sabato, gennaio 28, 2012
sabato, gennaio 21, 2012
Essere inumani

venerdì, gennaio 06, 2012
Un giorno questo dolore ti sarà utile
.venerdì, dicembre 02, 2011
La complessità del caso Saviano

mercoledì, novembre 16, 2011
"La Lettura" del Corriere della sera
.sabato, novembre 12, 2011
Presentazione "Massime" di Democrito (a cura di G. Ruiu)

martedì, novembre 08, 2011
Il diritto all'infelicità e il vero senso del pacifismo

sabato, novembre 05, 2011
La storia della storia

venerdì, ottobre 28, 2011
Chi non ha capito la filosofia di Hegel?
Jon Stewart, Idealism and Existentialism. Hegel and Nineteenth- and Twentieth-Century European Philosophy. Continuum, London and New York, 2010.

Il solo titolo di questo volume non esprime in modo chiaro né l'intento né i contenuti che lo sostanziano. Si tratta infatti di un lavoro interessante impostato su una chiave di scrittura a tratti approfondita e celatamente sarcastica. Stewart individua in Hegel e Kierkegaard i due pensatori-simbolo dei paradigmi concettuali racchiusi nelle etichette di "idealismo" ed "esistenzialismo", e intesse intorno al confronto tra i due autori - sviluppato nella parte centrale del testo - una sua personale tesi interpretativa. La critica esistenzialista all'ottimismo e al "razionalismo" hegeliani dipende in buona sostanza da una radicale incomprensione della sua filosofia. Molti autori ispiratisi poi nel ventesimo secolo alle critiche kierkegaardiane o nietzschiane all'approccio hegeliano, ma anche molti lettori di formazione analitica, sviluppano le proprie osservazioni polemiche contro delle tesi che di fatto non sono mai appartenute a Hegel, e anzi, addirittura, i punti di contatto tra l'autore della Fenomenologia e l'esistenzialismo sarebbero, secondo Stewart, maggiori di quanto possano apparire. Al di là di alcune parziali rielaborazioni di porzioni della filosofia hegeliana, dalla coscienza infelice alla dialettica servo-padrone, a Hegel non si è mai perdonata fino in fondo l'identità di razionale e reale. Ma su questo punto, suggerisce Stewart, il pensatore tedesco è stato spesso letto in modo ingenuo, e ingiustificatamente interpretato come un Candide ottocentesco. E' stato di fatto caricaturizzato. L'esigenza hegeliana, tanto vituperata, non è diversa dalla comune necessità di esplicitare la natura organica di ogni pensiero filosofico. E il "sistema" non è un mostro, ma è tanto essenziale alla filosofia e al pensiero scientifico in generale, che osteggiarlo è un comportamento del tutto ipocrita. Hegel si colloca perfettamente in linea con autori come Spinoza e Kant, per i quali la sistematicità della filosofia è strutturale. Così Stewart spiega l'atteggiamento hegeliano: «he believed that the very notion of truth was necessarily bound up with its systematic form. In some ways it is odd that Anglophone philosophers have been so quick to dismiss Hegel’s conception of systematic philosophy given the fact that in contemporary thought, his conception albeit under names such as “a network theory of truth,” “a scientific paradigm,” or “holism,” remain quite popular. While the names used today to dispute this way of thinking differ from Hegel’s designation of “speculative philosophy,” the ideas underlying them is fundamentally the same: individual parts of the system have their meaning only in their necessary relation to the other parts, and thus as parts of a larger whole» (p. 27).
Il percorso analitico presentato da Stewart appare leggermente forzato nel quarto capitolo, dove l'autore cerca di sostenere la presenza di significativi punti di contatto (se non di sovrapponibilità) tra le concezioni della religione di Schopenhauer ed Hegel, mentre più convincente e interessante appare la sezione dedicata a Kierkergaard, riccamente corredata di un intrigante confronto tra il Socrate di Hegel e l'Abramo del pensatore danese, e in una puntuale indagine compiuta attorno al problema dell'individuo. Secondo Stewart, un'ulteriore caricatura del pensiero hegeliano, così diffusa tra i suoi lettori, dipende dalla mistificazione costruita attorno a un Hegel nemico dell'individualità, se non addirittura suo negatore. Tutto lo sforzo del pensiero politico hegeliano, cerca di provare Stewart, è focalizzato proprio nel tentativo di individuare una sintesi tra il modello sociale antico e l'individualismo moderno.
