sabato, febbraio 06, 2010

Paradigms and conceptual systems in KO

Sapienza University of Rome, Faculty of Philosophy

February 23, 2010 – February 26, 2010


Venue: via Carlo Fea 2 (crossing via Nomentana), 00161 Rome (directions)

02:00 PM

02:30 PM

03:00 PM

03:30 PM


04:00 PM

04:30 PM

giovedì, gennaio 14, 2010

Lettera aperta al direttore del Messaggero, Roberto Napoletano


Caro Direttore,

per molti mesi ho letto e ascoltato le Sue dichiarazioni in merito a un problema da Lei ritenuto "strutturale" rispetto alla decadenza della scuola italiana, e di riflesso della nostra società. In tutti i programmi televisivi in cui Lei è stato invitato negli ultimi anni, non ha mai perso occasione per evocare un episodio - a Suo dire realmente accaduto - ritenuto un emblema di quell'erroneo atteggiamento culturale troppo spesso adottto dal corpo docente italiano. Il caso è quello di un colloquio tra genitore e insegnante, durante il quale il docente riconosce l'eccezionale bravura dell'allieva, ma ne individua quale difetto l' "incontrollabile desiderio di primeggiare". La Sua valutazione sul caso induce a deprecare l'atteggiamento "livellatorio" dell'insegnante, colpevole di trascurare quella SANA competizione di cui avrebbe tanto bisogno la scuola per coltivare le eccellenze e per rendere vincente la nostra società.

Sono in totale disaccordo con Lei, e mi permetto di risponderLe con un altro episodio, accaduto a me qualche giorno fa.

Insegno filosofia in un Istituto superiore di Roma. Un bel giorno propongo alla classe, come esperimento didattico potenzialmente stimolante e fonte di arricchimento reciproco, la possibilità, del tutto volontaria e non discriminatoria, di sostenere le interrogazioni in lingua inglese. Come dire: "chi se la sente può provare, io premierò anche con un bel voto la riuscita di questo sforzo". Il caso ha voluto che a mia insaputa uno degli studenti migliori fosse madrelingua inglese. La reazione della classe? Un putiferio, perché con quel criterio (ribadisco, accettabile solo su base volontaria da parte di singoli studenti quale fonte di arricchimento culturale), avrei "avvantaggiato", "fornito qualcosa in più", "agevolato nella competizione", la persona nata all'estero. La proposta è stata marcata come una "palese ingiustizia". Si rende conto del linguaggio emerso, capisce cosa ha determinato quella reazione istintiva?

Caro direttore Napoletano, Lei sostiene che nella scuola e nella società c'è poca competizione. Io dico invece che è troppa, è un individualismo endemico che la attraversa, e distrugge radicalmente ogni spirito di gruppo, al punto da rendere miope anche chi ci vede benissimo. La competizione nella scuola, e secondo me in ogni altro settore della vita pubblica, non è affatto SANA, perché quella della competizione verso l'eccellenza è peggio di una leggenda metropolitana. La competizione è come la concorrenza, e si fa solo al ribasso. Soprattutto nella scuola, dove gli studenti sono sempre in confronto reciproco, ma è un competere basato sul tentativo costante interporre di un bastone tra le ruote a chi prova ad accelerare. A causa di questa malformata concezione della competizione, non si riesce a capire un concetto base della pedagogia: nulla sarebbe più iniquo del trattare tutti allo stesso modo. E invece ecco gli studenti sempre pronti a polemizzare se il docente è più morbido nella valutazione di chi ha una lieve disabilità, di uno straniero, o di un soggetto emotivo.

In questo modo però, si perde tutti. In pedagogia, caro direttore, funziona meglio lo spirito cooperativo, rispetto a quello competitivo. E nella società? Lei crede forse che la crisi che stiamo vivendo, o i fatti di Rosarno, siano figli di uno spirito cooperativo, o di un individualismo incontollato e stolto?

Cordialità,

Carlo Scognamiglio

venerdì, dicembre 11, 2009

Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e
Storia delle Idee –CNR
2009-2010


Seminario sul tema

Il corpo umano nel pensiero antico






Martedì, 26 gennaio 2010, h. 15.30

Aula X



Giuseppe Cambiano (Scuola Normale Superiore di Pisa)

Corpo e identità personale in Platone

Filip Karfík (Univerzita Karlova, Praga/Université de Fribourg)

The constitution of the human body in Plato's Timaeus and its legacy to the Hellenistic thought


Mercoledì, 27 gennaio 2010, h. 9.30

Aula X


Luciana Repici (Università degli Studi di Torino)

Corpi vegetali nella riflessione antica

Anca Vasiliu (Centre Léon Robin, CNRS)

Le corps dans l’antiquité néoplatonicienne et chrétienne, au IVe siècle
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sabato, dicembre 05, 2009

La Fenomenologia come "esperimento mentale"



