domenica

Piccola risposta ai 600 accademici preoccupati


Seicento illustri professori universitari hanno indirizzato una breve lettera – pubblicata sul sito del Gruppo di Firenze – a Governo, MIUR e Parlamento per denunciare la fragilità sintattica e ortografica dei giovani studenti universitari. La responsabilità? Ovviamente del sistema scolastico, che appare reagire in modo blando e inadeguato di fronte a strafalcioni grammaticali e proposizioni involute.

Solo due piccole osservazioni per le autorevoli personalità che hanno denunciato il caso.
Pochi mesi fa molti laureati italiani hanno partecipato ai concorsi a cattedra per diventare docenti di scuola secondaria. In alcune classi di concorso hanno superato la prova scritta molti candidati in meno rispetto ai posti messi a bando. Interrogati sulla ragione di questa durezza nella selezione, i commissari hanno semplicemente risposto che gran parte degli aspiranti docenti non solo non erano in grado di scrivere correttamente nella lingua italiana, ma avevano lasciato in bianco alcuni quesiti (tra l’altro assai generici) o addirittura avevano dato prova di profonda ignoranza nel proprio settore disciplinare.
Alcuni docenti universitari si sono sentiti accusati di aver attribuito il titolo di dottore a chiunque, dimostrando una certa leggerezza, di aver creato negli anni dei percorsi formativi troppo facili e privi di effettivi “sbarramenti”, consentendo anche ai meno preparati di completare gli studi. Alcuni docenti universitari, per difendere il proprio operato, hanno reagito duramente con lettere aperte o accusando il MIUR di aver elaborato delle cattive prove concorsuali.
Ma quanti studenti vengono respinti negli esami universitari? Quanti “diciotto” vengono attribuiti? E quanti “trenta”? Specialmente in alcune facoltà, la selettività accademica è andata smarrita, e non solo perché gli studenti sono meno preparati in “ingresso”, ma per ragioni di opportunità, per far decollare le iscrizioni ai corsi di laurea, per la concorrenza al ribasso che si è innescata tra gli atenei, ma pure per l’abbassamento del livello culturale del corpo docente. Lo stesso, purtroppo, accade nel mondo della scuola. Il processo è ormai avanzato, e lo denunciamo da anni. Tutti hanno il diritto di criticare la scuola, perché la scuola è di tutti. Ma forse i docenti universitari possono permetterselo meno degli altri.
Oggi i nostri accademici scaricano sulla scuola la responsabilità di un sistema formativo illanguidito, ma è una responsabilità che condividono, e non mi pare facciano alcuno sforzo per capirne le ragioni profonde.
Vogliamo provare una volta tanto a fare un’analisi delle difficoltà incontrate in Italia per mettere in piedi un sistema per l’istruzione di massa? A parte lamentarsi dell’ovvio, da un docente universitario ci si attenderebbe in primo luogo una discreta lucidità nel decifrare processi ed eventuali fallimenti della scuola di massa. Credono davvero che sia sufficiente – come propongono – aumentare i momenti di verifica delle competenze linguistiche? La loro denuncia non si misura affatto sulle difficoltà concrete delle scuole nei territori complessi. La normativa sui BES ha tanti difetti, e in generale le politiche inclusive oggi non riescono a riequilibrare una buona politica scolastica, andando a indebolire spesso la qualità di alcune azioni didattiche, e abbassando in parte il livello generale. Ma questo accade soprattutto per ragioni finanziarie, perché nella scuola italiana non si investono risorse sufficienti.
Eppure nemmeno i soldi risolverebbero completamente il problema, poiché profonda è l’influenza di altre agenzie educative nella formazione dei linguaggi. E anche su questo, ci sarebbe molto da dire e da ragionare.

Forse i nostri studenti non sanno come scrivere, ma i nostri professori, purtroppo, non sanno cosa scrivere.





