenderebbe in primo luogo una discreta lucidità nel decifrare processi ed eventuali fallimenti della scuola di massa. Credono davvero che sia sufficiente – come propongono – aumentare i momenti di verifica delle competenze linguistiche? La loro denuncia non si misura affatto sulle difficoltà concrete delle scuole nei territori complessi. La normativa sui BES ha tanti difetti, e in generale le politiche inclusive oggi non riescono a riequilibrare una buona politica scolastica, andando a indebolire spesso la qualità di alcune azioni didattiche, e abbassando in parte il livello generale. Ma questo accade soprattutto per ragioni finanziarie, perché nella scuola italiana non si investono risorse sufficienti.
Eppure nemmeno i soldi risolverebbero completamente il problema, poiché profonda è l’influenza di altre agenzie educative nella formazione dei linguaggi. E anche su questo, ci sarebbe molto da dire e da ragionare.

Forse i nostri studenti non sanno come scrivere, ma i nostri professori, purtroppo, non sanno cosa scrivere.





mercoledì

Quer pasticciaccio brutto degli Esami di Stato



In questo articolo sosterrò due tesi intuitivamente contestabili. Ma per essere certo di non essere
frainteso, ricorrerò a un metodo espositivo che piace molto ai filosofi anglosassoni, dichiarando subito dove intendo andare a “parare”, per poi articolarne le ragioni: 1) la commissione per l’Esame di Stato composta da un solo membro interno, così come accadeva in passato, è preferibile alla commissione mista attualmente in uso; 2) il numero di materie su cui gestire il colloquio d’esame dovrebbe essere ridotto il più possibile.
Procediamo con ordine, soprattutto per i non addetti ai lavori.
Nell’ambito degli Esami di Stato (o di maturità, come si chiamavano fino al 1996), per quale motivo sono previsti dei commissari esterni? Nonostante la variazione periodica del numero di esaminatori provenienti da altre scuole cui abbiamo assistito negli ultimi anni (in una certa fase la Commissione era formata addirittura da un solo presidente esterno per tutte le classi quinte di un intero Istituto scolastico), il senso di questa presenza è molto chiaro, ed è suggerito dal nome stesso della funzione. Il Commissario esterno, in veste di funzionario dello Stato, deve verificare che in un determinato Istituto i programmi e i processi di istruzione siano stati svolti regolarmente e con senso di responsabilità da chi lavora in quelle scuole. Si tratta di un’importante funzione di garanzia, che ha in seconda battuta la virtù educativa di sottoporre per la prima volta un giovane studente a una circostanza complessa: essere un candidato che viene esaminato da una Commissione ufficiale, con la quale non ha rapporti personali, né pedagogici, pregressi.
Qual è, invece, il ruolo della componente interna di una commissione d’esame? Senza dubbio, è quello di consegnare ai Commissari esterni tutta la complessità e la specificità di singoli casi, di testimoniare alti e bassi di un processo educativo, che può in sé annidare le criticità di una storia personale, o di un deficit strutturale dell’organizzazione scolastica. Anche il membro interno porta con sé un fattore pedagogico che è conseguenza del suo ruolo: nella maggior parte dei casi la sua presenza rassicura l’allievo, che si sente accompagnato in questa prova importante da un adulto che conosce e che lo conosce. Da questo punto di vista, il vecchio Esame di maturità, con un membro esterno e la commissione interamente esterna, risultava sostanzialmente equilibrato, e assegnava a ciascuno un ruolo univoco, chiaro, trasparente.
Altro accade invece con la commissione paritetica 3+3 (più il presidente, che è sempre esterno), nella quale a tre commissari interni sono affiancati tre membri provenienti da altre scuole. Non è colpa di nessuno in particolare, ma per un’ovvia dinamica di psicologia sociale (che solo i meno avvertiti si ostinano a non voler riconoscere), è quasi impossibile attenersi al solo ruolo istituzionale, che vorrebbe una valutazione oggettiva e serena. Tutti ci proviamo, ma la struttura dell’esame in sé genera una dinamica non controllabile. Infatti, in forza del suo ruolo, il membro esterno tende inconsapevolmente ad assumere un atteggiamento sospettoso nei confronti della struttura che lo accoglie, e nella valutazione tende ad essere più esigente di quanto non sia abituato a fare con i propri alunni, dei quali conosce bene storie culturali ed eventuali difficoltà personali. Simmetricamente, avvertendo la dinamica, il membro interno si sente in dovere di dover piegare i propri processi valutativi in modo da bilanciare quell’altro effetto. Il membro esterno si aspetta proprio questo dagli interni (spesso infatti, se alla fine i voti risultano bassi, rimprovera gli interni di non aver “difeso” abbastanza i propri studenti), e così si innesca un’ineludibile concatenazione di attese e giochi delle parti, che solo i più superbi tra i docenti negano di aver vissuto.