L’agile volumetto curato da Anselmo Aportone e dedicato alla Fenomenologia hegeliana (Autocoscienza, metodo, negatività. Studi sulla Fenomenologia dello spirito e la sua ricezione, Bibliopolis, Napoli 2008) contiene quattro saggi derivati dalle attività seminariali svoltesi nel novembre 2007 presso la Scuola Superiore di Studi di Filosofia degli Atenei di Roma Tor Vergata, La Tuscia-Viterbo, L’Aquila, in occasione del bicentenario dalla pubblicazione dell’importante opera di Hegel.
Mi interessa in particolare porre in rilievo il primo saggio, scritto da Anton Friedrich Koch, e intitolato Sul programma e sul metodo della Fenomenologia dello spirito, che si presenta con un taglio espositivo assai interessante. Sebbene la breve ricognizione storico-filosofica che Koch antepone alla propria interpretazione del metodo hegeliano appaia piuttosto sbrigativa e, soprattutto nelle parti riguardanti Aristotele e Kant sostanzialmente insoddisfacente, il punto di contatto tra la filosofia dell’Assoluto di Schelling e il percorso fenomenologico stabilito da Hegel, è acutamente osservato.
Il punto di partenza di una qualsivoglia indagine sulla Fenomenologia dello spirito e sul suo senso, secondo Koch, dev’essere individuato nel tentativo hegeliano di superare in modo persuasivo l’opaca identità schellinghiana tra soggetto e oggetto, colta da un intuizione intellettuale i cui contorni appaiono indefiniti. In fondo la portata innovativa dell’approccio hegeliano consiste proprio nella quasi ossessiva insistenza del trasporre l’in sé in un per sé, e di illustrare la forma di questo movimento. In un certo senso, Hegel ha in mente un itinerario filosofico analogo a quello platonico. Anche Platone infatti concepisce una visione delle idee di tipo intuitivo, nella figura della noesis, eppure i contenuti delle idee si dialettizzano nel discorso filosofico. «In Hegel – osserva Koch – la visione spirituale e l’articolazione dialettica devono coincidere: la dialettica hegeliana è la forma del compimento dell’autointuizione intellettuale del reale che esiste in sé e per sé, ed Hegel chiama speculazione questa specifica sintesi di intuizione e discorso» (p. 25).
Koch ritiene che Hegel per concepire la necessità di questa discorsività e per decidere il ritmo dialettico con il quale sviluppare la Fenomenologia, abbia indossato per un momento i panni dello scettico, assumendone la prospettiva. Lo scettico dubita che si possa dare una coincidenza tra le categorie del reale (in sé) e una proiezione coscienziale di questo assetto categoriale (per sé). Un’ontologia e un’epistemologia. Bene, il primo capitolo della Fenomenologia si misura proprio sull’obbiettivo di mostrare le prime battute di esplorazione scetticheggiante della squilibrata relazione tra ontologia ed epistemologia. In altri termini, se «l’in-sé è una concezione categoriale del reale nel suo essere-in-sé, una proto-ontologia implicita», allora «il per-sé è una concezione categoriale del reale nella sua accessibilità epistemica, una proto-epistemologia implicita» (p. 28). In questo senso la Fenomenologia dello spirito hegeliana assume la forma di un lungo e complesso “esperimento mentale”, che prende le mosse dalla posizione di fronte alla coscienza dell’in sé più semplice possibile, quella dei molti individui singoli. Ora, l’indagine e il riscontro della validità di questa proto-ontologia vengono condotti, secondo lo stile hegeliano, dall’interno, attraverso una constatazione da parte della coscienza di una non sovrapponibilità tra questo in-sé e il per-essa. In questo modo, il “fallimento” della certezza sensibile induce al passaggio dell’assunzione di una nuova ontologia, che però deve lasciar cadere dietro di sé la screditata certezza sensibile, e assumere quale nuovo in-sé quanto la coscienza aveva individuato come il “per-essa”, e dunque siamo passati da un’ontologia degli individui singoli distinti a un’ontologia dei tratti universali: «Hegel si aspetta da questo procedimento che la coscienza continui a falsificarsi e quindi a produrre e a rigettare sistematicamente tutte le possibili ontologie ed epistemologie, fino a raggiungere da ultimo un cosiddetto punto fisso, rispetto al quale emissione e immissione sono identiche. Questo punto fisso Hegel lo chiama sapere assoluto» (p.31). In questo senso, conclude Koch, il sapere assoluto è una figura di confine in cui non solo si unificano tutte le forme precedenti della coscienza, bensì pure tutte le determinazioni logiche che devono far seguito al percorso fenomenologico.
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giovedì, novembre 26, 2009