Un punto di contatto importante tra Hegel e un pensatore di riferimento per la storia dell'esistenzialismo - cioè Nietzsche - è stabilito nella forte presenza di motivi hegeliani nella Nascita della tragedia, a partire dalla dialettica tra apollineo e dionisiaco. Nietzsche sembrerebbe aver ereditato dal grande filosofo che lo ha preceduto anche la sua nota rappresentazione della commedia greca come momento emblematico di irruzione del pensiero logico e del pensiero critico nella cultura ellenica. Non mancano, ovviamente, le differenze tra i due: «Nietzsche’s account of the satiric chorus, for instance, has no precedent in Hegel’s analysis. Another essential difference between the two thinkers can be found in their respective normative appraisals of the origin and development of tragedy. Nietzsche often speaks with nostalgic […] For Hegel, by contrast, there is no sense of Romanticism or nostalgia» (pp. 161-162).
Nonostante l'ultima parte del testo lasci spazio a considerazioni sull'esistenzialismo novecentesco (da Sartre a Merleau-Ponty), la sensazione è che il volume si concluda nel suo intento interpretativo con l'ottavo capitolo, quando la tesi della miscomprensione del pensiero hegeliano è stata ampiamente sviscerata, argomentata e difesa.
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venerdì, ottobre 21, 2011
Democrito ti voglio bene

venerdì, settembre 30, 2011
Valter Lavitola ospite di Mentana
venerdì, luglio 15, 2011
Nicolai Hartmann, "Categorie della storia"
Proceedings of the Seventh International Congress of Philosophy
Pubblicato in N. Hartmann, Kleinere Schriften III, De Gruyer, Berlin 1958, pp. 321-326.
Tale essere spirituale è al tempo stesso sempre condiviso, è spirito comune o, secondo l’espressione hegeliana, “spirito oggettivo”. Lo spirito oggettivo dev’essere qui considerato quale una delle categorie fondamentali dell’essere storico, nella misura in cui si situa nel processo storico, senza tuttavia coincidere con esso; ma lì nasce, si dispiega e consuma. Tra esso e la categoria del ‘processo’ vi è fin dall’inizio codesta relazione: esso la condivide con tutto il reale, compreso il reale non spirituale, ma per lo spirito oggettivo – in particolare per la sua natura di agente – il processo si manifesta come processo storico. Inoltre, come determinazione fondamentale viene qui presupposto che in generale solo l’essere spirituale abbia una storia in senso stretto, mentre ne è privo l’essere non spirituale in quanto tale. Anche gli eventi naturali sono processi e si svolgono nel medesimo tempo. Ma non sono processi storici. La categoria di processo riferita alla storia è già condizionata dalla categoria di spirito oggettivo. E analogamente per mezzo di quella categoria nella storia è modificata e condizionata essenzialmente anche la forma categoriale fondamentale della temporalità.
Lo scopritore dello spirito oggettivo, Hegel, ha legato a questo concetto una metafisica dello spirito, da cui qui occorre in linea di massima prescindere. Hegel prese le mosse dalla posizione di una “sostanza spirituale universale”, per poi ridurre ad accidente il sé degli individui; questa sostanza attraversa le formazioni storiche, in cui essa unilateralmente si realizza. Nel processo storico essa lavora come una provvidenza, che perciò procura, sopra tutti gli scopi e le passioni umane, che la sua essenza si realizzi.
Questa teleologia storica di Hegel è sotto ogni aspetto insostenibile. E se il concetto di spirito oggettivo fosse agganciato a essa, allora andrebbe senz’altro sacrificato con quella. Ma si può dimostrare che quel concetto non cade assieme alla teleologia, e che anzi proprio nella teoria hegeliana si trova uno nucleo incontestabile e imperituro, che va facilmente separato da ogni costruzione, se si prende in considerazione il fenomeno come tale, senza pregiudizi, e si cerca semplicemente di descriverlo.
La nostra epoca è piena di teorie dello spirito. Ma a queste teorie manca un fondamento categoriale. Manca un concetto di spirito, che si dimostri solido per il fenomeno fondamentale della storicità. Un tale fondamento ora può essere cercato nello stesso concetto di essere spirituale. È per questo che lo si tratta come una categoria fondamentale.