mercoledì

Quer pasticciaccio brutto degli Esami di Stato



In questo articolo sosterrò due tesi intuitivamente contestabili. Ma per essere certo di non essere
frainteso, ricorrerò a un metodo espositivo che piace molto ai filosofi anglosassoni, dichiarando subito dove intendo andare a “parare”, per poi articolarne le ragioni: 1) la commissione per l’Esame di Stato composta da un solo membro interno, così come accadeva in passato, è preferibile alla commissione mista attualmente in uso; 2) il numero di materie su cui gestire il colloquio d’esame dovrebbe essere ridotto il più possibile.
Procediamo con ordine, soprattutto per i non addetti ai lavori.
Nell’ambito degli Esami di Stato (o di maturità, come si chiamavano fino al 1996), per quale motivo sono previsti dei commissari esterni? Nonostante la variazione periodica del numero di esaminatori provenienti da altre scuole cui abbiamo assistito negli ultimi anni (in una certa fase la Commissione era formata addirittura da un solo presidente esterno per tutte le classi quinte di un intero Istituto scolastico), il senso di questa presenza è molto chiaro, ed è suggerito dal nome stesso della funzione. Il Commissario esterno, in veste di funzionario dello Stato, deve verificare che in un determinato Istituto i programmi e i processi di istruzione siano stati svolti regolarmente e con senso di responsabilità da chi lavora in quelle scuole. Si tratta di un’importante funzione di garanzia, che ha in seconda battuta la virtù educativa di sottoporre per la prima volta un giovane studente a una circostanza complessa: essere un candidato che viene esaminato da una Commissione ufficiale, con la quale non ha rapporti personali, né pedagogici, pregressi.
Qual è, invece, il ruolo della componente interna di una commissione d’esame? Senza dubbio, è quello di consegnare ai Commissari esterni tutta la complessità e la specificità di singoli casi, di testimoniare alti e bassi di un processo educativo, che può in sé annidare le criticità di una storia personale, o di un deficit strutturale dell’organizzazione scolastica. Anche il membro interno porta con sé un fattore pedagogico che è conseguenza del suo ruolo: nella maggior parte dei casi la sua presenza rassicura l’allievo, che si sente accompagnato in questa prova importante da un adulto che conosce e che lo conosce. Da questo punto di vista, il vecchio Esame di maturità, con un membro esterno e la commissione interamente esterna, risultava sostanzialmente equilibrato, e assegnava a ciascuno un ruolo univoco, chiaro, trasparente.
Altro accade invece con la commissione paritetica 3+3 (più il presidente, che è sempre esterno), nella quale a tre commissari interni sono affiancati tre membri provenienti da altre scuole. Non è colpa di nessuno in particolare, ma per un’ovvia dinamica di psicologia sociale (che solo i meno avvertiti si ostinano a non voler riconoscere), è quasi impossibile attenersi al solo ruolo istituzionale, che vorrebbe una valutazione oggettiva e serena. Tutti ci proviamo, ma la struttura dell’esame in sé genera una dinamica non controllabile. Infatti, in forza del suo ruolo, il membro esterno tende inconsapevolmente ad assumere un atteggiamento sospettoso nei confronti della struttura che lo accoglie, e nella valutazione tende ad essere più esigente di quanto non sia abituato a fare con i propri alunni, dei quali conosce bene storie culturali ed eventuali difficoltà personali. Simmetricamente, avvertendo la dinamica, il membro interno si sente in dovere di dover piegare i propri processi valutativi in modo da bilanciare quell’altro effetto. Il membro esterno si aspetta proprio questo dagli interni (spesso infatti, se alla fine i voti risultano bassi, rimprovera gli interni di non aver “difeso” abbastanza i propri studenti), e così si innesca un’ineludibile concatenazione di attese e giochi delle parti, che solo i più superbi tra i docenti negano di aver vissuto.
Sottrarsi è possibile, ma è oggettivamente molto arduo, anche perché come tutte le dinamiche psico-sociali, agisce inconsciamente.
Detto questo, la dinamica impazzisce quando entriamo nel merito delle discipline su cui valutare gli studenti. Uno dei più importanti risultati del Sessantotto, fu quello di aver ottenuto la modifica dell’Esame di maturità, racchiudendo in un piccolo nucleo di materie l’oggetto del colloquio finale. Gli studenti dovevano comunque arrivare preparati in tutte le discipline alla fine dell’anno, per poter accedere all’esame, ma il colloquio in sé doveva concentrarsi su soltanto due materie (tra l’altro scelte dallo studente in una rosa proposta dal Ministero). Questa legge aveva alle spalle una meditazione profonda emersa dalle istanze del Movimento studentesco, ma anche di filosofi importanti, come Guido Calogero.
L’Esame di Stato è una prova di maturità nell’approfondimento, ma anche di valorizzazione delle passioni personali. Rovesciare in campo tutte le materie in un colloquio di 50 minuti è semplicemente ridicolo. Mi stupisco che molti colleghi, che pure parteciparono ai movimenti studenteschi, oggi difendano questa sottospecie di colloquio multidisciplinare che è (giustamente) delegittimato e privo di ogni profondità.
Per questa ragione, propongo una riflessione su quanto sta accadendo in questi giorni con l’affidamento delle materie d’esame ai membri esterni. Per il Liceo Scientifico il Ministero ha per la prima volta scorporato la Matematica dalla Fisica, assegnando la prima (oggetto di una delle prove scritte ministeriali) al membro interno, e la seconda al commissario esterno. Tra gli esterni, sono stati “reclutati” docenti di Italiano e Inglese. Qui nasce l’imbarazzo di molti. Infatti, qualcuno protesta che scorporando le due materie dell’area fisico-matematica il Ministero abbia voluto alleggerire gli studenti, riducendo il numero di materie da preparare per il colloquio (Fisica l’avrebbero dovuta studiare comunque, in vista dell’orale e della terza prova). Ma questo sarebbe semmai un pregio di questa separazione, non un difetto.
Tuttavia qui si viene a creare un vero pasticcio, perché di fatto, se nella correzione della prova di Italiano (che dovrebbe essere collegiale, ma che è spesso affidata a sottocommissioni) il docente con una competenza specifica è un commissario esterno, per l’altra prova scritta (Matematica) non c’è più – com'era previsto dalla normativa – la sola competenza prevalente di un docente interno, ma anche di un esterno. Cioè ci sarebbero due docenti della stessa materia a correggere congiuntamente le prove d'esame. Evidentemente questo potrebbe creare uno squilibrio nei processi di valutazione. Forse potrebbe essere lo stesso Ministero, a questo punto, a “suggerire” ai Consigli di classe, onde ovviare a questo problema, nell’ individuare le materie assegnate ai membri interni, di scorporare simmetricamente il Latino dall’Italiano, e “spedire” in commissione il docente di Latino (che poi spesso durante l’anno è lo stesso che aveva insegnato Italiano). Basterebbe una nota ministeriale per chiarire che la cosa è possibile, e forse molti docenti l’approverebbero, senza temere di essere mal giudicati dalla componente esterna della Commissione, in quanto sollecitati dal MIUR. Tra l’altro mi risulta che situazioni analoghe si stanno verificando anche in altri indirizzi, non solo nel Liceo Scientifico.
Se è vero che i membri esterni servono proprio ad arginare l’attitudine protettiva degli interni, è altresì necessario che questi ultimi provino a disinnescare l’eventuale (ma non rara) ansia correttiva degli esterni. Il sistema 3+3, per le ragioni che ho esposto, mi pare sbagliato, ma per limitare i danni è necessario che resti in equilibrio.
Facile dire che sarebbe sufficiente per ciascuno rispettare i ruoli e il mandato del Governo. I docenti sono donne e uomini, non macchine, e come in tutti i sistemi andrebbero ridotti i fattori di rischio, non aumentati.
Tuttavia, l’idea che mi colpisce di quella proposta è la possibilità, finora inedita, di tornare a ridurre il numero di materie su cui impostare il colloquio. Le altre materie (escluse) ne risulterebbero svilite? Io insegno Storia e Filosofia, e avere cinque minuti a disposizione per ascoltare uno studente parlare dell’Olocausto, sinceramente, non mi pare garantisca gran prestigio al mio lavoro, né al suo studio. Credo valga lo stesso per i docenti di Arte, Scienze o qualsiasi altra disciplina.

In ogni caso, sarebbe forse il caso che gli intellettuali italiani aprissero un dibattito più approfondito sugli Esami di Stato; è una cosa di cui si avverte certamente il bisogno.



martedì

Chi è interessato alle nostre emozioni?

 
L’ultimo libro di Tiffany Watt Smith (The Book of Human Emotions. An Encyclopedia from Anger to Wanderlust, Profile Books 2016) non è un semplice dizionario delle emozioni, né un atlante delle molteplici sfumature del nostro sentire. Si tratta invece di una ricerca puntuale e multidisciplinare sulla straordinaria articolazione storica e culturale del nostro vissuto interiore.
Il volume è preceduto da una bella introduzione, che mette in chiaro il punto di vista dell’autrice, indicando anche l’orizzonte di una necessità politica per l’approfondimento di questo tema. L’esigenza di rimuovere ogni equivoco si concretizza in primo luogo precisando che, quando parliamo dell’umanità, abbiamo a che fare con un essere storico, per nulla statico, nemmeno nelle sue strutture psichiche fondamentali. Lo stesso termine “emozione” è entrato nel lessico scientifico e popolare solo in tempi relativamente recenti. Prima del 1830, infatti, le persone provavano solo “passioni” o “sentimenti morali” oppure, al limite, “accidenti dell’anima”. La nostra dimensione sentimentale è stata prevalentemente agganciata al tema etico o al problema del controllo razionale delle passioni. A partire dagli anni Trenta del diciannovesimo secolo, ha cominciato a diffondersi, specialmente nel dibattito scientifico, un’altra lettura – anch’essa antica ma a lungo rimasta minoritaria – dei nostri processi emotivi. Mi riferisco alla chiave di intepretazione medico-biologica, fondata sulla teoria degli umori. Si tratta di approcci che trovavano fondamento nelle ipotesi di Ippocrate e poi riprese dalla medicina medievale islamica, trasmesse nel Rinascimento occidentale e giunte fino all’Ottocento, nella forma di una teoria dell’equilibrio di quattro sostanze corporee: bile gialla, bile nera, sangue e flegma. Lo squilibrio tra questi elementi sarebbe stato, secondo tale approccio la causa dei cambiamenti d’umore. Sarà poi il filosofo Thomas Brown, all’inizio dell’Ottocento a utilizzare per la prima volta il termine emotion seguendo questa chiave di lettura biologistica.
Tuttavia, com’è noto, il primo vero scienziato che ha deciso di sviluppare una lunga e dettagliata ricerca sul tema è Charles Darwin, con il celebre lavoro sulle Espressioni delle emozioni nell’uomo e negli animali (1872); poco dopo di lui, dall’altra parte dell’Atlantico, si sarebbe misurato con questo tema, riconducendo il termine in un quadro concettuale più prettamente psicologico, il filosofo William James con i suoi Principi di psicologia (1890).
Tiffany Watt Smith ci ricorda che non solo il termine “emozioni” rinvia a una storia di diversa percezione delle alterazioni psico-fisiche, ma anche l’idea che esista un set di emozioni fondamentali, uguali per tutti gli esseri umani in ogni luogo e in ogni epoca storica, rispetto alle quali tutte le altre varianti si costituirebbero come combinazioni, è un’idea antica, ma errata. Persino nei precetti confuciani del “Li Chi” si parla di sei sentimenti basici, e una posizione analoga la si può trovare in Cartesio e in molti altri filosofi. Tuttavia, le ricerche antropologiche contemporanee tendono a contestare questo presupposto, così come meno certo appare quello che Darwin asseriva con sicurezza, e cioè che vi siano espressioni facciali (come il digrignare i denti che accompagna la rabbia) il cui significato sarebbe univoco per ogni essere umano. Si tratta di un pregiudizio occidentale, non sufficientemente fondato.
A questa meravigliosa molteplicità di varianti emotive è in fondo dedicato l’intero libro. Il volume è un originale vocabolario affettivo. L’autrice illustra in esso le emozioni più comuni, come l’ansia o il terrore, ma anche processi psichici peculiari, individuati in alcune culture, come l’ “abhiman” o la “mudita”, entrambi tipici della tradizione indiana. L’autrice dimostra non solo quanto profonde siano state le sue ricerche, ma dà prova di una buona capacità descrittiva, sintetica e chiara.
Molto interessante è tuttavia la conclusione dell’introduzione, che ci invita a riflettere sull’importanza di questo genere di ricerche. Troppo poco infatti ci soffermiamo a meditare su quanto le emozioni siano diventate interessanti nella società contemporanea. Non solo per chi le vive, ovviamente, ma soprattutto per chi ne può trarre profitto. Siamo tutti pronti a ribadire quanto il conoscere le proprie emozioni sia funzionale a sviluppare una buona resilienza o a gestire lo stress e migliorare le relazioni. Va bene. Ma quando ci fermeremo a ponderare che osservatori politici, governi nazionali e gruppi finanziari non fanno altro che monitorare e orientare i nostri processi emotivi?
Il libro di Watt Smith non si spinge oltre su questo terreno, ma ci offre l’occasione per misurare un problema. Il Novecento ci insegna quanto gli Stati totalitari avessero appreso a leggere e animare i sentimenti collettivi. Tuttavia, molto più dei governi sono stati attenti alle trasformazioni dei nostri bisogni interiori le multinazionali, che hanno poi rapidamente appreso a indurre quegli stessi processi attraverso forme di comunicazione sempre più pervasive, e che oggi ci portiamo in tasca senza poterne più fare a meno. Come operai della fabbrica taylorista, produciamo con i nostri semplici spostamenti le condizioni del nostro sfruttamento. Le nostre emozioni, le cui tracce lasciamo ogni istante sul tracciato del comportamento di consumo informatico, sono infatti il piatto più ghiotto per chi è mosso da fini di profitto o di controllo sociale.
La politica si adegua sempre con un po’ di ritardo ai cambiamenti, ma solo un cieco non si accorgerebbe che ormai la dimensione logica e razionale è completamente estranea al discorso politico. Altro che biopolitica! Quella è una categoria superata. Siamo entrati nella psico-politica, perché il vero petrolio del nuovo secolo non è il turismo (come scioccamente si dice), né lo sono le informazioni (che non valgono più nulla, perché sono troppe). Il vero tesoro sono le “intenzioni”, e il fatto divertente è che in teoria sarebbero nostre, private, addirittura inconsapevoli, ma di fatto sono consegnate a una fluttuazione pubblica, esposte così a potenti condizionamenti.
Conoscere le emozioni non ci aiuta a sottrarci immediatamente da questo processo, ma ci colloca su un livello di attenzione, che è indispensabile per qualunque aspirazione al cambiamento.