Il Marx di Corrado Ocone



L’agile volumetto redatto da Corrado Ocone (Karl Marx, Luiss University Press, Roma 2007) nella forma dell’introduzione al pensiero di Marx aggiunge un importante tassello alla bella collana “I momenti d’oro dell’economia” curata da Paolo Savona. Il libro si compone di due parti, la prima espositiva, la seconda antologica (il testo riprodotto proviene dai Manoscritti economico-filosofici del 1844). A proposito della porzione di testo scritta da Ocone, è d’obbligo evidenziare in prima istanza lo stile elegante, che garantisce oltre all’interesse per i contenuti anche una certa piacevolezza della lettura.
Ocone elabora la sua introduzione in forma lineare, a partire dagli anni giovanili, con particolare attenzione alla formazione di Marx, soffermandosi esplicativamente su alcune configurazioni concettuali che via via si vengono delineando nel pensiero marxiano, come il materialismo storico o la teoria dell’ideologia. Adeguandosi inoltre all’approccio in qualche modo imposto da un pensatore come Marx, Ocone si sofferma in vari punti del testo a dedicare uno sguardo, per quanto fugace, alle condizioni storiche e sociali del tempo, così determinanti nella formazione di Marx, quanto dirimenti nella decifrazione di alcuni dei suoi scritti. Nella parte centrale del suo lungo saggio introduttivo l’autore pone l’esposizione e la discussione di alcune delle grandi questioni sollevate da Marx, senza aspettare di giungere con la ricostruzione biografica alla maturazione del filosofo di Treviri. Ciò dipende dalla persuasione, confessata da Ocone, di una presenza embrionale di quasi tutti i temi marxiani fin nell’intelaiautura degli scritti giovanili: “se si esamina con attenzione dello svolgersi del pensiero di Marx, ci si accorge che esso non ha subito nel corso degli anni brusche “svolte”. Con il tempo, più che altro, le idee portanti e i concetti chiave del pensatore di Treviri sono andati chiarendosi e approfondendosi, ma si può dire che quelle idee fossero più o meno già tutte presenti, almeno in nuce, sin dalle prime opere” (p. 36). Nell’ultima parte, com’è naturale, sono analizzate con maggiore premura analitica alcune parti del Capitale.
Nelle ultime battute l’autore fornisce inoltre un’utile rassegna delle interpretazioni, dedicando particolare attenzione a quella di Benedetto Croce (filosofo di cui Ocone è pure attento studioso). Ed è proprio questa attenzione, pur se costretta in poche pagine, alla discussione sul marxismo, e non solo su Marx, che mi ha lasciato una sola perplessità. Ocone infatti mi è parso in certi passaggi persuaso dell'elemento critico, da lui ravvisato nella filosofia di Marx, di una dialettica storica necessariamente concludentesi con la risoluzione di tutte le contraddizioni (comunismo). Cioè di una dialettica che supera se stessa per esaurirsi. Non è un argomento nuovo nelle critiche a Marx. Ma è altrettanto vero che nel dibattito marxista, senza uscire dai binari tracciati dal filosofo di Treviri, è stata pensata la distinzione tra contraddizione tra classi e contraddizione in seno al popolo. Forse sarebbe stato interessante se Ocone, nel suo percorso analitico, si fosse concentrato anche su questo dettaglio, che annulla di fatto, se accolto, il problema della "fine della storia" tante volte attribuito a Marx (come già ad Hegel, del resto).
Il libro dunque, nonostante o forse in virtù della sua brevità, si rivela un adeguato strumento di conoscenza per un pubblico non specializzato ma di buona cultura.
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sabato, novembre 21, 2009

La "Prefazione" alla "Fenomenologia dello spirito" di Hegel

Università di Roma "La Sapienza"

Facoltà di Filosofia

Via Carlo Fea, 2 - Roma



Cattedra di Filosofia dell'interpretazione

Seminario di studi su:

La "Prefazione" alla Fenomenologia dello spirito di Hegel


tenuto dal dott. Carlo Scognamiglio


23 e 30 novembre

7 e 14 dicembre


Le lezioni si svolgeranno dalle 18,30 alle 19,30 nei locali della Fondazione Giovanni Gentile
(Villa Mirafiori)

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mercoledì, novembre 18, 2009

Consulenza filosofica all'italiana


Leggendo il profilo del "consulente filosofico" su Wikipedia, si incontra una definizione non priva di interesse:


Il compito del consulente filosofico, secondo i praticanti di tale attività, consiste nell'accompagnare i propri ospiti in una riflessione critica sul proprio modo di pensare la realtà, cercando di evidenziarne presupposti di significato e di valore, contraddizioni, incongruità rispetto al modo in cui essi poi vivono di fatto le vicende della loro vita.
Non è compito del consulente filosofico indicare all’ospite soluzioni o modi “giusti” di pensare o vivere, così come non lo è la definizione delle cause (psicologiche, psicofisiche, biografiche) in base alle quali il consultante ha un certo tipo di visione del mondo o vive determinati disagi. La durata di una consulenza filosofica non è solitamente molto lunga (tra i dieci e i venti incontri). Essendo un mero dialogo filosofico ed avendo di mira solo una nuova e più profonda comprensione del mondo, non è paragonabile con attività psicoterapeutiche.


Si tratta, com'è noto, di una nuova ricerca di professionalità per i filosofi che Alessandro Dal Lago ha definito "business del pensiero", ma che a ben vedere non è del tutto priva di interesse.

Ma non è questo il punto. Sappiamo bene che in Italia non è ben configurato giuridicamente il profilo del counsellor, sia esso psicologico o filosofico, e che non esiste un vero e proprio albo professionale.

Tuttavia in Europa e negli Stati Uniti alcune importanti associazioni garantiscono un "marchio", e dunque una visibilità, ai propri associati filosofi.

Particolarmente interessante mi pare quel che avviene in Italia. Nella speranza (probabilmente vana) che lo Stato si decida a configurare un albo riconosciuto che può potenzialmente insidiare il "mercato" degli psicologi e degli psicanalisti, alcune associazioni più o meno agganciate all'università hanno inventato un proprio albo, cui l'aspirante consulente può iscriversi dopo aver frequentato un corso - spesso biennale - il cui costo oscilla intorno ai duemila euro, e qualche volta anche un dopo-corso per "prepararsi" all'iscrizione al fantomatico albo. Ancora più interessante è il modo in cui molte università hanno colto al volo l'opportunità dischiusasi, istituendo Master di II Livello, di durata solitamente biennale, con un costo che oscilla tra i tre e i seimila euro.
Poniamo che i prezzi siano giusti rispetto all'offerta formativa. Poniamo anche che a nulla valga la semplice constatazione per la quale i filosofi che una decina d'anni fa hanno ideato la consulenza filosofica non hanno frequentato alcun corso, occorre spiegare alcune differenze notevoli tra quel che accade in Italia e ciò che si verifica altrove.