Sottrarsi è possibile, ma è oggettivamente molto arduo, anche perché come tutte le dinamiche psico-sociali, agisce inconsciamente.
Detto questo, la dinamica impazzisce quando entriamo nel merito delle discipline su cui valutare gli studenti. Uno dei più importanti risultati del Sessantotto, fu quello di aver ottenuto la modifica dell’Esame di maturità, racchiudendo in un piccolo nucleo di materie l’oggetto del colloquio finale. Gli studenti dovevano comunque arrivare preparati in tutte le discipline alla fine dell’anno, per poter accedere all’esame, ma il colloquio in sé doveva concentrarsi su soltanto due materie (tra l’altro scelte dallo studente in una rosa proposta dal Ministero). Questa legge aveva alle spalle una meditazione profonda emersa dalle istanze del Movimento studentesco, ma anche di filosofi importanti, come Guido Calogero.
L’Esame di Stato è una prova di maturità nell’approfondimento, ma anche di valorizzazione delle passioni personali. Rovesciare in campo tutte le materie in un colloquio di 50 minuti è semplicemente ridicolo. Mi stupisco che molti colleghi, che pure parteciparono ai movimenti studenteschi, oggi difendano questa sottospecie di colloquio multidisciplinare che è (giustamente) delegittimato e privo di ogni profondità.
Per questa ragione, propongo una riflessione su quanto sta accadendo in questi giorni con l’affidamento delle materie d’esame ai membri esterni. Per il Liceo Scientifico il Ministero ha per la prima volta scorporato la Matematica dalla Fisica, assegnando la prima (oggetto di una delle prove scritte ministeriali) al membro interno, e la seconda al commissario esterno. Tra gli esterni, sono stati “reclutati” docenti di Italiano e Inglese. Qui nasce l’imbarazzo di molti. Infatti, qualcuno protesta che scorporando le due materie dell’area fisico-matematica il Ministero abbia voluto alleggerire gli studenti, riducendo il numero di materie da preparare per il colloquio (Fisica l’avrebbero dovuta studiare comunque, in vista dell’orale e della terza prova). Ma questo sarebbe semmai un pregio di questa separazione, non un difetto.
Tuttavia qui si viene a creare un vero pasticcio, perché di fatto, se nella correzione della prova di Italiano (che dovrebbe essere collegiale, ma che è spesso affidata a sottocommissioni) il docente con una competenza specifica è un commissario esterno, per l’altra prova scritta (Matematica) non c’è più – com'era previsto dalla normativa – la sola competenza prevalente di un docente interno, ma anche di un esterno. Cioè ci sarebbero due docenti della stessa materia a correggere congiuntamente le prove d'esame. Evidentemente questo potrebbe creare uno squilibrio nei processi di valutazione. Forse potrebbe essere lo stesso Ministero, a questo punto, a “suggerire” ai Consigli di classe, onde ovviare a questo problema, nell’ individuare le materie assegnate ai membri interni, di scorporare simmetricamente il Latino dall’Italiano, e “spedire” in commissione il docente di Latino (che poi spesso durante l’anno è lo stesso che aveva insegnato Italiano). Basterebbe una nota ministeriale per chiarire che la cosa è possibile, e forse molti docenti l’approverebbero, senza temere di essere mal giudicati dalla componente esterna della Commissione, in quanto sollecitati dal MIUR. Tra l’altro mi risulta che situazioni analoghe si stanno verificando anche in altri indirizzi, non solo nel Liceo Scientifico.
Se è vero che i membri esterni servono proprio ad arginare l’attitudine protettiva degli interni, è altresì necessario che questi ultimi provino a disinnescare l’eventuale (ma non rara) ansia correttiva degli esterni. Il sistema 3+3, per le ragioni che ho esposto, mi pare sbagliato, ma per limitare i danni è necessario che resti in equilibrio.
Facile dire che sarebbe sufficiente per ciascuno rispettare i ruoli e il mandato del Governo. I docenti sono donne e uomini, non macchine, e come in tutti i sistemi andrebbero ridotti i fattori di rischio, non aumentati.
Tuttavia, l’idea che mi colpisce di quella proposta è la possibilità, finora inedita, di tornare a ridurre il numero di materie su cui impostare il colloquio. Le altre materie (escluse) ne risulterebbero svilite? Io insegno Storia e Filosofia, e avere cinque minuti a disposizione per ascoltare uno studente parlare dell’Olocausto, sinceramente, non mi pare garantisca gran prestigio al mio lavoro, né al suo studio. Credo valga lo stesso per i docenti di Arte, Scienze o qualsiasi altra disciplina.

In ogni caso, sarebbe forse il caso che gli intellettuali italiani aprissero un dibattito più approfondito sugli Esami di Stato; è una cosa di cui si avverte certamente il bisogno.



martedì

Chi è interessato alle nostre emozioni?