lunedì

Sull'unicità dell'Olocausto




Oggi potrebbe apparire scontata, e quasi retorica, un’affermazione che indicasse nell’Olocausto l’evento cruciale del Novecento. Gli uomini di quel tempo non ebbero questa stessa sensazione, e neppure le menti più raffinate, gli uomini e le donne di cultura, si avvidero fino in fondo di ciò che stavano vivendo. A ben vedere, neanche negli anni Cinquanta e Sessanta il mondo della cultura, se non pochi tra i suoi rappresentanti, se la sentirono di fare i conti con Auschwitz e di porre quell’episodio della storia contemporanea al centro della propria riflessione. Se alcuni intellettuali prestarono servigio culturale e sostegno morale alle politiche di sterminio, come Martin Heidegger, Ernst Jünger, o Céline, altri conobbero invece la catastrofe come testimoni, come sopravvissuti all’orrore della persecuzione, e si sono fatti scrittori-narratori e interpreti dell’Olocausto. Tra essi possiamo agevolmente riconoscere Primo Levi, Jean Améry, lo psicoanalista Bruno Bettelheim, oltre ai numerosi altri testimoni della Shoah. Pochi e inascoltati furono, infine, i “segnalatori d’incendio”. Intellettuali di primo piano, per lo più esuli, come Hannah Arendt, Adorno, Marcuse e pochi altri, i quali già durante la guerra cercarono di portare l’attenzione sulla deriva dell’antisemitismo nazista.
A partire dagli anni Ottanta, diversi fattori contribuirono invece a far maturare un rinnovato interesse degli intellettuali, e di conseguenza dell’opinione pubblica, verso la comprensione di quanto gli eventi legati all’Olocausto potessero rappresentare per l’umanità. Tale fenomeno culturale può essere ricondotto a una sorta di consapevolezza della perdita progressiva delle principali fonti della memoria, ossia i testimoni diretti, o forse al trascorrere del tempo, che mediante la distanza pluridecennale favorisce una maggiore messa a fuoco (e un minore coinvolgimento) da parte degli osservatori; oppure dalla diminuzione del peso ideologico nei confronti degli eventi della seconda guerra mondiale. E’ inevitabile registrare, ad ogni modo, negli ultimi decenni del secolo, un proliferare di studi sull’Olocausto, alcuni dei quali dall’alto spessore filosofico.
Oggi la nostra coscienza collettiva di europei, la nostra memoria storica e la nostra stessa identità etica si fondano invece su una meditazione permanente sulla Shoah, la nostra stessa essenza di uomini e donne contemporanei, si costituisce sulla consapevolezza di essere perennemente in bilico sull’abisso, al cui fondo c’è la catastrofe. Questo pensiero, su cui ci soffermeremo, è talmente spaventoso, che si manifestano costantemente insidiosi tentativi di allontanamento di quel problema dalla nostra coscienza attraverso due stratagemmi cognitivi: uno volgare, che è il negazionismo, cioè la costruzione di argomenti volti a negare la verità storica, e uno più subdolo e pericoloso, costituito dall’idea dell’inspiegabilità dello sterminio degli Ebrei d’Europa.
Tale tesi si fonda sull’idea che nonostante le testimonianze e tutte le ricostruzioni storiche delle dinamiche che hanno portato alla Soluzione Finale, l’enormità (sul piano morale) dell’evento non trova alcun precedente nella storia e nessuna possibilità di comprensione da parte dei contemporanei. In realtà l’Olocausto è un fatto umano, nato da ragioni umane, pertanto deve poter essere spiegato, mentre ricorrere all’inspiegabilità significa sostanzialmente evocare una tesi mistica. I sostenitori dell’inspiegabilità della Shoah ovviamente non si riferiscono alla pur difficile ricostruzione storiografica del sistema di governo nazista, né delle politiche di ghettizzazione. Il confine tra spiegazione e inspiegabilità viene varcato non appena si pone la questione del “senso” dello sterminio, della brutalità dei carnefici e dell’indifferenza dei complici; dell’ampiezza del crimine e dell’incredibile implicazione di migliaia di persone, in una civiltà tra le più avanzate del mondo. Ma sostenere l’inspiegabilità significa porre la catastrofe ebraica oltre la storia, in una dimensione extratemporale; si tratta sostanzialmente dello stesso rischio che si corre continuando a definire “diabolici” i nazisti e “sante” le vittime. Il punto è che persiste una sorta di resistenza psicologica a spiegare l’Olocausto. Si tratta infatti di un evento che mette a nudo la crudeltà assoluta di un assassinio, ed è una crudeltà che possiamo in parte ritrovare in noi stessi: il fatto che sia accaduto, nelle modalità in cui è accaduto, ci comunica la possibilità di tali livelli di crudeltà nell’essere umano, un genere cui noi pure apparteniamo. Questa constatazione certamente può apparire sconvolgente. Ma superando questa resistenza psicologica, ci accorgiamo che se quel “male” è presente in tutti gli uomini, almeno in potenza, allora esso è spiegabile.