II
Di solito ci si imbatte nell’idea secondo la quale la spirito personale sia ben conosciuto, mentre lo spirito oggettivo sia un qualcosa di problematico. Se ci si attiene scrupolosamente al dato, si ha allora un ribaltamento della faccenda. Noi sappiamo meno dell’essenza della persona, del soggetto, dell’io, ma relativamente molto dello spirito storico comune. Mentre la psicologia arriva appena a cogliere il singolo, la storia dello spirito ci dà informazioni più determinate su flussi, tendenze e mutamenti spirituali; la storia del diritto, dell’etica, dell’arte, del linguaggio, della letteratura, così come degli stati e delle costituzioni, può ovunque poggiare direttamente sull’oggettiva testimonianza dello spirito per sé stesso.
In realtà la versione puramente descrittiva dello spirito oggettivo non genera alcuna difficoltà. Noi parliamo senza ambiguità di spirito dei Greci, dei Romani, dei Franchi o degli Anglosassoni; parliamo anche in modo specifico dello spirito dell’Atene periclea, della romanità ciceroniana o augustea. E possiamo in ogni caso designare tale spirito più precisamente, differenziarlo, fissarlo in particolari caratteri. Se perciò si pensa ai rappresentanti o direttamente a ciò che è comune, non fa alcuna differenza, poiché anche i rappresentanti sono eletti soltanto quali esempi, e non come individui, per amore nei loro confronti. È sempre il comune, l’unitaria sfera spirituale, ciò di cui parliamo, e che diviene senza difficoltà compreso come tale. Ma ci sono i singoli rappresentanti, che portano in sé questa formazione unitaria come una ricchezza di caratteristiche esibibili.
In questo senso, ora, lo spirito oggettivo è in tutti gli ambiti: nel linguaggio, nei costumi (dove esso vige per ciò che è conveniente come per ciò che non lo è), nella morale, in arte, scienza e tecnica, nella religione, tra le visioni del mondo e nell’educazione; ma non di meno anche nelle forme della comunità, della vita sociale e politica, nel diritto e nello stato. Di tutti questi campi ciascun popolo ha in ogni tempo le sue particolari forme e caratteri. “In” essi vivono gli individui, e non sanno nulla di una vita al di fuori di quegli ambiti. Un individuo spirituale isolato senza spirito oggettivo, in cui egli si trova e nelle cui forme si muove, è un’astrazione. Per la relazione tra individuo e spirito oggettivo si danno le seguenti determinazioni:
- Lo spirito oggettivo è certamente portato dal collettivo degli individui, ma non è costituito da quelli, esso stesso non è di natura collettiva. Il linguaggio ad esempio non è fatto “dagli” individui, ma da formate possibilità espressive, ciascuna delle quali è condivisa da tutti gli individui. Per esso vuol dire appunto che il numero degli individui è qualcosa di secondario. Lo stesso vale per il diritto, per la morale, per l’arte, per lo stile di vita, e così via. Ma viceversa è la forma particolare dello spirito di questi ambiti ad essere ben più determinante per la forma del collettivo.
- Lo spirito oggettivo del momento è certamente condiviso dagli individui, ma non sorge mai in un singolo spirito umano. L’esempio più noto è quello della scienza: il sapere di un’epoca non sarà mai dominato da un’unica mente, lo dovrebbero condividere sempre molte menti in una divisione del lavoro, in cui esso si attualizzi come intero. Tuttavia la scienza di un determinato periodo forma un’unità e totalità e come tale viene sentita, dai contemporanei come dai posteri. Ma tale totalità è di un altro genere, di tipo contenutistico: una totalità obbiettiva.
- Lo spirito oggettivo forma una sfera comune, che è già sempre così che il singolo le sopravvenga. L’individuo penetrerà in essa, per poi familiarizzarvi anche col pensiero. Egli deve farla propria apprendendo. Quindi lo spirito non può essere ereditato, ma solo essere tramandato. L’impossessarsene è un lungo processo nella vita di ciascun uomo; in parte quel processo va deliberatamente esercitato ed assistito (educazione, formazione, insegnamento), in parte si compie involontariamente nell’ambito della convivenza umana. Nessuno inventa la propria lingua, morale o scienza; ciascuno accetta l’esistente, il suo pensiero sarà già improntato all’evoluzione di quelle forme, impara a dominarle, a muoversi in esse. Ogni interpretazione, esperienza, valutazione, presa di posizione, è per sua natura formata da ciò che già esiste e che è già ritenuto valido; vede il mondo, la vita, le relazioni umane in queste formazioni, né conosce altri modi. E se prima quello sguardo è cresciuto su un livello comune, può inoltre eccedergli e diventarne la guida.