 
L’ultimo libro di Tiffany Watt Smith (The Book of Human Emotions. An Encyclopedia from Anger to Wanderlust, Profile Books 2016) non è un semplice dizionario delle emozioni, né un atlante delle molteplici sfumature del nostro sentire. Si tratta invece di una ricerca puntuale e multidisciplinare sulla straordinaria articolazione storica e culturale del nostro vissuto interiore.
Il volume è preceduto da una bella introduzione, che mette in chiaro il punto di vista dell’autrice, indicando anche l’orizzonte di una necessità politica per l’approfondimento di questo tema. L’esigenza di rimuovere ogni equivoco si concretizza in primo luogo precisando che, quando parliamo dell’umanità, abbiamo a che fare con un essere storico, per nulla statico, nemmeno nelle sue strutture psichiche fondamentali. Lo stesso termine “emozione” è entrato nel lessico scientifico e popolare solo in tempi relativamente recenti. Prima del 1830, infatti, le persone provavano solo “passioni” o “sentimenti morali” oppure, al limite, “accidenti dell’anima”. La nostra dimensione sentimentale è stata prevalentemente agganciata al tema etico o al problema del controllo razionale delle passioni. A partire dagli anni Trenta del diciannovesimo secolo, ha cominciato a diffondersi, specialmente nel dibattito scientifico, un’altra lettura – anch’essa antica ma a lungo rimasta minoritaria – dei nostri processi emotivi. Mi riferisco alla chiave di intepretazione medico-biologica, fondata sulla teoria degli umori. Si tratta di approcci che trovavano fondamento nelle ipotesi di Ippocrate e poi riprese dalla medicina medievale islamica, trasmesse nel Rinascimento occidentale e giunte fino all’Ottocento, nella forma di una teoria dell’equilibrio di quattro sostanze corporee: bile gialla, bile nera, sangue e flegma. Lo squilibrio tra questi elementi sarebbe stato, secondo tale approccio la causa dei cambiamenti d’umore. Sarà poi il filosofo Thomas Brown, all’inizio dell’Ottocento a utilizzare per la prima volta il termine emotion seguendo questa chiave di lettura biologistica.
Tuttavia, com’è noto, il primo vero scienziato che ha deciso di sviluppare una lunga e dettagliata ricerca sul tema è Charles Darwin, con il celebre lavoro sulle Espressioni delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872); poco dopo di lui, dall’altra parte dell’Atlantico, si sarebbe misurato con questo tema, riconducendo il termine in un quadro concettuale più prettamente psicologico, il filosofo William James con i suoi Principi di psicologia (1890).
Tiffany Watt Smith ci ricorda che non solo il termine “emozioni” rinvia a una storia di diversa percezione delle alterazioni psico-fisiche, ma anche l’idea che esista un set di emozioni fondamentali, uguali per tutti gli esseri umani in ogni luogo e in ogni epoca storica, rispetto alle quali tutte le altre varianti si costituirebbero come combinazioni, è un’idea antica, ma errata. Persino nei precetti confuciani del “Li Chi” si parla di sei sentimenti basici, e una posizione analoga la si può trovare in Cartesio e in molti altri filosofi. Tuttavia, le ricerche antropologiche contemporanee tendono a contestare questo presupposto, così come meno certo appare quello che Darwin asseriva con sicurezza, e cioè che vi siano espressioni facciali (come il digrignare i denti che accompagna la rabbia) il cui significato sarebbe univoco per ogni essere umano. Si tratta di un pregiudizio occidentale, non sufficientemente fondato.
A questa meravigliosa molteplicità di varianti emotive è in fondo dedicato l’intero libro. Il volume è un originale vocabolario affettivo. L’autrice illustra in esso le emozioni più comuni, come l’ansia o il terrore, ma anche processi psichici peculiari, individuati in alcune culture, come l’ “abhiman” o la “mudita”, entrambi tipici della tradizione indiana. L’autrice dimostra non solo quanto profonde siano state le sue ricerche, ma dà prova di una buona capacità descrittiva, sintetica e chiara.
Molto interessante è tuttavia la conclusione dell’introduzione, che ci invita a riflettere sull’importanza di questo genere di ricerche. Troppo poco infatti ci soffermiamo a meditare su quanto le emozioni siano diventate interessanti nella società contemporanea. Non solo per chi le vive, ovviamente, ma soprattutto per chi ne può trarre profitto. Siamo tutti pronti a ribadire quanto il conoscere le proprie emozioni sia funzionale a sviluppare una buona resilienza o a gestire lo stress e migliorare le relazioni. Va bene. Ma quando ci fermeremo a ponderare che osservatori politici, governi nazionali e gruppi finanziari non fanno altro che monitorare e orientare i nostri processi emotivi?
Il libro di Watt Smith non si spinge oltre su questo terreno, ma ci offre l’occasione per misurare un problema. Il Novecento ci insegna quanto gli Stati totalitari avessero appreso a leggere e animare i sentimenti collettivi. Tuttavia, molto più dei governi sono stati attenti alle trasformazioni dei nostri bisogni interiori le multinazionali, che hanno poi rapidamente appreso a indurre quegli stessi processi attraverso forme di comunicazione sempre più pervasive, e che oggi ci portiamo in tasca senza poterne più fare a meno. Come operai della fabbrica taylorista, produciamo con i nostri semplici spostamenti le condizioni del nostro sfruttamento. Le nostre emozioni, le cui tracce lasciamo ogni istante sul tracciato del comportamento di consumo informatico, sono infatti il piatto più ghiotto per chi è mosso da fini di profitto o di controllo sociale.
La politica si adegua sempre con un po’ di ritardo ai cambiamenti, ma solo un cieco non si accorgerebbe che ormai la dimensione logica e razionale è completamente estranea al discorso politico. Altro che biopolitica! Quella è una categoria superata. Siamo entrati nella psico-politica, perché il vero petrolio del nuovo secolo non è il turismo (come scioccamente si dice), né lo sono le informazioni (che non valgono più nulla, perché sono troppe). Il vero tesoro sono le “intenzioni”, e il fatto divertente è che in teoria sarebbero nostre, private, addirittura inconsapevoli, ma di fatto sono consegnate a una fluttuazione pubblica, esposte così a potenti condizionamenti.
Conoscere le emozioni non ci aiuta a sottrarci immediatamente da questo processo, ma ci colloca su un livello di attenzione, che è indispensabile per qualunque aspirazione al cambiamento.