Ad esempio, come mai alcune associazioni statunitensi ritengono "affiliabile" un dottore di ricerca in filosofia, seppure non ha frequentato alcun corso? E come mai la SPP, la principale organizzazione inglese di consulenti filosofici (quella di "philosophy for children", per intenderci), ritiene che siano sufficienti percorsi formativi di pochi giorni? E infine, come mai chi organizza corsi all'estero, in media non chiede più di 600 sterline? Chi sa rispondere?
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giovedì, novembre 12, 2009

Hyppolite e il senso della Fenomenologia

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Il libro di Jean Hyppolite (Genesi e struttura della “Fenomenologia dello spirito” di Hegel, Bompiani, Milano 2005), recentemente riproposto da Bompiani ma pubblicato per la prima volta nel 1946 e dedicato al commento testuale della Fenomenologia hegeliana, è ancora oggi considerato un testo di riferimento ineludibile per la conoscenza dell’opera di Hegel e delle sue interpretazioni. Tuttavia, a differenza di altre monografie egualmente monumentali sul medesimo tema, penso in particolare alle interpretazioni di Heidegger e Kojève, la lettura di Hyppolite si distingue per uno sforzo di obbiettività – intesa come aderenza al testo studiato – quasi a rappresentare un lavoro di accompagnamento all’altra sua grande impresa, cioè la vera e propria traduzione in lingua francese della Fenomenologia. Pur essendo ben discernibile in questa grande lettura commentata l’impronta di un punto d’osservazione autonomo, il libro di Hyppolite, a differenza dei due esempi citati, evita di presentarsi come un commento filosofico di un testo filosofico, ovvero sceglie di non essere selettivo nell’analisi del testo, e al tempo stesso di non forzare la pagina hegeliana in alcun punto, come si può esser tentati di fare con lo scopo di lasciar tralucere in essa una propria ispirazione teoretica.
Il risultato di questa impresa non è una pedissequa rilettura commentata e spiegata della celebre opera di Hegel, ma è invece una grande interpretazione – mediata dalla Fenomenologia – dell’intera filosofia hegeliana e, se si vuole, del significato storico e filosofico dell’idealismo tedesco.
È con questo spirito che Hyppolite aggancia, fin dalle prime battute del suo lavoro, le intenzioni dello Hegel del 1806-1807 alle contemporanee vicissitudini dell’idealismo fichtiano e schellinghiano. Il punto nevralgico dell’avvio d’indagine ha qualcosa di paradossale. Hegel dichiara in vari punti delle proprie opere una generale diffidenza, se non inconcepibilità, rispetto alle introduzioni filosofiche, e negli scritti di Jena precedenti la Fenomenologia tali asserzioni sono argomentate con rigore. Come è possibile allora che egli concepisca l’idea di una “fenomenologia dello spirito”, che, com’è noto, doveva originariamente fungere da introduzione al sistema (senza contare poi che anche dopo aver assunto la sua autonomia, il testo di Hegel viene fatto precedere da un’introduzione e da una lunga e importante prefazione)? Dietro questa domanda si può cogliere il senso dell’ideazione iniziale della Fenomenologia dello spirito. Senza dubbio, osserva Hyppolite, la Logica e l’Enciclopedia, nella forma dell’architettura sistematica, sono già idealmente presenti a Hegel prima di scrivere la stessa Fenomenologia, ma quest’opera gli occorre per distinguere a sé stesso e ai lettori la propria posizione da quella di Schelling, nei confronti della quale avverte una sostanziale insoddisfazione che esige approfondimenti e, soprattutto, la presentazione di un approccio del tutto nuovo, e pertanto ritenuto risolutivo nei confronti delle varie difficoltà in cui si involge il pensiero idealista. Nelle pagine del Bruno Schelling aveva preso le distanze da Kant, Reinhold e Fichte – in quanto filosofi della riflessione – negando ogni utilità e necessità di assumere il punto di vista del sapere fenomenico, ed esplicitando l’idea di una coincidenza tra sapere e sapere assoluto. Pur condividendo l’istanza di un superamento della filosofia della riflessione, Hegel si propone di mostrare come sia possibile, nel sapere assoluto, il sapere fenomenico, in quanto esso in qualche modo si dà e non si può fingere che non si dia; e al tempo stesso come dal sapere fenomenico si possa poi riconquistare il sapere assoluto; oppure, scrive Hyppolite, «come il sapere fenomenico sia esso medesimo un spere assoluto che non si conosce ancora come tale» (p. 11). Iniziare il discorso scientifico direttamente dalla posizione del sapere assoluto pare a Hegel una violenza non necessaria.
In questo senso Hegel si trova costretto in qualche misura a recuperare Fichte, e nello specifico a riprendere quella “storia prammatica dello spirito”, che descriveva esattamente la scoperta da parte dell’io empirico o fenomenico di ciò che il filosofo (il noi hegeliano) ha già verificato o cólto. Ma Hegel travalica il modello fichtiano sostituendo a un metodo ancora tutto deduttivo il suo nuovo approccio prettamente descrittivo, che non riguarda solo la coscienza nel ristretto rapporto dell’esperienza teoretica, ma si rivolge alla complessità dell’esperienza in quanto tale, dunque anche religiosa, giuridica, etica, e quant’altro. E in questa descrittività, in tale procedere “esperendo”, come ha notato Nicolai Hartmann - non a caso evocato dallo stesso Hyppolite in questo passaggio - consiste forse la principale portata innovativa dell’opera hegeliana.
Nella ricostruzione del movimento che conduce il sapere fenomenico verso il sapere assoluto deve intervenire necessariamente un altro elemento: quello del negativo e della sua funzione in questo esperire. Se si descrive un percorso del sapere, ciò implica che ogni tappa conoscitiva vada considerata al tempo stesso una conquista e una “disperata” perdita. Ogni avanzamento coscienziale è determinato dalla messa in questione (attraverso il dubbio scettico, da Hegel studiato in modo approfondito proprio negli anni antecedenti la Fenomenologia) di tutto il proprio sapere, ed è proprio la perdita a rappresentare il passo in avanti, la nuova conquista. Hegel tuttavia non immagina questo movimento determinato da un meccanismo causale, ma disegna questo percorso di scoperta come una ri-scoperta, come la reminiscenza platonica, teleologicamente orientata verso un punto d’arrivo. Ora però, il punto d’arrivo, cioè il sapere assoluto, è immanente alla coscienza fin dal suo primo