Questo non vuol dire che la Shoah sia un fatto storico come un altro, magari solo più cruento. Molti massacri e genocidi presenti e passati dimostrano che l’essere umano è in grado e talvolta disposto a brutalità simili, ma è pur vero che nel caso della Shoah abbiamo una sorta di unicità, che è data dalla motivazione che sta alla base dello sterminio. Per capire le dinamiche che hanno reso possibile l’Olocausto bisogna guardare a pochi ma significativi fattori:
1)      si era certamente affermato in Germania un blocco di dirigenti fortemente antisemita e animato da una fanatica idea di riassetto razziale del continente, sostenuto in ciò da una schiera di scienziati, medici, professori  universitari e intellettuali di varia levatura. A questo folto gruppo si possono aggiungere svariati elementi sadici del basso ceto medio, che unitamente ai primi hanno scientemente organizzato e perpetrato lo sterminio.
2)      Ma il dato vero è un altro: il leggero ma diffuso sentimento antisemita che inibisce la reazione della popolazione tedesca. Non era impossibile reagire o opporsi al regime: infatti alcuni movimenti di opposizione ottennero la fine (o quasi) dell’operazione eutanasia; un movimento di protesta in Baviera indusse il governo del Reich a cancellare il provvedimento che rimuoveva il crocifisso dalle aule; inoltre non risulta che alcun tedesco fu mai incarcerato o eliminato per non aver preso parte al genocidio. Ciononostante, la gran parte del popolo tedesco lasciò indifferentemente trucidare sei milioni di innocenti.

            Con queste considerazioni ci troviamo all’interno di un intenso dibattito sviluppatosi tra gli storici e studiosi di scienze sociali, noto come contrapposizione tra “intenzionalisti” e “funzionalisti”. I primi privilegiano un’interpretazione tutta volta a rintracciare una forte motivazione da parte di una consistente componente della popolazione tedesca (a tutti i livelli sociali), determinata da un diffuso antisemitismo, all’ostracismo nei confronti degli ebrei, sublimata da Hitler e dal suo entourage in una volontaria e programmata, fin dai primi anni dell’ascesa politica, politica di sterminio. Gli storici funzionalisti, al contrario, ritengono di poter rintracciare diverse fasi, a tratti incoerenti, delle politiche di emarginazione, persecuzione, deportazione e infine eliminazione degli ebrei. In tale quadro alcune dinamiche impersonali, come la burocratizzazione delle funzioni pubbliche, o lo stato di guerra, con tutte le componenti che esso comporta, nonché una sorta di anarchia normativa nella gestione del potere tra i gerarchi nazisti, concorrono come concause verso un epilogo che anche se profetizzabile, non era concretamente predeterminato.
Certo è che questo evento tragico si sviluppa nel mezzo di un orizzonte di politica di “riassetto” dell’Europa. Nell’ottica nazionalsocialista le regioni di Warthegau e Slesia dovevano ospitare cittadini di origine puramente tedesca, il che comportava l’espulsione di tutti i polacchi, ebrei e zingari, reinserendo i tedeschi provenienti dall’Europa orientale. Quest’obiettivo venne perseguito alla luce del principio guida di Himmler: si possiede una terra solo quando anche l’ultimo dei suoi abitanti appartiene alla nazionalità di quella terra. Tra i polacchi una parte doveva essere “ri-germanizzata”, gli altri andavano trasferiti a oriente, e privati della loro intellighenzia, sarebbero stati usati come manodopera a basso costo. Gli ebrei dovevano essere trasferiti invece nel distretto di Lublino  o oltre il confine con l’Unione Sovietica. Responsabile della politica di riassetto era proprio Himmler. Gli obiettivi del Lebensraum e del Volksdeutsche erano prioritari sulla difficoltà della deportazione degli ebrei. Se doveva inizialmente avvenire nel distretto di Lublino, in Polonia, ai margini del Reich, in un secondo momento, date alcune difficoltà, fu ipotizzata una ghettizzazione forzata in Madagascar, obiettivo divenuto successivamente impraticabile anch’esso. Sennonché l’espansione in Russia avrebbe implicato la cattura di altri ebrei, per cui la politica di deportazione cominciò a divenire insostenibile. Di qui, in maniera progressiva e con tempi diversi, si diede atto alla Soluzione Finale. Lo sterminio non era un obiettivo preventivato fin da prima della guerra, ma maturò nell’estate del 1941 .
Nel 1992 Christofer R. Browning ha pubblicato un libro estremamente significativo, Uomini comuni, in cui analizza la documentazione, rinvenuta nell’archivio dell’Agenzia centrale di Stato per l’amministrazione della giustizia della Repubblica Federale Tedesca, relativo alla vicenda umana e militare del Battaglione 101, un reparto dell’Ordnungspolizei tedesca composto da riservisti di polizia . La particolarità di questa vicenda consiste nella composizione del Battaglione 101 e nella sua missione: si trattava di un manipolo di poliziotti di mezza età, troppo maturi per la guerra guerreggiata, e destinati dai vertici militari all’ingrato compito della fucilazione di ebrei in Polonia. La ricostruzione, resa possibile dagli interrogatori dei membri del Battaglione 101 in seguito al crollo della Germania nazista, mostra come dei poliziotti comuni, non particolarmente inebriati di ideologia antisemita, né fedelmente indottrinati al pari delle SS, divennero spietati assassini. Browning mostra alcune dinamiche psicologiche emblematiche: i persecutori trovarono grandi difficoltà a sopportare i loro compiti durante le prime spedizioni, ma col tempo l’assuefazione all’omicidio e l’abbrutimento morale ebbero la meglio su ogni possibile tentativo di resistenza. Solo una minoranza disobbedì agli ordini, mentre la maggioranza si adeguò allo scopo della missione. Gli uomini del Battaglione 101 non avevano mai preso parte a una battaglia, non avevano mai visto morire i propri amici in guerra. In questo caso l’abbrutimento non fu dunque la causa, ma un effetto del loro stesso comportamento. Inoltre, questi uomini non agivano con distacco burocratico, senza vedere le proprie vittime soffrire, la loro azione non era costituita sul modello di una catena di montaggio in cui si prende parte all’opera senza conoscerne da vicino l’esito finale. Al contrario, i riservisti camminavano nel sangue delle proprie vittime: uomini, donne e bambini.