lunedì

Sull'unicità dell'Olocausto




Oggi potrebbe apparire scontata, e quasi retorica, un’affermazione che indicasse nell’Olocausto l’evento cruciale del Novecento. Gli uomini di quel tempo non ebbero questa stessa sensazione, e neppure le menti più raffinate, gli uomini e le donne di cultura, si avvidero fino in fondo di ciò che stavano vivendo. A ben vedere, neanche negli anni Cinquanta e Sessanta il mondo della cultura, se non pochi tra i suoi rappresentanti, se la sentirono di fare i conti con Auschwitz e di porre quell’episodio della storia contemporanea al centro della propria riflessione. Se alcuni intellettuali prestarono servigio culturale e sostegno morale alle politiche di sterminio, come Martin Heidegger, Ernst Jünger, o Céline, altri conobbero invece la catastrofe come testimoni, come sopravvissuti all’orrore della persecuzione, e si sono fatti scrittori-narratori e interpreti dell’Olocausto. Tra essi possiamo agevolmente riconoscere Primo Levi, Jean Améry, lo psicoanalista Bruno Bettelheim, oltre ai numerosi altri testimoni della Shoah. Pochi e inascoltati furono, infine, i “segnalatori d’incendio”. Intellettuali di primo piano, per lo più esuli, come Hannah Arendt, Adorno, Marcuse e pochi altri, i quali già durante la guerra cercarono di portare l’attenzione sulla deriva dell’antisemitismo nazista.
A partire dagli anni Ottanta, diversi fattori contribuirono invece a far maturare un rinnovato interesse degli intellettuali, e di conseguenza dell’opinione pubblica, verso la comprensione di quanto gli eventi legati all’Olocausto potessero rappresentare per l’umanità. Tale fenomeno culturale può essere ricondotto a una sorta di consapevolezza della perdita progressiva delle principali fonti della memoria, ossia i testimoni diretti, o forse al trascorrere del tempo, che mediante la distanza pluridecennale favorisce una maggiore messa a fuoco (e un minore coinvolgimento) da parte degli osservatori; oppure dalla diminuzione del peso ideologico nei confronti degli eventi della seconda guerra mondiale. E’ inevitabile registrare, ad ogni modo, negli ultimi decenni del secolo, un proliferare di studi sull’Olocausto, alcuni dei quali dall’alto spessore filosofico.
Oggi la nostra coscienza collettiva di europei, la nostra memoria storica e la nostra stessa identità etica si fondano invece su una meditazione permanente sulla Shoah, la nostra stessa essenza di uomini e donne contemporanei, si costituisce sulla consapevolezza di essere perennemente in bilico sull’abisso, al cui fondo c’è la catastrofe. Questo pensiero, su cui ci soffermeremo, è talmente spaventoso, che si manifestano costantemente insidiosi tentativi di allontanamento di quel problema dalla nostra coscienza attraverso due stratagemmi cognitivi: uno volgare, che è il negazionismo, cioè la costruzione di argomenti volti a negare la verità storica, e uno più subdolo e pericoloso, costituito dall’idea dell’inspiegabilità dello sterminio degli Ebrei d’Europa.
Tale tesi si fonda sull’idea che nonostante le testimonianze e tutte le ricostruzioni storiche delle dinamiche che hanno portato alla Soluzione Finale, l’enormità (sul piano morale) dell’evento non trova alcun precedente nella storia e nessuna possibilità di comprensione da parte dei contemporanei. In realtà l’Olocausto è un fatto umano, nato da ragioni umane, pertanto deve poter essere spiegato, mentre ricorrere all’inspiegabilità significa sostanzialmente evocare una tesi mistica. I sostenitori dell’inspiegabilità della Shoah ovviamente non si riferiscono alla pur difficile ricostruzione storiografica del sistema di governo nazista, né delle politiche di ghettizzazione. Il confine tra spiegazione e inspiegabilità viene varcato non appena si pone la questione del “senso” dello sterminio, della brutalità dei carnefici e dell’indifferenza dei complici; dell’ampiezza del crimine e dell’incredibile implicazione di migliaia di persone, in una civiltà tra le più avanzate del mondo. Ma sostenere l’inspiegabilità significa porre la catastrofe ebraica oltre la storia, in una dimensione extratemporale; si tratta sostanzialmente dello stesso rischio che si corre continuando a definire “diabolici” i nazisti e “sante” le vittime. Il punto è che persiste una sorta di resistenza psicologica a spiegare l’Olocausto. Si tratta infatti di un evento che mette a nudo la crudeltà assoluta di un assassinio, ed è una crudeltà che possiamo in parte ritrovare in noi stessi: il fatto che sia accaduto, nelle modalità in cui è accaduto, ci comunica la possibilità di tali livelli di crudeltà nell’essere umano, un genere cui noi pure apparteniamo. Questa constatazione certamente può apparire sconvolgente. Ma superando questa resistenza psicologica, ci accorgiamo che se quel “male” è presente in tutti gli uomini, almeno in potenza, allora esso è spiegabile.