manifestarsi come certezza sensibile. Nella progressiva negazione del proprio sapere la coscienza si dirige dunque verso la sua vera essenza, per scoprire e riconoscere se stessa come sapere assoluto, essa cerca d’acquisire per sé ciò che è già in sé. La disperazione della coscienza consiste nel non esser consapevole, a differenza del filosofo (quel per noi che già ha percorso l’intero sviluppo e ora lo ri-percorre con una finalità quasi pedagogica), del suo essere nel sapere assoluto e per il sapere assoluto. In questo senso, per la coscienza ogni perdita delle proprie certezze è letteralmente costituita come un momento di disperazione. Questo aspetto, osserva Hyppolite, disegna un primo tassello nell’individuazione della differenza tra Fenomenologia e Logica: «quanto caratterizza la fenomenologia rispetto all’ontologia, alla scienza dell’Assoluto in sé e per sé che già la Logica presenterà, è appunto tale disuguaglianza della coscienza col suo concetto, uno squilibrio o divario che è l’esigenza stessa di una trascendenza continua» (pp. 23-24), fermo restando che anche nella Logica si incontrano delle “disuguaglianze” e un movimento di progressiva ricomposizione delle negatiità, ma si tratta di differenze interne al Logos, cioè si descrive una sorta di dialettica interna.
L’altro aspetto su cui Hyppolite insiste molto è anch’esso un tema chiave dell’opera hegeliana, ed è stato spesso terreno di confronto-scontro tra critici ed epigoni di Hegel, nonché problema per gli interpreti delle sue opere. Si tratta del rapporto tra quel movimento fenomenologico sopra descritto e la storia umana. La presenza di tante figure del passato che si alterano nelle pagine della Fenomenologia ingenera facili equivoci, e nient’affatto recente è l’accusa mossa a Hegel di considerare sé stesso e il proprio tempo come la fine della storia.
In primo luogo Hyppolite sostiene la tesi secondo la quale nella Fenomenologia non può essere ravvisata in alcun modo una filosofia della storia. Sebbene l’idea della coincidenza di Assoluto e soggettività, per cui lo “spirito è storia” sia centrale e fondamentale nell’opera del 1807, non è possibile travisare nel senso di una teoria della storia il percorso fenomenologico. Basti osservare che i momenti teorici che scandiscono l’opera (coscienza, autocoscienza, ragione e spirito) non possano, secondo Hegel, nemmeno essere “pensati” secondo una scansione cronologica. Solo all’interno di ciascun momento (ad esempio nella coscienza: certezza sensibile-percezione-intelletto) è “pensabile” una sorta di successione temporale. Ed è in virtù di questa pensabilità che Hegel ritiene utile illustrare le relative fasi del percorso coscienziale appoggiandosi a figure e momenti della storia umana. Tuttavia, nella sezione dello spirito, dove la coscienza è ormai risolta nella vita spirituale, è forte la sensazione per la quale, nel passaggio Spirito-Religione-Sapere Assoluto, si illustri una vera e propria filosofia della storia. Eppure, secondo Hyppolite, siamo ancora di fonte a un equivoco: infatti nei riferimenti hegeliani di queste pagine si incontrano gravi lacune (manca ogni riferimento al Rinascimento) e sproporzioni (il grande spazio concesso all’Illuminismo) che lasciano diffidare dall’idea di una filosofia della storia. Inoltre, leggendo le lezioni hegeliane dedicate a questo tema, non si può non riconoscere un modo di procedere molto diverso da quello usato nella Fenomenologia nel richiamare eventi del passato.
Negare che la Fenomenologia dello spirito sia un libro di filosofia della storia non significa tuttavia sminuire l’enorme peso che la storia e la storicità giocano nell’economia teoretica del libro di Hegel. Il ruolo della storia viene chiarito da Hegel stesso, nella prefazione all’opera, quando fa riferimento all’immanenza della storia universale nel processo pedagogico-formativo della coscienza empirica, la quale, nel suo sviluppo, ripercorre le tappe della storia umana (Hyppolite sottolinea in questo caso la forte influenza avuta su Hegel dell’ Emilio di Rousseau). Costituendosi come storia dell’Assoluto che riflette su di sé attraverso la coscienza, la fenomenologia, nella figura del progresso coscienziale, non può che richiedere alla coscienza stessa di ripercorrere i momenti salienti della storia dello spirito: «vi è dunque un certo rapporto tra la filosofia della storia e la fenomenologia. Quest’ultima è lo sviluppo concreto ed esplicito della cultura dell’individuo, l’elevazione del suo io finito all’io assoluto, ma questa elevazione è resa possibile solo utilizzando i momenti della storia del mondo che sono immanenti alla coscienza individuale. Occorrerà che la coscienza individuale, anziché accontentarsi delle rappresentazioni ben note, per ciò stesso mal conosciute, le analizzi e le sviluppi in sé stessa; così ritroverà in sé le fasi della storia passata e, invece di attraversale senza trovarvi un proprio interesse, dovrà dimorarvi, ricostruire la sua esperienza passata perché ne possa apparirle il significato» (pp. 52-53). In questo senso la coscienza si innalza al sapere assoluto e l’io individuale all’io umano.
E tuttavia – questo è un punto controverso – il sapere assoluto non è una “conquista” che può prescindere dal momento storico in cui si manifesta. Hegel è certamente persuaso di vivere, dopo la Rivoluzione francese, in un’epoca decisiva della storia dell’uomo, una fase del tutto nuova. Il riappropriarsi dell’Assoluto di sé attraverso la coscienza significa la maturazione da parte della coscienza dello spirito del proprio tempo, e così facendo, a superare il tempo stesso. Hyppolite cerca la risposta, non senza qualche difficoltà, nella convivenza tutta hegeliana di accidentale e generale, di individuale e universale, per cui il filosofo tedesco avrebbe trovato nell’accidentalità del proprio tempo un’universalità meta-temporale. Infatti conclude il ragionamento, ma probabilmente non riesce a chiarire del tutto la questione, limitandosi a segnalare il punto dove occorre approfondire la ricerca: «per comprendere il senso dello sviluppo fenomenologico, il suo rapporto con la storia del mondo, occorre dunque pensare questa dialettica dell’individualità universale, che è poi un pensare l’universalità attraverso la particolarità e la particolarità attraverso l’universalità. La coscienza non è forse l’unità di questi due momenti?» (p. 63).
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domenica, ottobre 18, 2009