- Così lo spirito oggettivo costituisce una forza immane nella vita dell’individuo – una forza portante, perché il singolo poggia su quello, - ma anche limitante, poiché per altro verso egli non può agire liberamente. Egli apprende di questa forza come di un qualcosa, a lui superiore, e in sé molto drammatico, quando egli si rivolta, quando emerge con innovazioni, quando vuol rovesciare convenzioni dotate di validità e approvazione. Lo spirito comune, che tiene prigionieri i contemporanei, fa resistenza; e se esso non fosse messo in movimento dai suoi stessi portatori, ogni lotta contro di lui sarebbe inutile, il nuovo sarebbe soverchiato dal peso dell’esistente. Questo fenomeno è ben noto anche nelle piccole esperienze. Ogni infrazione – anche di un costume di per sé indifferente, di una convenzione o modo di fare, costa cara al colpevole. Non perché il costume costituisca in modo assoluto la verità o il massimo valore, ma perché esso è ciò che esiste. In codesta forza, esercitata dallo spirito oggettivo, è perciò la prova più certa che esso è qualcosa di effettuale e storicamente reale.
- Nondimeno anche l’individuo da parte sua è in ogni momento una forza in movimento nello spirito oggettivo. E neanche quest’ultimo si ferma mai, è in continuo cambiamento, sebbene non in modo tale che anche il singolo faccia sempre esperienza del mutamento come tale. Il suo procedere corre in un'altra misura di tempo rispetto a quella degli individui. Tuttavia ci sono gli stessi individui che in esso costituiscono un movimento produttivo, sebbene non ne siano consapevoli.
- Lo spirito oggettivo non è un mero universale, il suo modo di essere non è quello dell’essenzialità (essentiae). Esso è qualcosa di legato al proprio tempo, ed è esso stesso temporale, con una propria genesi e una propria consunzione, un suo sviluppo, maturazione e tramonto. Ciò significa che esso è qualcosa di storicamente reale, che la durata della sua vita è limitata, non diversamente da quella degli individui. Noi distinguiamo perciò nel pensiero storico tra lingue viventi e lingue morte, tra morale valida e desueta, tra diritto positivo vigente e tale da non esser più positivo. Per lo spirito oggettivo ha valore soltanto il senso di giustizia reale, l’ethos sentito dai viventi. Un diritto ideale sarebbe mera essenzialità, idea, qualcosa di storicamente irreale e privo di vita. Lo spirito vivente ha ogni volta il suo imponente diritto, attualmente determinato nella coscienza giuridica degli stessi viventi.
- E tale vita propria dello spirito oggettivo è, come ogni reale, di volta in volta individuale. L’individualità non rimuove la sua universalità per i contemporanei. Essa implica semplicemente la sua singolarità storica, la sua unicità e irripetibilità; lo spirito oggettivo prende parte a tutto ciò che è storicamente reale, con le vicende, l’evoluzione e i destini dei popoli. Anche il determinato spirito del tempo non si ripete, tanto meno in alcun modo si ripete qualcosa nella storia.
- La legalità, rispetto al muoversi storicamente dello spirito oggettivo, non è fisica né psichica, ma una caratteristica legalità specifica di tipo storico-spirituale. Ciò consegue dalla descritta peculiarità del suo modo di essere. Lo spirito storico è perciò dipendente dall’essere di ordine inferiore: fisico, organico, psichico e individuale-spirituale; esso è “portato” da tutti questi strati del reale; dello spirito sospeso in aria – privo di portatori fisico-organici (gli individui, il popolo) – non c’è traccia in alcun ambito dell’esperienza umana. Lo spirito oggettivo, come quello individuale, procede solo come “spirito turbolento”. Ma questo rimestare, l’esser portato e l’essere subordinato, non impediscono che abbia una sua autonomia. Per cui né il suo modo di essere né le sue particolari formazioni storiche possono essere comprese a partire dalla struttura delle condizioni inferiori. Lo spirito oggettivo si “sopraedifica” sull’essere psichico, allo stesso modo i cui questo sopraggiunge all’essere organico. Lo spirito oggettivo è tanto poco una struttura razziale e di condizioni vitali di tipo fisico, quanto poco è una somma di persone. Esso in quanto totalità non è in generale scomponibile in elementi. Esso è originariamente un’unità di ordine superiore.