A questo proposito l’autore rievoca alcuni esperimenti psicologici, come l’esperienza della «prigione» costruita da Philip Zimbardo a Stanford nel 1971 , in cui alcuni volontari, costretti a ricoprire il ruolo di secondini in una prigione (i cui prigionieri erano altri partecipanti all’esperimento), tendevano in maggioranza ad assumere comportamenti visibilmente oppressivi e autoritari. L’esperimento iniziò con l’esecuzione da parte dei detenuti di alcuni piccoli compiti che ne mettevano in ridicolo la dignità e il comportamento. Dopo una sola settimana (la ricerca ne prevedeva due), gli studiosi furono costretti ad interrompere l’esperimento, poiché gli attori che impersonavano i secondini avevano cominciato a imporre condotte e punizioni fortemente degradanti nei confronti dei detenuti, situandosi al confine con la tortura, che mettevano seriamente in pericolo l’integrità fisica e psicologica di questi ultimi.
Allo stesso modo, per spiegare il fenomeno della cieca obbedienza all’ordine di sparare, Browning richiama il concetto di «conformismo». Anche in questo caso viene ripreso un esperimento psicologico, ideato e messo in atto da Stanley Milgram, in cui si mostra quanto sia radicata nella nostra società la deferenza nei confronti dei superiori, e quanto il conformismo pesi a qualsiasi livello delle azioni umane. La ricerca di Milgram faceva riferimento all’esecuzione da parte di alcuni soggetti, di comportamenti lesivi nei confronti di altri individui, sotto la guida di un’autorità scientifica. Nello specifico, un finto medico chiedeva ai soggetti di somministrare delle scariche elettriche sempre più forti a una vittima. In tale ricerca si osservano molte varianti, come la parziale, nulla o totale visibilità della vittima alla vista del “torturatore”, il livello di autorevolezza del medico, e quant’altro. I soggetti si mostrarono per la maggior parte inclini all’esecuzione della tortura, rivelando particolare acredine in situazioni di non visibilità della vittima,  e grande sollecitudine nei casi in cui la vittima non era vista né sentita. L’autorità della scienza si dimostrava estremamente efficace nella dimensione di un’auto-deresponsabilizzazione del soggetto: la correttezza si misurava non più in relazione agli effetti dell’azione, ma in base all’efficienza dell’esecuzione del compito. Secondo il sociologo Zygnmunt Bauman, è possibile ipotizzare, sulla base di questa ricerca, che in un’organizzazione in cui la possibilità di scaricare la responsabilità diventa strutturale, si ottiene “una libera fluttuazione della responsabilità”, che dunque rimuove ogni freno di natura morale. Di grande rilievo è l’esito dell’esperimento di Milgram nella variante in cui si pongono due autorità non pienamente concordi. In tale contesto, l’esercizio della tortura non è stato effettuato. Se ne deduce che la pedissequa obbedienza agli ordini consegue dal rapporto con una fonte di autorità univoca, risoluta e monopolistica.
La tesi di Browning si pone un’altra finalità, perché non vuole ridurre al solo antisemitismo la causa della brutalità nazista, ma si sforza di comprendere, in tutta la sua complessità, il comportamento degli esecutori. Non a caso conclude la propria ricerca con queste parole: «all’interno di ogni collettività sociale, il gruppo di riferimento esercita pressioni spaventose sul comportamento e stabilisce le norme morali. Se in circostanze analoghe gli uomini del 101 divennero assassini, quale gruppo umano può reputarsi immune da un tale rischio?» .
            La domanda sul come fosse possibile ai soldati tedeschi accettare di eseguire ordini spesso a i confini di ogni tollerabilità umana, trova parziale risposta, come Zygmunt Bauman ha messo in evidenza, nel processo di “disumanizzazione” del nemico, così scientificamente perseguito dalle autorità nazionalsocialiste . L’antisemitismo, nei primi decenni del Novecento, non poteva certamente essere definito come un fenomeno culturale tipicamente tedesco. Si può anzi dire che la repubblica di Weimar costituiva la contrario una sorta di approdo alla libertà da parte di ebrei discriminati altrove, ad esempio in Francia. Questa semplice constatazione deve servire a cogliere un punto fondamentale, sebbene senza la diffusione di un’ideologia, quanto meno diffidente nei confronti dell’ebraismo, non sarebbe stata probabilmente possibile la Shoah, non è pacifico leggere tale fenomeno come il culmine del crescente sentimento antisemita diffusosi in Europa, semplicemente perché non corrisponde, secondo Bauman, a verità. Più che di ostilità, il sentimento della popolazione tedesca nei confronti degli ebrei era di indifferenza e in molti casi di diffidenza. Su tale sentimento i nazisti riuscirono tuttavia a costruire il processo di disumanizzazione del nemico interno ricorrendo al linguaggio medico. L’uccisore delle camere a gas poteva quasi sentirsi un ufficiale sanitario, perché ormai la vittima era stata linguisticamente assimilata a “pidocchio”, “parassita”, la questione ebraica diventò un problema di igiene politica, di pulizia personale. Gli ebrei venivano sistematicamente paragonati a bacilli della peste, a virus, la cui eliminazione dall’Europa avrebbe rappresentato una “guarigione”, un’autodepurazione. Lo stesso obbligo per gli ebrei di esibire la stella di David veniva definita da Goebbels una misura di “profilassi igienica”. E’ evidente in tutto ciò in quale misura fosse importante il ruolo della scienza e della medicina in particolare in questo processo di demonizzazione dell’Altro.

            Secondo Bauman c’è una stretta connessione, che non costituisce in alcun modo identificazione, tra la modernità e l’evento “Olocausto”. La modernità, intesa in particolar modo come significativo livello di sviluppo tecnologico, come tipologia strutturale dello stato moderno (monopolio della violenza e inclinazione all’ingegneria sociale) e di emancipazione della politica, come presenza rigorosa di elevati tassi di burocratizzazione e divisione del lavoro organizzativo, diventa per Bauman condizione necessaria ma non sufficiente al verificarsi della Shoah. Seguendo le analisi sulla burocrazia di Max Weber, non possiamo constatare come una volta stabilito l’obiettivo, nel nostro caso la “soluzione finale”, il detentore del potere appare, rispetto alla sua burocrazia, come un dilettante nei confronti di uno specialista. Il potere dell’apparato degli esperti e delle sue valutazioni costi-benefici diventa dunque estremamente elevato. Ed è proprio questa dinamica di efficiente risoluzione del problema che porta l’apparato organizzativo a ritenere impraticabile prima la costituzione di un principato ebraico ai margini del Reich, poi in Madagascar, e infine a riconoscere come unica soluzione praticabile quella dell’eliminazione fisica. la peculiarità dell’apparato nazionalsocialista ad aver determinato una traslazione del senso morale verso un senso dell’onore del servizio (si pensi alla linea di difesa di Eichmann). Tale trasmutazione dei valori secondo l’autore è resa possibile dalla compresenza di quattro condizioni accompagnatorie degli ordini: la violenza che si richiede di esercitare appare autorizzata (legata cioè a una forte autorità di riferimento, che si assume la responsabilità delle conseguenze, liberando dunque apparentemente il sottoposto dalle medesime), inserita in una routine amministrativa, diretta contro un nemico ideologicamente disumanizzato, e praticata nella maniera possibilmente più invisibile (come scrive Hilberg riferendosi al genocidio: «la maggior parte dei partecipanti non arrivò a sparare su bambini ebrei né a introdurre del gas nelle apposite camere… La maggior parte dei burocrati coinvolti stilava promemoria, preparava progetti, parlava al telefono e partecipava a conferenze. Essi erano in grado di distruggere un intero popolo stando seduti alla propria scrivania»). dal punto di vista della società moderna il genocidio non è né un’anomalia, né una disfunzione. Esso dimostra ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all’ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata» 
In tale orizzonte, di quella tragedia si constata tutta l’attualità: se l’Olocausto appartiene al passato, prolificano invece nel presente tutte le condizioni che l’hanno resi possibile: «Nessuna delle condizioni sociali che resero possibile Auschwitz è davvero venuta meno, […] non si è presa alcuna efficace misura per impedire a tali possibilità e condizioni di generare altre catastrofi analoghe» (p. 29).