Questo non vuol dire che la Shoah sia un fatto storico come un altro, magari solo più cruento. Molti massacri e genocidi presenti e passati dimostrano che l’essere umano è in grado e talvolta disposto a brutalità simili, ma è pur vero che nel caso della Shoah abbiamo una sorta di unicità, che è data dalla motivazione che sta alla base dello sterminio. Per capire le dinamiche che hanno reso possibile l’Olocausto bisogna guardare a pochi ma significativi fattori:
1)      si era certamente affermato in Germania un blocco di dirigenti fortemente antisemita e animato da una fanatica idea di riassetto razziale del continente, sostenuto in ciò da una schiera di scienziati, medici, professori  universitari e intellettuali di varia levatura. A questo folto gruppo si possono aggiungere svariati elementi sadici del basso ceto medio, che unitamente ai primi hanno scientemente organizzato e perpetrato lo sterminio.
2)      Ma il dato vero è un altro: il leggero ma diffuso sentimento antisemita che inibisce la reazione della popolazione tedesca. Non era impossibile reagire o opporsi al regime: infatti alcuni movimenti di opposizione ottennero la fine (o quasi) dell’operazione eutanasia; un movimento di protesta in Baviera indusse il governo del Reich a cancellare il provvedimento che rimuoveva il crocifisso dalle aule; inoltre non risulta che alcun tedesco fu mai incarcerato o eliminato per non aver preso parte al genocidio. Ciononostante, la gran parte del popolo tedesco lasciò indifferentemente trucidare sei milioni di innocenti.