III
Fin qui il concetto di spirito oggettivo è in sé chiaro. Ma lo strano in lui è che non ha alcuna adeguata coscienza di sé stesso. Se fosse una sostanza spirituale sopra o dietro la molteplicità delle persone, e potrebbe essergli attribuito anche un carattere personale e una coscienza. L’idea di un essere coscienziale universale o trascendentale sarebbe quindi sufficientemente prossima. Ma lo spirito oggettivo non è così. Senz’altro si dà di esso una coscienza, ma non è la propria, bensì quella degli individui. E le coscienze individuali non risultano adeguate al suo contenuto oggettivo. Noi non sappiamo di una coscienza superiore alla coscienza umana, né ne abbiamo alcun indizio; e dobbiamo attenerci a ciò che conosciamo. Con le costruzioni non è possibile approssimarsi ai fenomeni. Possiamo allora senz’altro dire: lo spirito oggettivo ha la sua coscienza non in sé, ma in noi. Ma così la nostra coscienza non lo esaurisce in riferimento al contenuto, per cui si deve aggiungere: esso non ha altrettanta coscienza in noi. E d’altro canto, nella misura in cui esso non ha in noi la coscienza, esso non ne ha in generale.
È una situazione in sé paradossale, che si debba dare uno spirito senza coscienza. Dallo spirito soggettivo – e ad esso ci si dirige involontariamente – non sappiamo altro se non che l’essere spirituale è almeno coscienziale. Non inizia certo qui a essere coscienza (poiché c’è anche una coscienza non spirituale), ma non si dà mai senza coscienza. Tuttavia in questo differisce lo spirito oggettivo. Esso appunto non è spirito soggettivo, gli manca il soggetto, e senza soggetto, niente coscienza. I costumi di un’epoca, lo stile di vita, ciò che in un popolo è legge vigente, e così via, come tali non sono né soggetti né coscienze, e tantomeno sono persone. E la coscienza, che gli individui viventi hanno di sé, è assai lacunosa. Chi conosce poi per intero le leggi in vigore, nelle quali egli vive? Chi conosce in modo adeguato lo stile di vita, che è peculiare per sé e per gli altri? Il paese straniero lo si vede spesso più nitidamente, ma non è il proprio stile. Oltre tutto la morale esistente si presenta ai singoli ancora generalmente solo nella grandezza delle situazioni e dei conflitti che affrontano; solo che da questi non s’impara mai, - per non parlare della scienza, dell’arte, della comprensione delle visioni del mondo o della politica.
Hegel, malgrado la sua teoria della sostanza, ha visto questo curioso fenomeno molto chiaramente. Detto nel suo linguaggio lo spirito oggettivo non ha “essere per sé”: esso è soltanto “in sé”, ma non per sé. Così Hegel non chiedeva aiuto ad alcuna coscienza di ordine superiore, nessun intellectus divinus né archetypus. Anche lui trovava una coscienza dello spirito oggettivo soltanto nell’individuo. Ma una tale coscienza non è né propria dello spirito oggettivo, né è sufficiente.
Non si tratta soltanto di una stranezza, ma anche di un vero limite fatale per la sua autonomia storica. Perché c’è un ambito della vita spirituale in cui la sensazione della mancanza di una coscienza adeguata si fa più percettibile: è la vita politica dei popoli nella loro unità statuale. Siccome lo stato deve agire, avrebbe bisogno di una direzione, di previsione, di finalità e di volontà responsabile. Esso in quanto tale non ha nulla di tutto ciò, e solo gli individui ne sono dotati. Qual è la conseguenza? La coscienza individuale procede al posto dell’assente coscienza collettiva; forza, iniziativa, responsabilità di tutti appaiono “rappresentati” in un’unica persona, o anche in uno sparuto gruppo di individui. Ogni stato vivente nomina necessariamente persone individuali a posizioni di governo; che l’ordine delle cose sia patriarcale, monarchico o repubblicano, ciò determina in questo caso soltanto una differenza secondaria. Senza cui non può esistere. Ma è e rimane “solo un rimpiazzo” che non è mai completo. Poiché l’uomo resta uomo, e il suo elevarsi a una più alta responsabilità non lo può innalzare oltre sé stesso, né per moralità, né per saggezza. Anche in questo caso la rappresentazione risulta inadeguata.
Ne consegue che il destino politico dei popoli in linea di massima è affidato al caso - cioè in balia di forze sconosciute. L’uomo può condurlo solo in misura limitata. Ma fuori di lui e “sopra di lui” non c’è nessuno che possa dirigerlo.