martedì

La ministra Fedeli compia un gesto politico



Questo pomeriggio, attraversando viale Manzoni, a Roma, mi sono imbattuto in vistosi manifesti che ritraevano un primo piano del nuovo ministro per l’Istruzione, e contrapponevano la necessità per gli insegnanti di possedere laurea, abilitazione e superamento di concorso per poter svolgere la professione, alla condizione più discussa dell’attuale titolare del dicastero di viale Trastevere.
Quel manifesto confonde terreni molto diversi, e propone un argomento polemico sostanzialmente sbagliato. L’insegnante svolge una professione che esige delle competenze tecniche e specialistiche, mentre il ruolo di ministro è un ruolo politico. Questo significa che è aperto a tutto l’elettorato attivo e passivo. Per esprimere posizioni politiche e dare una linea alla gestione della cosa pubblica non occorre alcun titolo di studio specifico. Certo poi ci sono i tecnici di supporto, ma l’indirizzo politico deve rimanere espressione di interessi e istanze democratiche, per cui nulla vieta che un manovale possa rappresentare meglio di un dottore di ricerca le necessità progressiste e civili di una collettività. La deriva tecnocratica non concerne soltanto i sistemi di governo, ma è in primo luogo una struttura culturale.
Il ministero dell’Istruzione governa un settore intimamente connesso a problematiche economico-sociali, oltre che educative e scientifiche. Le politiche dell’istruzione attraversano temi come il diritto allo studio, le opportunità individuali e collettive, la trasmissione della memoria e l’amministrazione di un’ampia comunità di dipendenti pubblici. Perché mai un laureato dovrebbe garantirne una gestione più saggia o meglio orientata? Quando fu nominato un governo di professori universitari, personalmente ho tremato. E con ragione.
L’idea che il titolo di studio sia garanzia di competenza politica è una sciocchezza. È una superstizione tecnocratica in cui forse pure la ministra Fedeli è scivolata, attraverso quella gestione contorta del proprio curriculum. Ecco, semmai la principale criticità nella sua auto-presentazione sta proprio nell’aver in qualche modo cercato di arricchire la propria storia personale con una qualifica accademica non compiuta.
Ma se la ministra Fedeli è espressione di un approccio squisitamente politico ai temi dell’istruzione, in virtù del suo passato da sindacalista credo che dovrebbe saper cogliere la necessità di esprimere subito questa sua qualità con atti chiari e concreti.
Forse il suo primo gesto politico dovrebbe essere quello di un decreto ministeriale che vada a disinnescare quanto prima una mina collocata nel mondo della scuola dal precedente esecutivo. Mi riferisco al bonus per la premiazione del merito dei docenti. La ministra non può ignorare che quel grottesco gettone rischia soltanto di erodere la già flebile capacità collaborativa dei dipendenti della scuola. In questi giorni, dopo l’erogazione di una quota - assai poco significativa in termini economici - del bonus 2016, in molte scuole si stanno manifestando plasticamente drammatiche scene di malcontento, invidie, irrisioni, assurdi confronti tra chi ha lavorato di più o di meno, meglio o peggio degli altri. Troppo difficile individuare criteri oggettivi di assegnazione, tali da apparire condivisibili da tutti i soggetti interessati.
Questo è quel che accade nel migliore dei casi. In qualche circostanza, mi dicono, alcuni dirigenti hanno utilizzato il bonus come strumento di premiazione rispetto alla mera condivisione degli obiettivi della presidenza.
Una vera ferita in un corpo dello Stato, che oltre a umiliare i lavoratori e le lavoratrici, infiacchisce la dignità, e forse anche il corretto funzionamento, dell’istituzione scolastica.
In alcune scuole i docenti hanno rinunciato al bonus, ma anche questo è sbagliato. Al salario non si deve mai rinunciare, e quel bonus va trasformato in aumento salariale.
Dunque: un gesto politico chiaro, univoco e significativo, da parte della ministra, potrebbe essere l’immediato dirottamento dei fondi per la premialità in un incremento, magari potenziato, degli aumenti salariali per tutti i docenti, che permangono in una situazione di grave sofferenza, a causa dei forti ritardi nei rinnovi contrattuali.


venerdì

Leggere e scrivere per conoscere le emozioni

In un articolo pubblicato la scorsa estate sulla rivista Trends in Cognitive Sciences lo psicologo e narratore canadese Keith Oatley, professore emerito all’università di Toronto, ha tentato di dimostrare, ricorrendo a dettagliate ricerche sperimentali, come la lettura di romanzi e fiction, in generale, favorisca l’attivazione di alcune aree del cervello deputate alla “competenza emotiva”. In altri termini, leggere storie e immedesimarsi in questo o quel personaggio, parrebbe rafforzare la nostra naturale capacità empatica, e ci consentirebbe di conoscere emozioni che non avremmo modo di sperimentare nella nostra vita quotidiana. Naturalmente l’osservazione è piuttosto intuitiva, e non meriterebbe di per sé alcuna dimostrazione scientifica. Pertanto ho deciso di andare oltre l’articolo e prendermi la briga leggere il libro pubblicato da Oatley nel 2004 (Emotions. A brief history, Blackwell publishing), per capire come e perché avesse deciso di inseguire scientificamente una verità tanto evidente.
Si tratta di un agile manualetto dedicato alle emozioni, che si apre e si chiude con alcune considerazioni tra narrativa e competenza affettiva. In apertura, attraverso una peculiare digressione sul Romanticismo, Oatley avverte il rischio di trattare i temi psicologici come se l’umanità fosse sempre la stessa nel corso della storia, e come se tra i vari popoli non sussistessero differenze. In riferimento alle emozioni, lo si renderà evidente a breve, occorre saper distinguere di volta in volta il peso attribuito da ogni società alle nostre alterazioni psico-fisiche, e mantenere un atteggiamento prudente, evitando di offrire interpretazioni chiuse.
Proverò a enucleare alcuni dei passaggi cruciali del libro, ma senza rispettarne l’ordine di esposizione, bensì cercandone l’ordine interno. Risulta evidente che nel trattare il tema delle emozioni Oatley abbia sempre in mente l’esempio che Darwin riporta nel suo celebre libro intitolato The expression of the emotions in man and animals (1872), in cui il celebre biologo racconta di come, avvicinandosi alla vetrina di un rettilario in cui era rinchiuso un pericoloso serpente, e pur sforzandosi di concentrarsi razionalmente sull’impossibilità di essere raggiunto da un morso perché protetto da una lastra di cristallo, al momento del salto del rettile, non riusciva a fare a meno di ritrarre il volto dalla vetrina. Secondo la lettura di Darwin i processi emotivi, come la paura, hanno origini ancestrali e leggibili in chiave evolutiva, e rispetto ad essi può poco la nostra mediazione razionale. Anche emozioni apparentemente non legate alla sopravvivenza, come il desiderio di toccare qualcuno da cui siamo attratti, è connesso da Darwin a un riflesso implicito nelle cure parentali.
Seguendo l’approccio evoluzionistico, se fossimo dei pesci, probabilmente non avremmo una vita emotiva. Tuttavia, come tutti i mammiferi che devono occuparsi a lungo della prole, possediamo questa caratteristica biologica, così come abbiamo il sangue caldo o la respirazione polmonare. Avremmo pertanto ereditato dai nostri antenati non solo la capacità di camminare su due gambe, ma anche quella di provare emozioni.
Come si può osservare da queste prime considerazioni, se identifichiamo il concetto di “biologico” con quello di “identico” per tutti gli individui della stessa specie, non possiamo che tradire l’idea evoluzionistica. Infatti, in quanto abbiamo appena osservato è implicita una dimensione sociale e relazionale che non è immediatamente riconducibile ad alcun dato cromosomico. Inoltre, osserva Oatley, numerosi studi antropologici hanno dimostrato come il repertorio emotivo, seppur basato su una struttura comune e basica, vada poi a modularsi con significative differenze tra i vari popoli, anche in virtù di meccanismi valutativi eterogenei, direttamente derivanti da culture diverse tra loro.
Pur riconoscendo questa dimensione storico-sociale del vissuto emotivo, Oatley non si tira indietro e non elude il tema biologico in sé, cioè la stretta connessione tra struttura cerebrale e vita emotiva, affidandosi prevalentemente all’ipotesi di Paul MacLean (The triune brain in evolution, 1990), che distingue tre diverse aree nel cervello, come responsabili delle emozioni: il corpo striato, comune a tutti gli animali e responsabile di alcune funzioni fondamentali del comportamento (come le abitudini, le routines, il corteggiamento, le migrazioni, la percezione di bisogni primari o riproduttivi, l’attitudine al riposo o alla ricerca di un luogo stabile dove vivere). Oltre questo, viene collocato lo strato limbico, più sviluppato nei mammiferi, e responsabile delle emozioni fondamentali, come rabbia, felicità, paura, tristezza, desiderio. Gli esseri umani hanno tuttavia una terza area del cervello, la neo-corteccia, che occupa circa l’80% del volume cerebrale (mentre altri mammiferi non primati si attesta al 30-40%) sviluppata in chiave comunicativo-simbolica, e responsabile delle capacità di pianificazione, linguaggio, uso di strumenti, e forse maggiormente attiva in stati emotivi più complessi e più specificamente umani, come la vergogna.
Grazie all’uso delle tecniche di neuroimaging è possibile oggi individuare le aree del cervello maggiormente attive nei processi emotivi e, con riferimento alla tripartizione di MacLean, è inevitabilmente la zona limbica a essere quella più sensibile a ogni variazione emozionale.
Ma il lavoro linguistico di cui sarebbe responsabile l’area che chiameremo “simbolica” del cervello, non è meno importante. Infatti Oatley cita la nota ricerca di Allen Hirt, in cui alcuni giovani bianchi e neri sono stati intervistati ponendo di fronte a loro altrettante fotografie di persone bianche e nere. Ciò che veniva monitorata nella ricerca era la reazione dell’amigdala (una parte del sistema limbico). La reazione cerebrale di fronte a immagini rappresentati persone con la pelle del medesimo colore dell’intervistato risultava debole, mentre si attivava significativamente quando le domande concernevano una persona di un colore diverso. Questa reazione lentamente andava in abituazione, e si attenuava, pronta tuttavia a rigenerarsi di fronte a una foto relativa a un terzo gruppo entico.
Il fatto che si attivasse l’amigdala indica tuttavia solo un’associazione, non un rapporto causale. Quando noi spieghiamo che una determinata area del cervello è responsabile di un dato processo, ci esprimiamo in modo impreciso, perché responsabilità implica in certo senso il concetto di causalità. Come Oatley spiega correttamente in un altro capitolo del libro, i processi cognitivi, e dunque simbolici e sociali, hanno un peso determinante nel filtrare le informazioni e determinare le reazioni emotive.
Da questo punto di vista l’autore del libro scorre velocemente alcuni riferimenti filosofici ineludibili, specialmente tratti dalla filosofia antica, citando la concezione aristotelica delle emozioni come valutazioni degli eventi, e spiegando come in questo processo valutativo intervenga non solo la nostra esperienza pregressa, ma possano intervenire anche fattori genetici e influenze sociali. La considerazione ovvia dell’approccio stoico nella psicoterapia contemporanea, che qui non ripeteremo perché assai nota e ampiamente riconosciuta, diventa per Oatley un’occasione per tornare al rapporto di Darwin con la vetrina del rettilario. Perché il padre dell’evoluzionismo inferiva da quell’esperienza l’impotenza della ragione e l’attribuzione di gran parte dei nostri comportamenti a processi emotivi incontrollabili? Perché, a differenza di Epitteto, Darwin identificava il sé con il proprio corpo. Nell’ottica stoica, invece, dovremmo identificare noi stessi con i nostri propositi, progetti, insomma con la nostra volontà. Se riuscissimo a distaccarci dalle dipendenze del corpo o dalla nostra percezione di noi stessi come meri corpi, allora tutto ciò che danneggia o metter in pericolo questi ultimi non causerebbe in noi alcuna rabbia o paura. Non credo che con questo Epitteto avrebbe sottoscritto l’ipotesi in base alla quale, se sufficientemente distaccati dalla nostra sopravvivenza corporea, non arretreremmo neanche di fronte al balzo di un serpente. Gli stoici suggerivano semplicemente di addestrarsi a un maggiore distacco da ansie, paure e desideri strettamente connessi alla tutela del nostro supporto materiale, che per quanto indispensabile per esser vivi (dobbiamo riconoscerlo), non esaurisce la nostra natura.
Questo intreccio costante di evoluzionismo, predisposizione genetica e dimensione sociale e cognitiva, ben si evince nella trattazione delle patologie psichiatriche, quando Oatley ribadisce come la depressione, ad esempio, sia interpretabile solo come commistione di tutti i fattori citati, nessuno escluso.
L’ultimo capitolo del libro è infine dedicato all’intelligenza emotiva, e dunque ci riporta alla questione da cui siamo partiti. Specialmente nella scuola, oggi si parla molto di questo argomento. Ma di che si tratta effettivamente? Oatley elenca disciplinatamente tutte le abilità in cui questa facoltà è stata declinata dagli studiosi del campo: dalla capacità di percepire le proprie emozioni alla gestione di manipolare le emozioni altrui. Ciascuna di queste competenze è descritta e brevemente spiegata. Oatley individua tre modalità relazionali che favoriscono l’accrescimento di una conoscenza e gestione delle emozioni in generale, le proprie e quelle altrui. A suo parere, il primo livello è la conversazione. Banalmente, chiacchierare. Ed ha perfettamente ragione, perché anche il deprecabile pettegolezzo favorisce processi di immedesimazione, e problematizzazione di situazioni critiche. Ma pure il confidarsi, il reciproco rivelare sé stessi, liberano in ciascuno l’attitudine alla sensibilità empatica.
In secondo luogo, Oatley parla della lettura di romanzi e narrazioni, ma anche di scritture teatrali e di fiction in generale, come strumento di immedesimazione e apertura conoscitiva al mondo delle emozioni e delle situazioni a forte impatto affettivo. Infine, con mia grande soddisfazione, l’autore aggiunge una chiave fondamentale per favorire la maturazione emotiva: la scrittura. Abituarsi a raccontare i propri sentimenti, ad analizzarli attraverso la pagina scritta, sembrerebbe generare la consapevolezza di una vita emotiva più ricca di quanto possa esprimere una semplice teoria dei bisogni.