L'ora di religione (islamica?)


La recente proposta avanzata da Urso di rendere possibile, quale alternativa all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole, un'ora di religione islamica, è qualcosa di imbarazzante, a dir poco. Il presidente Fini appoggia, Massimo D'Alema apprezza.
La questione è in effetti intrigante, e vale la pena di sondarla un po' meglio.

Sembrano configurarsi, nel quadro culturale italiano, due profili solo apparentemente diversi. Il primo, ribadendo la funzione della religione cristiana, e della sua cultura (linguistica, simbolica e rituale) nella nostra tradizione, ne rivendica non solo l'insegnamento ai più giovani, ma addirittura il "peso" in sede di scrutinio, attraverso l'assegnazione di un voto di merito, che, assicurano, non discriminerà l'allievo più credente da quello più scettico... figuriamoci!

L'altra posizione invece esprime un'istanza di rispetto per un'altra cultura religiosa, abbastanza diffusa attualmente nel nostro Paese, che è quella islamica, con lo scopo di evitare contrapposizioni e ghettizzazioni nelle nuove generazioni di musulmani. E fin qui sembrerebbe un nobile gesto, rispettoso e aperto alle differenze.

Ora, per la verità, qualunque religione potrebbe pretendere lo stesso trattamento, e per paradosso, ricordando il monito del filosofo Guido Calogero ("è giusto rispettare i sentimenti religiosi altrui, ma sarebbe bene che venissero rispettati anche i sentimenti irreligiosi"), qualcuno potrebbe chiedere, in alternativa, l'ora "irreligiosa", in cui magari leggere tutta la letteratura dell' "insoddisfazione" e della "disperazione", quale alternativa ai profeti della "speranza".

Ma abbiamo proprio bisogno di insegnare la religione ai più giovani? La cultura cristiana, che io apprezzo e rispetto, volenti o nolenti ci viene trasmessa attraverso la storia dell'arte, la letteratura e la stessa filosofia, per non parlare della storia tout court. Si può ben dire che lo scopo dell'ora di religione non è la catechesi, ma in realtà si afferma un falso. Poiché, se così fosse, non si spiegherebbe il meccanismo di reclutamento dei docenti di religione, del tutto estraneo alle logiche del concorso pubblico. Domandiamocelo: è pedagogicamente corretto inserire il percorso di persuasione alla fede, sia essa cattolica o islamica, nell'itinerario educativo di uno stato laico, moderno e democratico?
Tra l'altro i colleghi che insegnano religione, per ragioni intrinseche alla loro condizione (privilegi nei trattamenti economici rispetto agli altri insegnanti e funzione educativa "anomala" nel rapporto con gli studenti) vivono con difficoltà la presenza nella scuola.