            Con queste considerazioni ci troviamo all’interno di un intenso dibattito sviluppatosi tra gli storici e studiosi di scienze sociali, noto come contrapposizione tra “intenzionalisti” e “funzionalisti”. I primi privilegiano un’interpretazione tutta volta a rintracciare una forte motivazione da parte di una consistente componente della popolazione tedesca (a tutti i livelli sociali), determinata da un diffuso antisemitismo, all’ostracismo nei confronti degli ebrei, sublimata da Hitler e dal suo entourage in una volontaria e programmata, fin dai primi anni dell’ascesa politica, politica di sterminio. Gli storici funzionalisti, al contrario, ritengono di poter rintracciare diverse fasi, a tratti incoerenti, delle politiche di emarginazione, persecuzione, deportazione e infine eliminazione degli ebrei. In tale quadro alcune dinamiche impersonali, come la burocratizzazione delle funzioni pubbliche, o lo stato di guerra, con tutte le componenti che esso comporta, nonché una sorta di anarchia normativa nella gestione del potere tra i gerarchi nazisti, concorrono come concause verso un epilogo che anche se profetizzabile, non era concretamente predeterminato.
Certo è che questo evento tragico si sviluppa nel mezzo di un orizzonte di politica di “riassetto” dell’Europa. Nell’ottica nazionalsocialista le regioni di Warthegau e Slesia dovevano ospitare cittadini di origine puramente tedesca, il che comportava l’espulsione di tutti i polacchi, ebrei e zingari, reinserendo i tedeschi provenienti dall’Europa orientale. Quest’obiettivo venne perseguito alla luce del principio guida di Himmler: si possiede una terra solo quando anche l’ultimo dei suoi abitanti appartiene alla nazionalità di quella terra. Tra i polacchi una parte doveva essere “ri-germanizzata”, gli altri andavano trasferiti a oriente, e privati della loro intellighenzia, sarebbero stati usati come manodopera a basso costo. Gli ebrei dovevano essere trasferiti invece nel distretto di Lublino  o oltre il confine con l’Unione Sovietica. Responsabile della politica di riassetto era proprio Himmler. Gli obiettivi del Lebensraum e del Volksdeutsche erano prioritari sulla difficoltà della deportazione degli ebrei. Se doveva inizialmente avvenire nel distretto di Lublino, in Polonia, ai margini del Reich, in un secondo momento, date alcune difficoltà, fu ipotizzata una ghettizzazione forzata in Madagascar, obiettivo divenuto successivamente impraticabile anch’esso. Sennonché l’espansione in Russia avrebbe implicato la cattura di altri ebrei, per cui la politica di deportazione cominciò a divenire insostenibile. Di qui, in maniera progressiva e con tempi diversi, si diede atto alla Soluzione Finale. Lo sterminio non era un obiettivo preventivato fin da prima della guerra, ma maturò nell’estate del 1941 .
Nel 1992 Christofer R. Browning ha pubblicato un libro estremamente significativo, Uomini comuni, in cui analizza la documentazione, rinvenuta nell’archivio dell’Agenzia centrale di Stato per l’amministrazione della giustizia della Repubblica Federale Tedesca, relativo alla vicenda umana e militare del Battaglione 101, un reparto dell’Ordnungspolizei tedesca composto da riservisti di polizia . La particolarità di questa vicenda consiste nella composizione del Battaglione 101 e nella sua missione: si trattava di un manipolo di poliziotti di mezza età, troppo maturi per la guerra guerreggiata, e destinati dai vertici militari all’ingrato compito della fucilazione di ebrei in Polonia. La ricostruzione, resa possibile dagli interrogatori dei membri del Battaglione 101 in seguito al crollo della Germania nazista, mostra come dei poliziotti comuni, non particolarmente inebriati di ideologia antisemita, né fedelmente indottrinati al pari delle SS, divennero spietati assassini. Browning mostra alcune dinamiche psicologiche emblematiche: i persecutori trovarono grandi difficoltà a sopportare i loro compiti durante le prime spedizioni, ma col tempo l’assuefazione all’omicidio e l’abbrutimento morale ebbero la meglio su ogni possibile tentativo di resistenza. Solo una minoranza disobbedì agli ordini, mentre la maggioranza si adeguò allo scopo della missione. Gli uomini del Battaglione 101 non avevano mai preso parte a una battaglia, non avevano mai visto morire i propri amici in guerra. In questo caso l’abbrutimento non fu dunque la causa, ma un effetto del loro stesso comportamento. Inoltre, questi uomini non agivano con distacco burocratico, senza vedere le proprie vittime soffrire, la loro azione non era costituita sul modello di una catena di montaggio in cui si prende parte all’opera senza conoscerne da vicino l’esito finale. Al contrario, i riservisti camminavano nel sangue delle proprie vittime: uomini, donne e bambini.