giovedì

Una via di fuga da noi stessi



Il filosofo italiano Giorgio Agamben ha pubblicato nel 2016, per le edizioni Nottetempo, un profondo e importante libro dedicato al Pulcinella di Giandomenico Tiepolo. Il titolo del volume (Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi) richiama espressamente la formula con cui il pittore, figlio del più noto Giambattista Tiepolo, volle definire le sue 104 tavole di disegni dedicati alla nota maschera partenopea. Già nel periodo 1793-1797 (anno della caduta della Repubblica di Venezia), l’artista, ormai anziano, aveva impiegato le proprie energie per affrescare con un Pulcinella innamorato e una Partenza di Pulcinella la propria villa di Zianigo, riservando quelle immagini alla decorazione di una piccola camera, forse destinata al riposo o alla meditazione. Come se Tiepolo volesse ricapitolare la propria vita attraverso una relazione intima e interlocutoria con Pulcinella. Poco dopo si dedicò alle 104 tavole del Divertimento per li regazzi.
In quei disegni Pulcinella è rappresentato in molteplici situazioni, a compiere mille mestieri o a divertirsi. Pulcinella nasce, si ammala, muore, risorge, viene processato, impiccato e poi graziato; un Pulcinella bambino impara a camminare e un altro a corteggiare le ragazze. E in ogni disegno non si ravvisa mai un solo Pulcinella, ma molti, reiterati omuncoli goffi in camicione bianco, maschera nera e cono mozzato sulla testa.