Da insegnante, mi sono sempre posto la domanda: ci sarà qualche straccio di politico, in particolare a sinistra, che abbia il coraggio di presentare l'istanza della cancellazione dell'ora di religione? Insomma: pedagogicamente il contributo dell'ora di religione mi pare ininfluente, culturalmente dà agli studenti un'idea sbagliata e secondo me contraria ai principi stessi della fede cristiana ("la religione A o B fa lo stesso, puoi scegliere, ma l'importante è che tu ti affidi a un Dio"). Economicamente l'eliminazione di quest'ora garantirebbe un importante risparmio pubblico e favorirebbe la riduzione del monte ore, tanto cara al ministro Tremonti, che ha preferito tagliare un'ora di filosofia da qualche parte, d'inglese dall'altra, etc. Ciò, secondo questa proposta, non implicherebbe la liquidazione di tutti i docenti di religione attualmente in servizio. Essi infatti, indirizzati in un percorso di formazione e sollecitati a fare un concorso vero, potrebbero ben accedere, mantenendo i titoli di servizio, ad altre classi di concorso.
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lunedì, settembre 28, 2009

Il ritorno di Lombroso


Chiunque si sia occupato anche marginalmente di psicologia, e in senso lato di scienze umane, conosce a fondo le difficoltà nell'interpretazione dei comportamenti. La specificità delle condotte aggressive, poi, risulta un tema tanto intrigante quanto interessante su molti piani, da quello educativo a quello giuridico.
Parecchi decenni fa Cesare Lombroso tentava con la fisiognomica di definire sul piano organico alcuni caratteri propri dell'essenza criminale, così come ancora oggi - soprattutto negli Stati Uniti - è tornata di voga la passione per la ricerca del "gene" criminogeno. Fior fior di scienziati recuperano sangue e sudorazioni di metallari, scippatori e writers per ricavarne un indizio che possa dimostrare la connessione tra corporeità e malvagità.
Assai evidente è la ricaduta pedagogica (o meglio, antipedagogica) di tali ipotesi, come pure la connessione economica legata al mercato degli psicofarmaci. Non a caso, sembra che negli USA i "malati" di ADHD (iperattività, per i profani) siano tali da dover diffondere ampiamente l'uso del relativo farmaco risolutivo.
Chissà poi se tra le ricerche "scientifiche" di statistica patologica e i finanziamenti privati alle ricerche stesse si possa instaurare una qualche relazione...
Anche in Italia però, abbiamo i nostri piccoli lombrosiani. Non ci spingiamo fino ai livelli degli USA, ma qualcosa si muove.
In un libro molto recente (intitolato Per una didattica speciale di qualità, 2008, curato da Lucio Cottini e Lanfranco Rosati) compare un capitolo redatto da Daniele Fedeli (Univ. di Udine), assolutamente emblematico.
Dedicato genericamente ai "problemi del comportamento", il saggio si avvia neutralmente nell'ambito della descrizione definizionale e classificatoria affidandosi a una prospettiva oggettivistica gestita con equilibrio. Poi, a un certo punto, compaiono degli interessanti incisi.
Si parte da una distinzione empirica. Fedeli discrimina tra aggressività manifesta ("attacco fisico e verbale, come ad esempio colluttazioni, uso di armi, minacce, aperta violazione di regole e sfida dell'autorità" - raccomando di porre particolare attenzione a questi due ultimi punti e alle loro implicazioni politico-sociali - e aggressività covert, un po' più blanda, consistente ad esempio nel "rubare, marinare la scuola, abusare di sostanze psicotrope").
Sulla base di una bibliografia di riferimento Fedeli espone la possibile eziologia:
«fattori ereditari: è stata rilevata una maggiore ereditarietà per i comportamenti apertamente aggressivi [...] fattori neuro-biologici: l'aggressività manifesta si collega spesso ad alterazioni dei sistemi neurotrasmettitoriali (con particolare riguardo alla dopamina e alla serotonina) e dei circuiti fronto-sottocorticali». L’autore non è nuovo rispetto a tali accostamenti. Altrove ha scritto: «per la categoria dei disturbi da comportamento dirompente si sono raggiunti risultati significativi sia nell’individuazione dei pool di geni coinvolti, sia nella comprensione dei meccanismi eziopatogenetici relativi a diversi sistemi neurotrasmettitori ali […] è impossibile ignorare o sottovalutare l’influenza di determinanti genetiche nella comparsa di comportamenti sregolati. Tale affermazione è tanto più condivisibile quanto più si studia il ruolo delle aree corticali prefrontali nella genesi di comportamenti sociali complessi, come ad esempio quelli empatici o quelli basati su norme morali. Allo stesso modo, sono ormai numerose le ricerche relative al ruolo dei fattori genetici nella comparsa di molti disturbi psicopatologici» (D. Fedeli, Bullismo: i modelli eziologici multidimensionali ed intervento riabilitativo, in I. Gagliardini-G. Bortone, Aggressività e bullismo nella scuola, Kappa, Roma 2007). Naturalmente Fedeli tiene dentro la sua eziologia anche fattori ambientali e modelli genitoriali (ci mancherebbe!), ma si intravede una forza persuasiva, data dallo stesso uso dell’aggettivazione, assegnata alle componenti organiche, la cui decisività è talvolta definita “stringente”, o con altre formule indicata come innegabile, salvo poi esser costretti a cominciare ogni indagine della correlazione tra organicità delle cause e comportamenti con un “sembra che…”. Questo “sembra”, spesso ripetuto da molti studiosi, è una forma odiosa per mostrare prudenza, perché poi, negli sviluppi testuali, confligge apertamente con toni e aggettivali evocanti infallibilità medico-scientifica.
Naturalmente si tratta di discutere in modo tecnico i dati delle relative indagini. E tuttavia mi pare che il gioco sia tutto nel verbo "collegare" o “correlare” che viene usato per connettere un comportamento a un risultato di misurazione organica.
La categoria epistemologica del collegamento non ha valore univoco. Un ragionamento serio dovrebbe dire se si è in grado di stabilire un rapporto di causazione di un fattore sull'altro; ma si tratta di un'impresa impossibile. E allora qual è il risultato del ricorrere al semplice "collegamento"? Quello di indurre nel lettore l'idea della possibilità di gestire A manipolando B.