A questo proposito l’autore rievoca alcuni esperimenti psicologici, come l’esperienza della «prigione» costruita da Philip Zimbardo a Stanford nel 1971 , in cui alcuni volontari, costretti a ricoprire il ruolo di secondini in una prigione (i cui prigionieri erano altri partecipanti all’esperimento), tendevano in maggioranza ad assumere comportamenti visibilmente oppressivi e autoritari. L’esperimento iniziò con l’esecuzione da parte dei detenuti di alcuni piccoli compiti che ne mettevano in ridicolo la dignità e il comportamento. Dopo una sola settimana (la ricerca ne prevedeva due), gli studiosi furono costretti ad interrompere l’esperimento, poiché gli attori che impersonavano i secondini avevano cominciato a imporre condotte e punizioni fortemente degradanti nei confronti dei detenuti, situandosi al confine con la tortura, che mettevano seriamente in pericolo l’integrità fisica e psicologica di questi ultimi.
Allo stesso modo, per spiegare il fenomeno della cieca obbedienza all’ordine di sparare, Browning richiama il concetto di «conformismo». Anche in questo caso viene ripreso un esperimento psicologico, ideato e messo in atto da Stanley Milgram, in cui si mostra quanto sia radicata nella nostra società la deferenza nei confronti dei superiori, e quanto il conformismo pesi a qualsiasi livello delle azioni umane. La ricerca di Milgram faceva riferimento all’esecuzione da parte di alcuni soggetti, di comportamenti lesivi nei confronti di altri individui, sotto la guida di un’autorità scientifica. Nello specifico, un finto medico chiedeva ai soggetti di somministrare delle scariche elettriche sempre più forti a una vittima. In tale ricerca si osservano molte varianti, come la parziale, nulla o totale visibilità della vittima alla vista del “torturatore”, il livello di autorevolezza del medico, e quant’altro. I soggetti si mostrarono per la maggior parte inclini all’esecuzione della tortura, rivelando particolare acredine in situazioni di non visibilità della vittima,  e grande sollecitudine nei casi in cui la vittima non era vista né sentita. L’autorità della scienza si dimostrava estremamente efficace nella dimensione di un’auto-deresponsabilizzazione del soggetto: la correttezza si misurava non più in relazione agli effetti dell’azione, ma in base all’efficienza dell’esecuzione del compito. Secondo il sociologo Zygnmunt Bauman, è possibile ipotizzare, sulla base di questa ricerca, che in un’organizzazione in cui la possibilità di scaricare la responsabilità diventa strutturale, si ottiene “una libera fluttuazione della responsabilità”, che dunque rimuove ogni freno di natura morale. Di grande rilievo è l’esito dell’esperimento di Milgram nella variante in cui si pongono due autorità non pienamente concordi. In tale contesto, l’esercizio della tortura non è stato effettuato. Se ne deduce che la pedissequa obbedienza agli ordini consegue dal rapporto con una fonte di autorità univoca, risoluta e monopolistica.
La tesi di Browning si pone un’altra finalità, perché non vuole ridurre al solo antisemitismo la causa della brutalità nazista, ma si sforza di comprendere, in tutta la sua complessità, il comportamento degli esecutori. Non a caso conclude la propria ricerca con queste parole: «all’interno di ogni collettività sociale, il gruppo di riferimento esercita pressioni spaventose sul comportamento e stabilisce le norme morali. Se in circostanze analoghe gli uomini del 101 divennero assassini, quale gruppo umano può reputarsi immune da un tale rischio?» .
            La domanda sul come fosse possibile ai soldati tedeschi accettare di eseguire ordini spesso a i confini di ogni tollerabilità umana, trova parziale risposta, come Zygmunt Bauman ha messo in evidenza, nel processo di “disumanizzazione” del nemico, così scientificamente perseguito dalle autorità nazionalsocialiste . L’antisemitismo, nei primi decenni del Novecento, non poteva certamente essere definito come un fenomeno culturale tipicamente tedesco. Si può anzi dire che la repubblica di Weimar costituiva la contrario una sorta di approdo alla libertà da parte di ebrei discriminati altrove, ad esempio in Francia. Questa semplice constatazione deve servire a cogliere un punto fondamentale, sebbene senza la diffusione di un’ideologia, quanto meno diffidente nei confronti dell’ebraismo, non sarebbe stata probabilmente possibile la Shoah, non è pacifico leggere tale fenomeno come il culmine del crescente sentimento antisemita diffusosi in Europa, semplicemente perché non corrisponde, secondo Bauman, a verità. Più che di ostilità, il sentimento della popolazione tedesca nei confronti degli ebrei era di indifferenza e in molti casi di diffidenza. Su tale sentimento i nazisti riuscirono tuttavia a costruire il processo di disumanizzazione del nemico interno ricorrendo al linguaggio medico. L’uccisore delle camere a gas poteva quasi sentirsi un ufficiale sanitario, perché ormai la vittima era stata linguisticamente assimilata a “pidocchio”, “parassita”, la questione ebraica diventò un problema di igiene politica, di pulizia personale. Gli ebrei venivano sistematicamente paragonati a bacilli della peste, a virus, la cui eliminazione dall’Europa avrebbe rappresentato una “guarigione”, un’autodepurazione. Lo stesso obbligo per gli ebrei di esibire la stella di David veniva definita da Goebbels una misura di “profilassi igienica”. E’ evidente in tutto ciò in quale misura fosse importante il ruolo della scienza e della medicina in particolare in questo processo di demonizzazione dell’Altro.

            Secondo Bauman c’è una stretta connessione, che non costituisce in alcun modo identificazione, tra la modernità e l’evento “Olocausto”. La modernità, intesa in particolar modo come significativo livello di sviluppo tecnologico, come tipologia strutturale dello stato moderno (monopolio della violenza e inclinazione all’ingegneria sociale) e di emancipazione della politica, come presenza rigorosa di elevati tassi di burocratizzazione e divisione del lavoro organizzativo, diventa per Bauman condizione necessaria ma non sufficiente al verificarsi della Shoah. Seguendo le analisi sulla burocrazia di Max Weber, non possiamo constatare come una volta stabilito l’obiettivo, nel nostro caso la “soluzione finale”, il detentore del potere appare, rispetto alla sua burocrazia, come un dilettante nei confronti di uno specialista. Il potere dell’apparato degli esperti e delle sue valutazioni costi-benefici diventa dunque estremamente elevato. Ed è proprio questa dinamica di efficiente risoluzione del problema che porta l’apparato organizzativo a ritenere impraticabile prima la costituzione di un principato ebraico ai margini del Reich, poi in Madagascar, e infine a riconoscere come unica soluzione praticabile quella dell’eliminazione fisica. la peculiarità dell’apparato nazionalsocialista ad aver determinato una traslazione del senso morale verso un senso dell’onore del servizio (si pensi alla linea di difesa di Eichmann). Tale trasmutazione dei valori secondo l’autore è resa possibile dalla compresenza di quattro condizioni accompagnatorie degli ordini: la violenza che si richiede di esercitare appare autorizzata (legata cioè a una forte autorità di riferimento, che si assume la responsabilità delle conseguenze, liberando dunque apparentemente il sottoposto dalle medesime), inserita in una routine amministrativa, diretta contro un nemico ideologicamente disumanizzato, e praticata nella maniera possibilmente più invisibile (come scrive Hilberg riferendosi al genocidio: «la maggior parte dei partecipanti non arrivò a sparare su bambini ebrei né a introdurre del gas nelle apposite camere… La maggior parte dei burocrati coinvolti stilava promemoria, preparava progetti, parlava al telefono e partecipava a conferenze. Essi erano in grado di distruggere un intero popolo stando seduti alla propria scrivania»). dal punto di vista della società moderna il genocidio non è né un’anomalia, né una disfunzione. Esso dimostra ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all’ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata» 
In tale orizzonte, di quella tragedia si constata tutta l’attualità: se l’Olocausto appartiene al passato, prolificano invece nel presente tutte le condizioni che l’hanno resi possibile: «Nessuna delle condizioni sociali che resero possibile Auschwitz è davvero venuta meno, […] non si è presa alcuna efficace misura per impedire a tali possibilità e condizioni di generare altre catastrofi analoghe» (p. 29).