Forse l’anziano pittore percepiva l’esigenza di misurare la propria coscienza in rapporto al padre, che pure aveva rappresentato ampiamente la maschera napoletana, sebbene con accenti comico-mostruosi e meno enigmatici, oppure – più intimamente – intendeva riponderare in Pulcinella la propria vita, tracciare un bilancio d’esistenza. Comprendere questo momento simbolico, per Agamben, diventa occasione per un’importante meditazione filosofica.
Nei disegni del Tiepolo convivono espliciti richiami cristologici ma anche mitologici. In particolare, Pulcinella sostituisce in alcuni tratti la figura che Cristo aveva occupato in altri suoi lavori, ma più spesso quella dei satiri, esseri semi-umani che popolano l’immaginario del mondo classico. Nel riferimento a Gesù o al satiro, emerge dunque Pulcinella come ente intermedio, evanescente sintesi di spirito e corpo (in lui mai distinguibili), così come nella sua maschera è indecifrabile uno stato d’animo univoco: mai chiaramente comico, né tragico. Tale misteriosa ambiguità è la cifra filosofica di Pulcinella, che chiama in causa la nostra coscienza.
Secondo Agamben, quel personaggio rappresenta per certi versi la medesima funzione ricoperta dalla parabasi nel teatro greco, intesa come interruzione dell’azione scenica. Il coro o l’attore, nella parabasi, si toglie la maschera e fuori dalla narrazione esprime opinioni personali rompendo l’ordine della struttura scenica. Ma si tratta di una diversione che non conduce lontano dal senso dalla vicenda rappresentata. L’azione scenica – ritenuta scontata nei suoi sviluppi – viene interrotta per far posto a una via d’uscita che riconduce all’interno, all’originario, al senso autentico. Pulcinella è questa interruzione del dramma, come appare evidente dal suo motto: ubi fracassorium, ibi fuggitorium. Ma non è una fuga verso nuovi luoghi, è una fuga dentro sé stessi, che procede dal fuori al dentro, dalla scontata traccia di un’esistenza preconfezionata, a un’autenticità smarrita. Ma forse si tratta di una fuga impossibile.
Come ampiamente riconosciuto, esiste un forte legame tra il comico e il tragico. Il primo esprime l’impossibilità di uscire dal proprio carattere, mentre il personaggio tragico appare svincolato dal carattere ma prigioniero di un destino. E tuttavia, a ben leggere la relazione, il fato costituisce la struttura celata e misteriosa in cui è incastrato il carattere, il quale in fondo altro non è che l’espressione compiuta del proprio destino. Ma il Pulcinella di Tiepolo è al di qua del comico e del tragico, perché non ha carattere, e dunque neanche un destino. Scrive Agamben: “Pulcinella non è un sostantivo, è un avverbio: egli non è un che, è soltanto un come […] egli è la raccolta e quasi l’accozzaglia, al livello più basso, di tutti i tratti che caratterizzano i personaggi della commedia” (p. 53). Per questo nei disegni del Tiepolo egli non è individuo particolare, Pulcinella è sempre “masnada”.
Nel quarto capitolo del suo libro Agamben rievoca efficacemente il mito di Er. Nel racconto platonico le anime in procinto di incarnarsi in una nuova esistenza scelgono la propria nuova forma di vita. Possono preferire un’incarnazione animale o umana, un’esistenza da tiranno o da mendicante, da meretrice o da sapiente. Quel che non possono scegliere è la virtù, che dipende invece dal grado di desiderio, di amore che si prova per essa. I più, secondo il mito, scelgono la propria forma di vita sulla base dell’esperienza accumulata nella vita precedente, come l’anima di Agamennone, che avendo maturato disprezzo per il genere umano, decide di incarnarsi in un’aquila. Molti trascurano che in ogni forma di vita è implicito un destino, talvolta amaro, come capita a chi si avvede troppo tardi di aver precipitosamente scelto di diventare un potente tiranno, per ritrovarsi conseguentemente costretto a compiere atti malvagi. Ma la colpa è di chi sceglie – ammonisce il mito – il dio non c’entra.
Se la scelta del nostro carattere dipende dalla forza del passato, dall’abitudine, dall’adesione a un “tipo”, è come se scegliessimo, insieme a un modo di vivere, una vita già vissuta, per cui il vivere si conforma a un ri-vivere. In questi termini, il carattere che ci siamo scelti, l’identità che preferiamo, cui aneliamo, nel mondo auto-rappresentato, è un non-vissuto. Scrive Agamben: “la seità, l’essere sé, si esprime in un carattere o in un’abitudine. In ogni caso, in un’impossibilità di vivere” (p. 110).
Pulcinella non si ferma a uno stile di vita, ma nei disegni del Tiepolo li attraversa tutti, senza assumerne nessuno come destino. È come se entrasse in un carattere e ne fuggisse nello stesso istante. Vive senza costruirsi un’immagine della propria vita. Pulcinella, dunque, è privo di biografia e di memoria. Egli non s’interroga sul senso della propria vita, sui risultati raggiunti o mancati: “il segreto di Pulcinella è che, nella commedia della vita, non vi è un segreto, ma solo, in ogni istante, una via d’uscita” (p. 130).


Pulcinella è un modello inarrivabile. Se ogni tipo umano, o carattere, è pensabile e rappresentabile, perché corrispondente a un’idea, il dispositivo di fuga incarnato da Pulcinella, suggerisce Agamben, è come un’idea platonica, di cui non esiste la cosa.
Rispetto alle considerazioni riposte in questa raffinata analisi del Pulcinella di Tiepolo, aggiungerei qualche elemento critico: quand’anche prendessimo coscienza del grado di falsità e di rinuncia alla vita che è implicito in ogni nostra scelta di carattere, non riusciremmo a sottrarci a quella scelta. Questo è il tragico in noi, ma è un dramma che non scalfisce Pulcinella, il quale non ripudia l’avere una personalità per privilegiare l’adesione a una dimensione esistenziale animalesca o brutale. Pulcinella semplicemente fugge dal bivio attraverso una riconduzione dell’anima al corpo. Ma anche qui occorre evitare l’equivoco. Nonostante la sua origine gallinacea e la sua prossimità al mondo animale, Pulcinella vive la vita degli uomini, non delle bestie, e tuttavia riesce a vivere senza artifici ideali.

L’alternativa al dualismo tra corporeità e costrutto personologico non è la vita vegetativa, ma è quella dimensione di corporeità spiritualizzata o pensiero corporeo, in virtù della quale Pulcinella volteggia come un provetto trapezista, come nella carta n.46 del Divertimento per li regazzi, oscillando graziosamente tra cielo e terra. Pulcinella ci riesce, noi no.


mercoledì

Felicità a Groningen

Risultati immagini per groningen universityLo scorso sabato sono stato a Groningen, in Olanda. Al mattino ho partecipato a un interessante workshop dedicato al tema della democrazia e del rapporto tra culture. Nel pomeriggio, invece, si è aperta una sessione dedicata al mio libro Il bene comune, nel corso della quale ho brevemente relazionato sui contenuti del volume, sviluppando a margine alcune considerazioni sulla situazione politica internazionale, con particolare riferimento al rapporto tra popolazioni occidentali e classi dirigenti.

Tuttavia, nella discussione delle mie tesi che è stata avviata dopo la mia relazione, ho ricevuto una domanda "pre-politica", che da tre giorni continua a rimbalzarmi nel cuore. Ecco cosa mi è stato chiesto: "alla luce delle tue riflessioni su Kant e Rousseau, tu, come filosofo, e non come interprete, cosa pensi che sia la felicità? Si tratta di una questione etica o politica?".

La domanda è di quelle difficili. Ho pensato subito a un progetto che porto avanti con i miei studenti di terzo liceo, dedicato al tema in questione. Quando ho proposto loro di definire il concetto di felicità sulla base del proprio vissuto, hanno unanimemente ritenuto (salvo un'eccezione) di interpretare quel concetto chiave della nostra tradizione filosofica come "stato d'animo conseguente la constatazione di un successo individuale" (identificando, dunque, l'infelicità come esperienza di fallimento personale). Indubbiamente è l'indizio di una mancanza d'abitudine a ragionare in termini relazionali, collettivi o comunitari. Ma è la cifra dei nostri tempi; è normale. 
Personalmente sono portato a connettere il concetto di felicità all'esperienza sociale, al sentimento della cooperazione. Ma non sono affatto stupito di una declinazione tutta individualistica della felicità, letta nei termini di una realizzazione dei propri obiettivi: una felicità "carrieristica".

Ciò che mi colpisce, invece, quando pongo il tema ai miei studenti, è il raro riferimento all'amore. 

Il tema qui si dilata in modo incontenibile. Ma sebbene l'amore possa anche determinare condizioni di sofferenza, ciascun individuo, nel suo elemento esperenziale minimo, non può non cogliere nell'amore la struttura portante della felicità. Poi, come direbbe Platone, l'amore oltrepassa i confini della relazione duale e divinamente pervade l'intero vivere comune fino ad ascendere al cielo della scienza, per alimentare quel fuoco sacro che brucia nella ricerca filosofica.

Forse Platone aveva visto giusto, meglio di noi contemporanei. La felicità è nell'amore: per l'altro, per gli altri, per il sapere. Si tratta di felicità individuale, duale, collettiva, teoretica.

Con questa piccola nota, auguro a tutti un buon Natale e un felice anno nuovo.