Un modo di procedere preoccupante, e a tratti spaventoso.
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sabato, settembre 26, 2009

Call for papers

The Nicolai Hartmann Society organizes the first
NICOLAI HARTMANN INTERNATIONAL CONFERENCE
Rome, 19-21 July 2010

We welcome papers on any portion of Hartmann’s philosophy, its place in the history of philosophy, and its relevance for contemporary issues. To participate please send a two-page abstract to Roberto Poli (roberto.poli@soc.unitn.it) before the end of February 2010.

The conference’s language is English.

Program Committee: Robert Jordan; Eugene Kelly; Andreas Kinneging; Roberto Poli; Carlo Scognamiglio; Frederic Tremblay
Local Organization: Carlo Scognamiglio
Relevant dates:
Abstracts: February 28
Acceptance/rejection: April, 30
Early registration: May 31
Conference: July 19-21

A list of hotels, organized by price range, will be circulated in due time.
The first general assembly of the Nicolai Hartmann Society will be held during the conference.
Further information about the Nicolai Hartmann Society is available at: http://nicolaihartmann.blogspot.com/

venerdì, settembre 11, 2009

Negazione e accettazione della diversità



La coscienza ingenua è naturalmente orientata a giustificare il rispetto per la diversità sulla base della sua negazione. Per quanto l’osservazione possa apparire paradossale, l’attribuzione di eguale dignità personale a colui che si pone di fronte a me manifestando segni più o meno evidenti di differenza, dipende da un toglimento essenziale della diversità. L’altro, pur essendo diverso (e cercherò tra breve di riempire lo spazio semantico dischiuso dall’aggettivo), riceve accoglienza in virtù del suo essere – in fondo – non diverso, cioè uguale all’accogliente. La riconduzione di me e dell’altro all’interno della sfera di comunanza fa sì che nell’esistenza ordinaria io possa segnare col carattere di accidentalità le differenze, e valutare come essenziale quel che ci accomuna. L’essere tutti egualmente umani è la consueta replica alla discriminazione razziale, l’esser tutti egualmente connazionali è la nota risposta alle ostilità regionali, l’esser tutti parimenti persone si mostra in generale quale orizzonte di annullamento di ogni meccanismo escludente. Simmetricamente, non v’è discriminazione che non affondi le proprie radici nella talvolta inconsapevole negazione di quella comunanza di condizioni. A quel punto l’altro è non-persona, è in qualche maniera disumanizzato[1]. O comunque, senza degenerare in fenomeni gravemente degradanti, la sola vistosità della differenza implica un’accentuazione dell’attenzione sul dato biologico, culturale o psichico che segna un’irriducibilità dei due termini della relazione. In questa risposta elementare e semplificata che la coscienza comune fornisce quale risoluzione del tema si annida un fondo di verità, che può essere utile ricostruire a partire da alcuni passaggi analitici. L’altro è veramente altro, ma al tempo stesso non lo è. L’equilibrio o il disequilibrio nella doppia manifestazione del diverso, reso tale da una comunanza che ne consente il confronto, e che potrebbe forse rivelarsi più forte della differenza stessa, è assai difficile da affisare, ma richiede l’attraversamento di questioni inevitabili, determinato in primo luogo dalla chiarificazione sulla natura dei termini della relazione. Io e tu, identità e alterità, si riferiscono in questo contesto a una sfera interpersonale, i cui soggetti relati consideriamo comunemente come persone, ricorrendo a un concetto – quello di essere personale – difficile da controllare. I passaggi teoretici per costruire un discorso fondato intorno a tali temi sarebbero numerosi, ed è qui possibile enuclearne soltanto i nodi “finali”, o maggiormente esposti, che la filosofia dobrebbe ancora e più incisivamente porre a oggetto della propria attenzione: 1) la chiarificazione della nozione di “persona”; 2) la giustificazione della diversità interpersonale, implicante l’immediato e complicato passaggio dal was ist? e il wer ist?; 3) il meccanismo di equilibrio che nell’agire etico tiene in gioco l’oscillazione tra comunanza e alterità, tra accoglienza e diffidenza, tra riconoscimento ed espulsione.
Pare difficile in tempi oscuri come quelli che attraversiamo - specie in Italia - porre con pacatezza questi temi, a causa di un ripugnante sovrabbondare di linguaggi e contenuti xenofobi che logora progressivamente qualsiasi cervello. Facciamo ancora un piccolo sforzo.




[1] C. Scognamiglio, Disumanizzare la vittima: pregiudizi e aggressività collettiva, in I. Gagliardini e G. Bortone (a cura di), L’aggressività e il bullismo nella scuola. Prevenzione e intervento, Kappa, Roma 2007, pp.71-78.