martedì

La ministra Fedeli compia un gesto politico



Questo pomeriggio, attraversando viale Manzoni, a Roma, mi sono imbattuto in vistosi manifesti che ritraevano un primo piano del nuovo ministro per l’Istruzione, e contrapponevano la necessità per gli insegnanti di possedere laurea, abilitazione e superamento di concorso per poter svolgere la professione, alla condizione più discussa dell’attuale titolare del dicastero di viale Trastevere.
Quel manifesto confonde terreni molto diversi, e propone un argomento polemico sostanzialmente sbagliato. L’insegnante svolge una professione che esige delle competenze tecniche e specialistiche, mentre il ruolo di ministro è un ruolo politico. Questo significa che è aperto a tutto l’elettorato attivo e passivo. Per esprimere posizioni politiche e dare una linea alla gestione della cosa pubblica non occorre alcun titolo di studio specifico. Certo poi ci sono i tecnici di supporto, ma l’indirizzo politico deve rimanere espressione di interessi e istanze democratiche, per cui nulla vieta che un manovale possa rappresentare meglio di un dottore di ricerca le necessità progressiste e civili di una collettività. La deriva tecnocratica non concerne soltanto i sistemi di governo, ma è in primo luogo una struttura culturale.
Il ministero dell’Istruzione governa un settore intimamente connesso a problematiche economico-sociali, oltre che educative e scientifiche. Le politiche dell’istruzione attraversano temi come il diritto allo studio, le opportunità individuali e collettive, la trasmissione della memoria e l’amministrazione di un’ampia comunità di dipendenti pubblici. Perché mai un laureato dovrebbe garantirne una gestione più saggia o meglio orientata? Quando fu nominato un governo di professori universitari, personalmente ho tremato. E con ragione.
L’idea che il titolo di studio sia garanzia di competenza politica è una sciocchezza. È una superstizione tecnocratica in cui forse pure la ministra Fedeli è scivolata, attraverso quella gestione contorta del proprio curriculum. Ecco, semmai la principale criticità nella sua auto-presentazione sta proprio nell’aver in qualche modo cercato di arricchire la propria storia personale con una qualifica accademica non compiuta.
Ma se la ministra Fedeli è espressione di un approccio squisitamente politico ai temi dell’istruzione, in virtù del suo passato da sindacalista credo che dovrebbe saper cogliere la necessità di esprimere subito questa sua qualità con atti chiari e concreti.
Forse il suo primo gesto politico dovrebbe essere quello di un decreto ministeriale che vada a disinnescare quanto prima una mina collocata nel mondo della scuola dal precedente esecutivo. Mi riferisco al bonus per la premiazione del merito dei docenti. La ministra non può ignorare che quel grottesco gettone rischia soltanto di erodere la già flebile capacità collaborativa dei dipendenti della scuola. In questi giorni, dopo l’erogazione di una quota - assai poco significativa in termini economici - del bonus 2016, in molte scuole si stanno manifestando plasticamente drammatiche scene di malcontento, invidie, irrisioni, assurdi confronti tra chi ha lavorato di più o di meno, meglio o peggio degli altri. Troppo difficile individuare criteri oggettivi di assegnazione, tali da apparire condivisibili da tutti i soggetti interessati.
Questo è quel che accade nel migliore dei casi. In qualche circostanza, mi dicono, alcuni dirigenti hanno utilizzato il bonus come strumento di premiazione rispetto alla mera condivisione degli obiettivi della presidenza.
Una vera ferita in un corpo dello Stato, che oltre a umiliare i lavoratori e le lavoratrici, infiacchisce la dignità, e forse anche il corretto funzionamento, dell’istituzione scolastica.
In alcune scuole i docenti hanno rinunciato al bonus, ma anche questo è sbagliato. Al salario non si deve mai rinunciare, e quel bonus va trasformato in aumento salariale.
Dunque: un gesto politico chiaro, univoco e significativo, da parte della ministra, potrebbe essere l’immediato dirottamento dei fondi per la premialità in un incremento, magari potenziato, degli aumenti salariali per tutti i docenti, che permangono in una situazione di grave sofferenza, a causa dei forti ritardi nei rinnovi contrattuali.